Risonanze sommesse da scritture altrui
Dalla lettura di Qwory #3 di @mvrcodelrio
Nel profumo di camino acceso che mi giunge da fuori, in un mattino uggioso d’autunno, il silenzio intatto si accomoda come il più tenue e prezioso dei tappeti.
Già, il silenzio. Quel velo di Maya che illude, facendo credere che l’assenza di suono coincida con il vuoto. Come in questo brano, dove silenzio e distanza non sono semplici cornici, ma la sostanza stessa della narrazione.
Winston e Victoria percorrono insieme un tratto di strada che sembra dischiudere, a ogni passo, il peso stesso dell’esserci. Il silenzio tra loro ritorna, insistente, come una materia greve: non solo assenza di parole, ma spazio reale, quasi fisico, che impedisce ogni possibile ricongiungimento.
Eppure, quanto dice il silenzio, e quante distorsioni si insinuano anche là dove crediamo di comunicare con precisione. Si impara, spesso tardi, che anche il non dire è una forma di parola. Così suggerisce Victoria nel brano, con l’atteggiamento di chi ha già affidato i propri pensieri a un gesto, e attende ora, forse invano, che qualcuno li riconosca.
I due protagonisti, inoltre, sembrano evitare ogni reale incrocio di sguardi. Anche questo dettaglio, apparentemente marginale, contribuisce a rendere ancora più evidente la latenza del loro scambio. L’assenza dello sguardo si configura per Victoria come un messaggio tanto silenzioso quanto inequivocabile, e, al tempo stesso, è proprio ciò che alimenta il dubbio e l’incertezza di Winston. Nell’impossibilità di incontrare lo sguardo dell’altra, egli si trova costretto a restare intrappolato nelle proprie interpretazioni.
La potenza di uno sguardo è tale da contenere ciò che, talvolta, le parole non riescono a sostenere, ed è proprio in questa mancanza che si consuma il punto più fragile dello scambio. Winston avverte un vuoto che si estende a ogni livello del comunicare; ma è l’assenza di un orientamento nello sguardo di Victoria a lasciarlo sospeso, come fermo all’incrocio di possibilità che non conducono a nulla, incapace di scegliere una direzione.
Ci si illude che la comunicazione fallisca quando mancano le parole, ma la verità è che non tutto ciò che viene compreso può essere detto; e non tutto ciò che viene detto trova, dall’altra parte, un luogo in cui posarsi. In quello spazio sottile, fatto di sguardi mancati e significati non condivisi, si consuma ciò che non riesce a compiersi.

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