Victoria
Continua da: Qwory #1 ; Qwory #2
La ragazza non si voltò subito. Fece ancora due passi, poi rallentò per altri due. Si fermò e rimase immobile per un istante che Winston non seppe interpretare: non pareva ci fossero né sorpresa né esitazione. Sembrava che Victoria gli stesse concedendo ancora qualche secondo per pensare a cosa dire. Poi la ragazza si girò. Il viso tagliato a metà dall’ombra di un lampione appariva svuotato da ogni emozione, l’emblema di una mente che è stata interrotta mentre stava riorganizzando fiumi di pensieri per conto proprio.
«Che succede?» chiese Victoria. Winston si era fermato a una distanza prudente e tentennava nel colmare lo spazio tra di loro. Sentì la gola secca, senza sapere se fosse una condizione pre-esistente al suo richiamo o se trovarsi ora faccia a faccia fosse stato il catalizzatore somatico.
«Scusami,» sbiascicò per riflesso, senza enfasi alcuna. «Non volevo…» Si interruppe. Quella frase non stava andando da nessuna parte. Victoria lo osservava immobile, senza impazienza.
«Non volevo lasciarti così.» disse, infine, Winston. Non era nulla più di una constatazione pleonastica. Victoria inclinò la testa come un cagnolino confuso davanti a un verso mai sentito del padrone.
«Così come?» Lo incalzò lei, ancora senza echi di emozione nel tono. Winston aprì la bocca per rispondere sentendo il fiato riempirgli i polmoni ma la richiuse, rendendosi conto di non avere una spiegazione pronta. Scorse tra i cassetti dentro il cranio per qualcosa di più vago ma che uscisse celermente.
«Così… cioè, così, in questo modo…» ripetè Winston, realizzando immediatamente di non aver detto nulla di diverso da prima. Victoria strinse le labbra in quello che Winston sperava fosse un mezzo sorriso ma che più probabilmente era amarezza. La ragazza fece un rapido gesto con il capo come a indicare la strada alle sue spalle. Winston annuì e la raggiunse. Ripresero a muoversi, questa volta fianco a fianco, senza cercare di sincronizzare i passi. La casa di Victoria non era lontano, ormai; Winston la conosceva bene, ci era stato tante altre volte, in circostanze ben diverse, entrambi senza trascinarsi il macigno di quella sera. Camminarono per qualche minuto in silenzio. Winston aveva la tentazione di parlare, di riempire quello spazio con qualcosa che dimostrasse una presenza attiva. Inoltre, forse, Victoria, ora, si aspettava che lui parlasse. Oppure anch’ella stava riordinando un discorso che avrebbe preso luogo non appena si fossero trovati fermi sotto casa sua. A Winston, però, sembrava che Victoria non avesse tutta questa fretta di rompere il silenzio; ogni tanto spostava leggermente la borsa sulla spalla, come per riequilibrare il peso in base alla velocità del passo. Arrivarono, alla fine, davanti a un portone grigio dai vetri zigrinati che lasciavano immaginare una forte luce fredda all’interno. I due si fermarono. Victoria non cercò subito le chiavi di casa nella borsa, rimase con il corpo leggermente inclinato verso l’ingresso, come se fosse già per metà dentro il palazzo ma concedendo a Winston un ultimo margine, qualche minuto oltre il novantesimo.
«Dimmi.» esalò Victoria quasi sottovoce. Gli occhi erano teneri. Il tono no. Winston sentì un pugile affondare anni di allenamento alla sua bocca dello stomaco.
«Io…» iniziò Winston. Si fermò un attimo ancora, si passò la mano sulla nuca. Se ne accorse e la ritrasse.
«Io non volevo che finisse così stasera, senza dire niente…»
«Io ho detto.» appuntò quasi annoiata Victoria, fissandolo negli occhi. Non era un’accusa, in fondo, era una correzione più che legittima.
«Sì, ma intendo poi, per strada… cioè, lo so che alla fine volevi tornare a casa a piedi da sola…» Winston si rese conto che nel tragitto fianco a fianco che avevano fatto pochi minuti prima non aveva pensato minimamente a cosa dire.
«Non volevo che te la prendessi, al locale, volevo passassimo una sera tranquilla, ogni tanto…»
«Win, quello che vuoi o non vuoi non è mai quello che fai…» disse Victoria con un vocino esile e stanco. Winston si rese conto che la prima frase completa di Victoria dopo essere usciti dal locale, ora, gli era entrata a gamba tesa in faccia.
«…e dopo mezz’ora cerchi di rimediare, perché in fondo te ne rendi conto pure tu.»
«Ed è sbagliato? Rimediare, intendo…» Winston alternava il suo sguardo tra gli occhi inclinati di Victoria e il brandello di strada che li divideva. Victoria, invece, non toglieva l’attenzione dal viso di Winston.
«Dipende da cosa intendi con “rimedio”.»
[continua…]
tratto da “Qwory“, a Marco Delrio & Vox Lupi project

Capitoli Precedenti
Qwory #2
Winston si ferma, combattuto tra il bisogno di proseguire e l’impatto dell’assenza di Victoria. La città continua a vivere indifferente, mentre lui riflette sulla sua scelta. Alla fine, decide di seguirla, senza un piano preciso, ma con la determinazione di non restare fermo, avvicinandosi a lei con urgenza.
Qwory #1
Victoria lascia un pub, seguita da Winston, in una notte silenziosa e fredda. Camminano insieme, ma la distanza tra loro cresce. Il loro silenzio comunica tensione e non detti. Alla fine, Victoria si allontana definitivamente, lasciando Winston solo, riflettendo sulla separazione e sulla solitudine che la sua figura rappresenta.
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