Qwory #2

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Victoria

Continua da Qwory #1

2.

Winston si fermò dopo quattro lunghi passi e rimase fermo più a lungo di quanto fosse disposto ad ammettere. Non era una scelta meditata, né una qualsivoglia manifestazione di orgoglio: era come se il corpo intero avesse bisogno di qualche secondo in più per accettare ciò che era appena accaduto. L’angolo in cui Victoria era scomparsa non aveva nulla di speciale: un cassonetto, un cartello segnaletico con il limite di velocità, l’intonaco biancastro screpolato dell’angolo di un edificio qualunque. Eppure era malvagio da parte di quello scorcio di città trattenere tutta quella tensione residua e nasconderla alla vista del ragazzo. Si rigirò verso la strada opposta a quell’angolo, quella da dove erano arrivati. Mosse altri due passi, poi altri due. Le Vans gli sembravano pinne sulla sabbia, le cosce sembravano dover essere convinte a collaborare. La città intorno, invece, continuava a respirare con una regolarità indifferente: un cane abbaiava da qualche parte, più per abitudine sembrava, che per allarme; un portone sputava un eco vuoto al richiudersi con forza; un colpo di tosse in lontananza annunciava altri vagabondi di quell’ora tarda. Winston si arrestò nuovamente. Gli venne in mente, con una chiarezza improvvisa e dannatamente fastidiosa, che se avesse continuare a camminare in quella direzione, avrebbe comunque potuto tornare a casa senza ostacoli. Nessuno lo avrebbe fermato. Nessuno gli avrebbe chiesto spiegazioni per una tale scelta. Sarebbe stata un’altra notte dalle ore piccole, così come tante altre prima e, sicuramente, come tante altre da venire; un’altra notte destinata a depositarsi nei giorni successivi sotto forma di irritazione velata, un alone di pensieri interrotti e frasi scombussolate che nemmeno sapevano trovare l’uscita dalla bocca. Quest’ultimo fulmineo ragionamento lo fece infuriare. Si rese conto che non stava pensando a cosa dire a Victoria, non stava preparando un discorso, né cercando una citazione sagace o un aforisma per incanalare una discussione verso qualcosa di soddisfacente. No. Stava solo reagendo a una sensazione elementare, a un pattern confortevole perché solito e conosciuto, non perché tiepido e avvolgente. Quella sera l’aveva seguita. Non inseguita. Si voltò di scatto. Il gesto fu così rapido che si sorprese da solo. Si guardò intorno due o tre volte, come a prendere il respiro per riordinare i pensieri – o a spazzarli via come si deve – e come se temesse che qualcuno lì in strada potesse giudicarlo se lo avessero visto cambiare idea e direzione così repentinamente. Le cosce e le scarpe avevano vita propria ora. Non stava più camminando con la calma misurata al centimetro di prima, il ritmo ora si era fatto meno elegante e più urgente. Più si avvicinava all’incrocio dove Victoria era stata inghiottita dalla notte, più si rendeva conto di non avere un piano che andasse oltre l’accorciamento della distanza fisica. Paradossalmente, questa assenza strategica, gli sembrò sensata. Onesta. Non stava cercando, in fondo, di rimettere insieme qualcosa con un monologo o un diagramma di Gantt; stava semplicemente rifiutando l’idea di rimanere fermo. Winston la vide dopo qualche minuto e altri quattro incroci attraversati senza cautela. Non fu una scena da film, la riconobbe da distante per la linea delle spalle e il modo in cui camminava senza oscillare troppo nonostante il passo celere, per la borsa che ora le batteva appena contro il fianco con una regolarità metronomica invidiabile. Era lontana. Non abbastanza da rinunciare. Rallentò istintivamente; non voleva che la rincorsa diventasse una scena terrificante da pellicola horror. Sapeva che rallentando avrebbe sentito le cosce tornare a mugugnare. Se ne infischiò. Ridusse il passo, regolò il respiro e si strofinò le mani ancora fredde. Si impose di camminare nella maniera più naturale possibile, come se quella fosse stata la sua andatura fino a quel momento. Pochi metri ancora.

«Victoria…»

tratto da “Qwory“, a Marco Delrio & Vox Lupi project

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