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Quisquilie Amministrative 5

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Di solito, cercare un nome in archivio non ha niente di romanzesco. I nomi ufficiali sono prevedibili. Si ripetono, cambiano pelle, si spostano da una colonna all’altra, ma prima o poi saltano fuori. Una via viene rinominata, un quartiere viene assorbito, un edificio cambia categoria. Però il nome, se è circolato abbastanza, lascia quasi sempre una briciola: una nota a margine, una parentesi, un rimando rimasto lì per inerzia. La sparizione totale, quella sì, è una stranezza. Elia Vorn lo sapeva per esperienza. Non l’aveva imparato inseguendo ciò che emergeva, ma inseguendo ciò che ostinatamente non emergeva mai. Per questo, quando decise di verificare sul serio il nome del quartiere citato nella cartella priva di numero, non lo fece con ansia, né con l’aria di chi aspetta una rivelazione. Lo fece con una calma che non aveva nulla di consolante. In archivio la fretta serve solo a produrre errori che poi si possono anche difendere, ma restano errori. Quel nome, tra l’altro, non era comparso dove ci si aspetta di trovarlo. Non in una mappa, non in un’intestazione, non in un verbale in bella forma. Era infilato dentro una frase laterale, quasi buttata lì, in uno dei fogli manoscritti. Non veniva presentato come titolo, ma come qualcosa di dato per scontato. Come se chi scriveva fosse certo che chi leggeva sapesse benissimo a cosa si riferiva. Per Elia era già un indizio: quel nome non era marginale per chi lo usava. Era diventato marginale per il sistema. Aprì il gestionale e partì dal gesto più ovvio. Digitò il nome così com’era scritto nel documento. Niente. Provò con varianti plausibili, errori di ortografia, forme più antiche, trascrizioni pre standardizzazione. Niente anche lì. Il sistema gli restituì sempre la stessa risposta fredda: nessuna corrispondenza. Non gli sembrò nemmeno strano. I database ricordano solo ciò che qualcuno ha deciso di far entrare. Elia passò quindi alla carta, ai registri anteriori alla digitalizzazione, quando la catalogazione era meno rigida e proprio per questo più capace di trattenere le cose. I volumi erano pesanti, rilegati in tela scura, con etichette sbiadite che spesso riportavano intervalli temporali approssimativi. Li aprì con quella cura automatica che, dopo anni, non è più una scelta ma un riflesso. Scorse indici alfabetici, elenchi toponomastici, registrazioni di vie abolite o rinominate. Ogni tanto trovava una correzione a matita, un’aggiunta, una nota scritta in un secondo momento. Nei registri la città era sempre in movimento, come un organismo che cambia forma senza chiedere permesso. I nomi apparivano e sparivano, poi ricomparivano con un dettaglio diverso. Il nome che cercava, però, non compariva mai. Non una volta. Nemmeno per sbaglio. Nessun rimando del tipo già detto, nessuna annotazione su una denominazione in disuso, nessun riferimento a una soppressione formale. Era come se quel nome non fosse mai entrato nel circuito amministrativo. Oppure come se fosse stato tolto con una precisione insolita. Elia si fermò con le mani appoggiate al tavolo. La seconda ipotesi lo irritava più della prima. Le cancellazioni, anche quelle fatte bene, lasciano sempre qualche sbavatura. Un atto non aggiornato, un incrocio dimenticato, una mappa rimasta indietro. Qui, invece, l’assenza era compatta. Pulita. Quasi elegante. Come se non si fosse trattato di rimuovere qualcosa, ma di evitare che entrasse da principio. Decise di spostarsi su un terreno più resistente dei nomi. Aprì i registri catastali storici. I numeri di particella sopravvivono più dei toponimi, almeno per un certo periodo. Anche quando un’area cambia nome, i riferimenti catastali restano a galla, trascinati dalle pratiche, dalle proprietà, dalle successioni. Elia incrociò mappe e dati, confrontò le planimetrie con quelle più recenti, cercò le zone di passaggio. Fu lì che trovò il primo appiglio concreto. Una sequenza di particelle risultava riclassificata in modo strano. Non cancellata, non soppressa, ma redistribuita. Come se un’area fosse stata smembrata e assorbita da quartieri limitrofi senza che la sua identità originaria venisse mai riconosciuta come tale. Una dissoluzione per dispersione, più che una soppressione dichiarata. Lo segnò su un foglio a parte. Non nel sistema, non ancora. Era un dettaglio che aveva bisogno di contesto prima di diventare una nota ufficiale. Poi passò agli atti di manutenzione urbana, quelli minori. Riparazioni, interventi di routine, lavori che non finiscono mai nelle narrazioni pubbliche ma tengono in piedi la città. Quel tipo di documenti spesso dice più del previsto, proprio perché registra ciò che va fatto, non ciò che conviene raccontare. E infatti, scorrendo i registri, trovò voci strane. Descrizioni vaghe, localizzazioni incompiute, formule come area interna, accesso secondario, zona già sistemata. Espressioni che presupponevano un contesto condiviso e che, lette a distanza di decenni, diventavano quasi opache. Il nome mancava, ma l’oggetto degli interventi era abbastanza chiaro: una porzione di città che continuava a richiedere manutenzione anche dopo essere sparita dalle mappe. Quella scoperta lo colpì più delle altre. Non era più solo un vuoto nei registri. Era una presenza operativa. Qualcosa che formalmente non esisteva, ma veniva trattato come se esistesse. E soprattutto veniva trattato come qualcosa su cui spendere. La burocrazia può ignorare molte cose, ma di rado ignora ciò che produce una voce di costo. A quel punto Elia andò a cercare la conferma più “pulita”, almeno in teoria. Le delibere di giunta relative alla toponomastica. Era un ambito che conosceva. I cambi di nome sono sempre accompagnati da motivazioni formali, spesso prolisse. Storia, memoria, politica, celebrazioni. Anche quando la ragione vera è pratica o arbitraria, il testo ufficiale costruisce comunque una spiegazione. Scorrendo gli atti, trovò decine di ridenominazioni. Alcune innocue, altre litigiose. Ma non trovò nulla che giustificasse la sparizione del nome che stava cercando. Nessuna revoca, nessuna sostituzione, nessuna fusione. Niente. Il nome non era stato abolito. Era stato ignorato come se non fosse mai esistito. A quel punto Elia capì che il problema non era più solo archivistico. Era più profondo. Se non esiste un atto che cancella, e non esiste nemmeno una traccia che precede, allora non si tratta di una rimozione. Si tratta di un’esclusione originaria. Si prese una pausa breve, più per lucidità che per stanchezza. Andò alla macchinetta del caffè, che produceva una bevanda tiepida e deludente con una costanza quasi consolante, e tornò al tavolo con il bicchiere in mano. La domanda che gli girava in testa era semplice e fastidiosa: chi aveva deciso che quel nome non dovesse entrare nel linguaggio amministrativo. Nel pomeriggio fece un passo meno ortodosso. Aprì i registri delle corrispondenze interne. Non le comunicazioni ufficiali, ma note di servizio, promemoria, circolari di basso livello. Quelle scritte in fretta, per risolvere problemi pratici, senza preoccuparsi di lasciare una bella traccia. Lì trovò qualcosa. Non il nome, ma il suo sostituto. Formule come zona non denominata, area di competenza non assegnata, settore in sospensione toponomastica. Linguaggio burocratico nel suo stato più puro: parole costruite per coprire un vuoto senza spiegare nulla. Ma bastavano a dire una cosa: qualcuno sapeva. Elia pensò, non senza ironia, che persino l’assenza, quando diventa complicata, pretende una terminologia. Verso sera, con l’archivio quasi vuoto, tornò alla cartella priva di numero. La aprì e rilesse la frase manoscritta che lo aveva colpito nei giorni precedenti: Ciò che non viene richiesto non può essere restituito. Adesso quella frase non suonava più come un aforisma. Aveva un significato pratico. Se il nome non era mai stato richiesto, se non era mai entrato nei circuiti ufficiali, allora non poteva essere restituito nemmeno adesso. Non perché fosse perduto, ma perché non era mai stato riconosciuto come qualcosa che merita di essere richiamato. E lì arrivò la parte che lo mise davvero a disagio. L’amministrazione non aveva dimenticato quel quartiere. Aveva scelto di trattarlo come un luogo che non richiede un nome. E senza un nome, un luogo non rivendica una storia. Non la può nemmeno pretendere. Prima di chiudere, fece un ultimo controllo in un ambito che, in apparenza, c’entrava poco: le pratiche scolastiche. Iscrizioni, trasferimenti, elenchi di residenza. In mezzo a quelle carte trovò un’ulteriore anomalia. Alcuni alunni risultavano provenire da indirizzi incompleti, senza via o numero civico. Indicazioni come zona interna, area non censita. Pochi casi, sì, ma abbastanza da suggerire continuità nel tempo. Elia non provò indignazione, né entusiasmo. Provò qualcosa di più sottile: la sensazione di trovarsi davanti a un sistema che funzionava proprio grazie a ciò che non nominava. Un buco amministrativo con cui tutti, in modi diversi, avevano imparato a convivere. Lo si usava quando serviva, lo si ignorava quando conveniva. Chiuse i registri, spense il computer e aggiornò il diario di lavorazione. Questa volta aggiunse una riga: Verifica toponomastica negativa. Nome assente da tutte le fonti ufficiali. Era una formula neutra, quasi innocua. Ma dietro quella frase c’era una scelta implicita. Continuare significava accettare che l’archivio non è solo un deposito: è anche un dispositivo che decide cosa esiste e cosa no, almeno sul piano formale. Uscì dall’edificio con un pensiero che gli rimase addosso per tutta la sera. Se un luogo può essere cancellato impedendogli di avere un nome, allora forse anche le persone possono essere trattate allo stesso modo. Non con la distruzione, ma con una sottrazione preventiva. Esistenze che non compaiono da nessuna parte. E la cosa peggiore, pensò con un’amarezza quasi stanca, è che non serviva alcuna grande cospirazione. Bastavano molte piccole decisioni, tutte formalmente corrette, archiviate come semplici minuzie burocratiche.

tratto da “Quisquilie Amministrative“, a Marco Delrio story

Il Progetto Quisquilie Amministrative

Quisquilie Amministrative è un progetto narrativo che porto avanti nel corso di quest’anno come esperimento creativo e, al tempo stesso, come osservazione critica del modo in cui oggi si può produrre narrativa. La regola fondante è semplice e intenzionalmente vincolante: l’opera nasce con completa libertà concessa a un’intelligenza artificiale, alla quale viene affidata la generazione del romanzo nella sua interezza, dal titolo alla trama, dalle scene ai dialoghi, fino alle scelte di tono, ritmo e sviluppo.

Il mio intervento umano è ridotto al minimo e resta, per scelta, marginale. Non svolgo il ruolo di coautore nel senso tradizionale: non imposto un canovaccio, non definisco a monte gli snodi principali, non stabilisco un finale, non “guido” i personaggi verso esiti prestabiliti. Il mio input consiste principalmente nel ripulire e rendere più leggibili alcuni passaggi quando la prosa tende all’eccesso di ridondanza, quando la frase risulta appesantita o quando la ripetizione di parole e strutture rischia di rendere il testo meno fruibile. In altre parole: intervengo come filtro minimale di forma, non come architetto della sostanza.

Per la stessa ragione, non mi impegno e non mi impegnerò a correggere incoerenze interne, buchi di trama, salti logici, contraddizioni cronologiche, incongruenze psicologiche dei personaggi o altri difetti che, in un processo editoriale convenzionale, verrebbero individuati e risolti. Se emergeranno plot holes, errori di continuità o scelte discutibili, rimarranno parte del progetto. Non perché li consideri desiderabili in assoluto, ma perché fanno parte dell’esperimento: documentano, in modo trasparente, ciò che accade quando la narrazione viene prodotta da un sistema generativo e l’autore umano accetta di non “salvare” il testo con le correzioni tipiche dell’artigianato editoriale.

Perché farlo

Questo progetto nasce da una curiosità precisa, che è anche una presa di posizione: capire cosa succede quando l’autorialità viene deliberatamente spostata. Non si tratta di dimostrare che una macchina “scrive meglio” o “scrive peggio”, né di mettere in scena un finto scandalo. L’obiettivo è osservare l’emergere di una voce narrativa che non è la mia, e farlo senza la tentazione di addomesticarla. Voglio vedere quali soluzioni si presentano, quali ossessioni ritornano, quali scorciatoie vengono prese, quali intuizioni sorprendono e quali invece tradiscono i limiti del mezzo.

In un certo senso, Quisquilie Amministrative è un laboratorio. Non un laboratorio tecnico, ma un laboratorio di lettura e di responsabilità: cosa significa “firmare” un testo che non è stato scritto con la mia mano, ma che io scelgo di pubblicare, presentare o condividere? Qual è il confine tra curare e controllare? E quanto della nostra idea di romanzo dipende davvero dalla coerenza assoluta, dall’assenza di errori, dalla continuità perfetta, e quanto invece dipende dall’energia di una storia, dalla sua capacità di generare immagini, tensione, atmosfera, persino inciampi significativi?

Accetto anche l’eventualità che il progetto produca risultati irregolari. Anzi: l’irregolarità è parte della sua sincerità. Non voglio costruire l’illusione di una perfezione che non esiste. Se questo esperimento ha valore, lo ha proprio perché espone il processo e non soltanto il prodotto, perché mostra l’impronta delle sue decisioni automatiche, i suoi scarti, le sue ripetizioni, i suoi improvvisi lampi e le sue inevitabili debolezze.

Cosa aspettarsi dal testo

Chi legge dovrebbe considerare questo romanzo come un’opera che nasce da un patto diverso rispetto al patto tradizionale tra autore e lettore. Non promette coerenza assoluta. Non garantisce “pulizia” narrativa nel senso canonico. Potrà essere più digressivo del previsto, potrà inciampare su dettagli che non tornano, potrà cambiare intensità o direzione con una naturalezza non sempre motivata. Potrà inoltre contenere passaggi che risultano volutamente “troppo” o “poco”: troppo insistiti, troppo rapidi, troppo spiegati, oppure, al contrario, lasciati sospesi.

L’unico criterio costante è l’aderenza al metodo: generazione ampia e libera da parte dell’intelligenza artificiale, intervento umano ridotto alla manutenzione minimale del testo, senza riscrittura strutturale e senza correzione dei difetti di trama.

Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale

Per correttezza verso chi legge, dichiaro esplicitamente che una parte sostanziale della scrittura di Quisquilie Amministrative è generata tramite intelligenza artificiale. Questo non viene nascosto né attenuato, e non vuole essere spacciato per altro. Al contrario: il progetto esiste proprio perché tale scelta sia visibile, dichiarata, discutibile se necessario.

Aggiungo anche un’ulteriore trasparenza: questo stesso disclaimer è stato scritto in parte con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Ho impostato le linee guida e ho richiesto un testo esteso, chiaro e completo, poi ho potuto intervenire marginalmente per adattarne tono e precisione. Inserire questa informazione è coerente con lo spirito del progetto: se l’esperimento riguarda l’autorialità, allora anche le note che lo incorniciano devono esporsi allo stesso metodo, almeno in parte.

Responsabilità e limiti

Mi assumo la responsabilità editoriale del fatto che questo testo venga proposto come progetto e come lettura. Mi assumo la responsabilità della scelta metodologica e del contesto in cui l’opera viene presentata. Ciò non significa che ogni singola frase rispecchi intenzioni, opinioni o esperienze personali: la generazione automatica può produrre enunciati, interpretazioni o rappresentazioni che non coincidono con la mia visione. Per questo invito il lettore a non attribuire automaticamente all’autore umano ogni affermazione presente nel testo, soprattutto quando essa appare come generalizzazione, giudizio, descrizione socio politica o valutazione morale.

Allo stesso tempo, non userò l’intelligenza artificiale come alibi per deresponsabilizzarmi. Se nel testo dovessero emergere contenuti inappropriati o lesivi, la responsabilità di averli lasciati circolare resta mia, perché sono io a scegliere cosa pubblicare, cosa condividere e cosa tenere nel cassetto. L’esperimento non giustifica tutto. Delimita, però, il campo: questo romanzo non nasce con l’obiettivo di offrire una ricostruzione impeccabile o un’argomentazione definitiva, ma di raccontare cosa succede quando si accetta la libertà generativa come motore principale.

Un invito alla lettura

Chi entra in Quisquilie Amministrative è invitato a farlo con curiosità e con una disponibilità diversa: non tanto a “controllare” il testo, quanto a seguirne l’andamento, a registrare le sue scelte, a notare dove funziona e dove scivola. Se in alcuni punti il romanzo appare una macchina che tenta di sembrare umana, in altri potrebbe essere, paradossalmente, più umano proprio perché imperfetto: perché eccede, perché inciampa, perché insiste, perché cambia idea.

Questo progetto nasce anche per una ragione personale e semplice: mi interessa la narrativa come processo, non solo come risultato. Mi interessa il modo in cui una storia si forma, come prende direzione, come si contamina di errori, ripetizioni e improvvise intuizioni. Mi interessa osservare fino a che punto la “voce” di un romanzo è frutto di controllo e fino a che punto nasce, invece, dal caos di tentativi successivi.

Quisquilie Amministrative è quindi, insieme, un romanzo e un esperimento. Un testo e una domanda aperta. E questo disclaimer, che in parte ho scritto io e in parte è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è il modo più diretto per dichiarare il patto: ciò che leggerai non promette perfezione. Promette sincerità del metodo. E si assume, fino in fondo, le conseguenze.

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