Crepavano i rami, sudando resìna,
E ‘l gambo stillava da zolla consunta,
Spigava la mane tra mota e ravìna,
Che parve, al core, l’aurora disgiunta.

[…]
S’inarca dal cornicato un lembo tarlato, spruzzato di muffigrana — ch’era, o parve, un tralcio scordito d’arredo. Né intelaiatura, né riparo, ma cornice stinta d’un tempo infrascato, dove ‘l chiaro venia da guizzi non celesti, bensì da trasudati di vernice scrostrata.Un infisso vetrino — bisunto, sbilenco — sfiata all’inforza un morso d’aria sfiocca, e ‘l battivalle scroscia d’un suono sì stracco che pare soffiato da bocca senz’alveolo.
In basso, ‘n canton di pietra sbrecciata, ristagna l’imprenta d’un solco che fu. Non vi si legge passo, ma calco d’ossa disfisse, forse piede, forse greggio, o solo l’orlo d’un vello lasciato da cosa senz’ombra.
S’aggroviglia a lato un guinzaglio stremato, non più congiunto a vita né a spira — ma pur sempre lì, col fregio del nodo, che più che tenere, pare ricordar.
Nulla si muove. Ma ogni cosa resuda. E ciò basta.
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