Tetrametro Centoquattro

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Lenta la serpe ferrigna, e ‘l fumido sa d’atrio spoglio,
Vo’ con il guarnel che pesa d’un silenzio senza scoglio,
Scema la lastra, sotto cupola d’ocra or disfatta,
Ed ogni miglio m’aduggia l’eco d’un’orma già sguarnatta.


[…]
Una riga stanca, forse d’olio o d’ombra sfiatata, stemprava lo stipite ove ‘l varco fu dischiuso — non parve orma, né sgraffio, ma spira residua d’un accadere senza corpo, come certi tracciati che s’imprimono non per fatto ma per stento, e lì restava, tra ‘l nodo e la vernice, un che di sospeso, d’inaddivenuto, che m’appartenne un poco senza mia chiamata, come certe reliquie senza reliquia.


Pensieri – by E. Ashcroft

Su significato e contesto

La quartina descrive un cammino, e il cammino è al tempo stesso fisico e interiore, come accade con regolarità nel corpus di questo autore, sebbene qui l’equilibrio fra i due piani sia spostato più decisamente verso il sensoriale, verso il peso e l’odore e il colore delle cose, di quanto non avvenga in altri componimenti che ho avuto occasione di esaminare. Il parlante si muove attraverso un paesaggio che è industriale, decaduto, ferroso: una serpe ferrigna, un fumido che sa d’atrio spoglio, una lastra che scema, una cupola d’ocra disfatta. Questo non è il paesaggio della campagna né del villaggio. È il paesaggio della fabbrica, della ferrovia, del cantiere, dell’infrastruttura che ha cessato di servire il proprio scopo e che ora si decompone con quella lentezza maestosa che appartiene ai manufatti abbandonati, i quali non crollano ma si sfanno, non muoiono ma si sfaldano, perdendo ogni giorno un grado di coerenza senza mai raggiungere il punto di dissoluzione totale.

Il parlante attraversa questo paesaggio portando un “guarnel che pesa d’un silenzio senza scoglio.” Il guarnel è un termine che merita attenzione, e vi tornerò nella sezione dedicata allo stile. Il silenzio che lo appesantisce è “senza scoglio”, vale a dire senza appiglio, senza ostacolo contro il quale infrangersi, senza nulla che ne interrompa la distesa. È un silenzio oceanico, un silenzio che non offre resistenza e che pertanto non può essere navigato, soltanto attraversato, e l’attraversamento è esso stesso una forma di sommersione. Il parlante non combatte il silenzio. Lo porta, come si porta un sacco, e il sacco pesa, e il peso è la sostanza stessa della quartina.

Il quarto verso chiude con un’immagine di notevole densità: “ogni miglio m’aduggia l’eco d’un’orma già sguarnatta.” L’eco non è di un suono ma di un’orma, il che è un trasferimento sinestetico di considerevole audacia: l’orma, che è visiva e tattile, produce un eco, che è uditivo, e l’eco aduggia, che è vegetale, che è l’ombra che impedisce la crescita. Ogni miglio percorso dal parlante è oscurato, ombreggiato, oppresso dall’eco di un’impronta che è già sguarnatta, già priva di guarnigione, già spogliata delle sue difese, già esposta. L’orma che lo perseguita è un’orma indifesa, e la sua indifensione è ciò che la rende più opprimente, non meno, perché un’orma che fosse ancora presidiata potrebbe essere affrontata, negoziata, aggirata, mentre un’orma sguarnatta è un’orma che non oppone nulla se non la propria esistenza, e l’esistenza nuda è la cosa più difficile da attraversare.

Questa è, credo, una quartina sulla compulsione del ricordo. Il parlante cammina attraverso un paesaggio di rovina, e il paesaggio è anche una mente, e la mente è anche un paesaggio, e l’orma che aduggia ogni miglio è l’impronta di qualcuno che è passato prima, o l’impronta del parlante stesso in un tempo anteriore, e in entrambi i casi l’impronta non può essere cancellata né evitata, soltanto portata, come il guarnel, come il silenzio, come il peso.

Su stile e registro

Il registro è arcaico e denso fino al limite della saturazione, e in questa quartina il limite è non soltanto raggiunto ma deliberatamente sfidato. “Serpe ferrigna”, “fumido”, “guarnel”, “lastra”, “scema”, “aduggia”, “sguarnatta”: la superficie lessicale è di una resistenza che richiederebbe, in un testo di lunghezza maggiore, un apparato di note. In una quartina di quattro versi, tuttavia, la densità è la forma, e la forma è il contenuto. Il lettore deve avanzare attraverso questa lingua come il parlante avanza attraverso il paesaggio: con fatica, con peso, con la consapevolezza che il terreno sotto i piedi non è piano e non intende esserlo.

“Serpe ferrigna” è un’immagine che contiene due registri in due parole. “Serpe” è il serpente, la creatura che striscia, che procede senza arti e senza fretta, e in questo contesto è quasi certamente un tubo, un condotto, un binario, una rotaia, qualcosa di metallico e sinuoso che attraversa il paesaggio con l’inerzia di un rettile freddo. “Ferrigna” non è semplicemente “di ferro” ma ferrigna, che porta in sé il colore della ruggine, il sapore del metallo ossidato, l’ostilità del materiale che si corrode. L’aggettivo è arcaico nel registro e preciso nella sensorialità, e la combinazione è eccellente.

“Guarnel” è la parola che richiede il commento più esteso. Il termine non è d’uso corrente, e la sua opacità è, credo, intenzionale. Che si tratti di una variante per “carniere”, il sacco del cacciatore, o di una formazione autonoma derivata dalla radice del portare e del custodire, il suo effetto nel verso è quello di un oggetto che resiste all’identificazione immediata pur essendo inequivocabilmente fisico: è una cosa che si porta, che pesa, che contiene qualcosa. Il lettore non sa con certezza che cosa sia, ma sa che il parlante lo sta portando, e che il portarlo costa fatica, e che la fatica è aggravata dal silenzio che vi è contenuto. L’opacità del termine è dunque mimetica: il lettore porta il peso della parola come il parlante porta il peso del guarnel, senza sapere esattamente che cosa trasporta ma sentendone la gravità.

“Scema la lastra” è un’espressione di rara compressione. “Scema” nel senso di diminuire, degradarsi, perdere sostanza: la lastra si assottiglia, si consuma, si riduce sotto il peso del tempo o del transito. L’aggettivo-verbo è posizionato all’inizio del terzo verso con un effetto di immediata concretezza: prima ancora che il lettore sappia cosa sta scemando, sa che qualcosa sta venendo meno.

“Sguarnatta” è il termine che chiude la quartina, e la sua posizione è strutturalmente determinante. La parola porta in sé la radice di “sguarnire”, lo spogliare delle guarnigioni, il privare di difese, e la desinenza participiale la fissa in un passato che è anche una condizione permanente: l’orma non è stata sguarnatta in un momento specifico, è sguarnatta come stato, come natura, come destino. La scelta di chiudere il componimento su questa parola è quella d’un poeta che sa che l’ultima sillaba determina il tono nel quale il silenzio successivo risuonerà, e il tono qui è quello della spoliazione, della cosa che è rimasta senza protezione e che, proprio per questo, non può essere ignorata.

Su tecnica e metro

Il titolo dichiara il tetrametro, e il tetrametro è effettivamente la struttura portante, benché maneggiato con una libertà considerevole che richiede un orecchio collaborativo. I versi sono lunghi, marcatamente più lunghi di quanto il tetrametro italiano standard comporti, e questa lunghezza è funzionale: il cammino è lungo, il paesaggio è vasto, il peso è continuo, e il verso deve contenere tutto questo senza spezzarsi.

Il primo verso, “Lenta la serpe ferrigna, e ‘l fumido sa d’atrio spoglio”, apre con un aggettivo anteposto, “lenta”, che rallenta il verso prima ancora che il soggetto sia apparso. La virgola dopo “ferrigna” crea una cesura che divide il verso in due emistichi: il primo è visivo (la serpe), il secondo è olfattivo (il fumido che sa d’atrio spoglio). La divisione sensoriale è netta e produttiva: l’occhio e il naso lavorano in successione, e il verso ne registra la sequenza.

Il secondo verso, “Vo’ con ‘l guarnel che pesa d’un silenzio senza scoglio”, è il più pesante dei quattro, e la pesantezza è mimetica. Le elisioni, “vo’” e “‘l”, comprimono il verso all’inizio, creando un effetto di boccheggiamento, di respiro corto, che il proseguire del verso amplifica piuttosto che alleviare: “d’un silenzio senza scoglio” è una distesa aperta che si estende dopo la compressione iniziale come un mare dopo un porto stretto. Il contrasto ritmico è efficace.

Il terzo verso, “Scema la lastra, sotto cupola d’ocra or disfatta”, ritorna alla vista con un’immagine di decadenza architettonica. “Cupola d’ocra or disfatta” è cromaticamente preciso: il giallo-bruno dell’ocra, il colore della polvere e dell’intonaco vecchio, il colore del tempo depositato sulle superfici. “Or disfatta” introduce l’avverbio temporale “or”, ora, che àncora la dissoluzione al presente: la cupola non è stata disfatta in un passato remoto, è disfatta ora, nel momento del cammino, nel momento del verso, e il parlante la vede nel suo disfacimento attuale, non nella memoria del suo splendore.

Il quarto verso, “Ed ogni miglio m’aduggia l’eco d’un’orma già sguarnatta”, è il verso conclusivo e il più denso. “M’aduggia” è un verbo che porta con sé l’immagine dell’ombra che impedisce la crescita, del nuvolame che opprime la vegetazione, e il suo uso qui è metaforico ma radicato nel concreto: ogni miglio getta un’ombra sul parlante, e l’ombra è l’eco di un’orma. La compressione sintattica è estrema: miglio, aduggia, eco, orma, sguarnatta sono cinque sostantivi e aggettivi in rapida successione, ciascuno portatore d’un proprio peso semantico, e il verso li regge tutti senza cedere, il che è un risultato tecnico di prim’ordine.

Sulla rima

Lo schema è AABB, un distico di rime baciate. “Spoglio” e “scoglio” è una rima piena e semanticamente forte: l’atrio spoglio, svuotato di contenuto, trova risposta nello scoglio assente, nell’appiglio che non c’è. La spoliazione del primo verso è confermata dalla mancanza di resistenza del secondo: non c’è nulla contro cui appoggiarsi, né nell’atrio né nel silenzio. La rima lega i due vuoti in un unico campo sonoro.

“Disfatta” e “sguarnatta” è una rima piena e di peso notevole. Entrambe le parole sono participi che indicano la perdita d’integrità: la cupola è disfatta, l’orma è sguarnatta. La rima non si limita a connettere i suoni ma connette le condizioni: ciò che è disfatto nel paesaggio esterno risponde a ciò che è sguarnatto nel paesaggio interiore, la rovina architettonica è gemella della rovina mnemonica, e la rima lo sancisce con la precisione di un sigillo. È il genere di rima che non si nota al primo ascolto perché suona inevitabile, come se le due parole fossero sempre state destinate a trovarsi alla fine di due versi contigui. Quando una rima produce questa impressione di necessità, il critico non ha granché da aggiungere salvo registrarla.

Sulle impressioni

Questa è una quartina che opera ai confini della leggibilità, e il suo operarvi è una scelta deliberata piuttosto che un’insufficienza di chiarezza. La densità lessicale, la compressione sintattica, l’opacità calcolata di termini come “guarnel” e “sguarnatta” creano una superficie che il lettore deve penetrare con sforzo, e lo sforzo è mimetico del cammino descritto. Non si attraversa questo componimento con agio, così come non si attraversa con agio il paesaggio che descrive. La fatica della lettura è la fatica del percorso, e la fatica del percorso è la fatica del ricordo, e le tre fatiche convergono in una sola esperienza, il che è, quando vi si riesce, la definizione stessa della poesia che funziona.

Il difetto, se difetto c’è, è di proporzione: quattro versi così densi richiedono al lettore un investimento cognitivo che pochissimi componimenti di questa lunghezza richiedono, e la questione se il rendimento giustifichi l’investimento è una questione che ciascun lettore risolverà per conto proprio. Io sono incline a rispondere di sì, ma riconosco che l’inclinazione è quella d’un uomo che ha trascorso la propria vita professionale a leggere testi difficili e che ha sviluppato, col tempo, una certa predilezione per la difficoltà, il che non è necessariamente una virtù e non è necessariamente trasferibile.

Le rime sono forti, il metro è sostenuto dalla forza di gravità del contenuto, le immagini sono concrete e precise, e il verso finale è fra i più belli che abbia letto da questo autore: “ogni miglio m’aduggia l’eco d’un’orma già sguarnatta” è un endecasillabo che contiene in sé un intero racconto, una psicologia, un paesaggio e una condizione esistenziale, e li contiene senza straripare, il che è la definizione di un verso compiuto.

Lo raccomando, con l’avvertenza che il lettore vi si presenti riposato.


Una risposta a “Tetrametro Centoquattro”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Io non sono riuscito, senza la spiegazione.

    "Mi piace"

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