Victoria
Il silenzio aleggiò alcuni momenti. Dal piano di sopra arrivò il rumore di una porta che si chiudeva. Un ascensore si mosse minaccioso con un ronzio metallico singhiozzante. Winston sentì che i secondi stavano passando in una maniera differente. Non nella velocità, nel peso che avevano. Erano densi. Spessi.
«Non ti sto chiedendo di provare a risolvere tutti i casini adesso…» aggiunse Winston, deglutendo forte, prima di continuare. «Solo… di non andartene vià così, come prima…» Victoria fece un mezzo passo indietro, appoggiando la schiena al portone chiuso. «Io non sto andando via, Winston, sto entrando in casa.» Winston annuì con una smorfia. «Lo so, Vicky.»
«E allora, perché sei qui?» chiese lei. La domanda era diretta e affilata, e non lasciava spazio a risposte evasive. Winston lo sapeva, e inspirò. Avrebbe potuto dire molte cose: che aveva bisogno di tempo, che si sentiva un po’ frastornato da come si era risolta quella sera fino ad allora, che teneva a lei, e tanto. Tutte frasi vere. Tutte frasi insufficienti.
«Perché quando mi sono girato prima, quando hai girato l’angolo che ti eri fermata… io mi son girato e ho iniziato a camminare…» cercava di scandire bene le parole del primo ragionamento sensato che gli sembrava di aver partorito in giornata; «…e ho capito che stavo facendo la cosa che faccio sempre…». Victoria lo osservava incuriosita e con un quasi impercettibile cenno del capo verso di lui, gli dipinse un interrogativo per spingerlo a continuare.
«….stavo evitando.» Gli occhi del ragazzo ora fissavano le scarpe come se un’incudine fosse appesa al naso. «E, per una volta, non volevo farlo.»
Victoria giocherellava con le chiavi nella borsa, senza tirarle fuori, mentre nella testa processava le parole del ragazzo.
«Questo non cambia molto quello che c’è stato fino a oggi, Win, che c’è stato fino a poco fa…»
«No.» ammise Winston frettolosamente «No, assolutamente, ma cambia quello che faccio adesso, no?»
Victoria lo guardò a lungo, stavolta. Winston non riusciva a scrutare indulgenza in nessuno dei micro-movimenti del volto della ragazza.
«Adesso non basta…» gli scaraventò lei addosso.
Victoria fece un respiro profondo che sapeva di punto e a capo prima di estrarre le chiavi dalla borsa e aggiungere « È tardi.»
Winston annuì con un mezzo sorriso. La guardò mentre infilava le chiavi nella serratura, il portone si aprì con un boato secco che echeggiò nella strada vuota. Victoria si fermo a metà, con una mano che teneva a porta e un piede già oltre lo scalino. Si voltò verso di lui e lo imitò in quel mezzo sorriso agrodolce.
«Non rincorrermi se poi non sai restare.»
La frase non sapeva di minaccia o di rimprovero, quanto di constatazione e, forse, sotto sotto, di sfida. O, perlomeno, così a Winston piacque pensare.
«Non…» iniziò lui. «Buonanotte, Winston.» lo spense lei.
«Notte.» aggiunse a mezza voce Winston.
La porta si richiuse con violenza alle spalle della ragazza. Winston non seppe come muoversi. Aveva la sensazione di aver attraversato qualcosa, certo, ma ancora non sapeva bene cosa. Sapeva che di lì a qualche minuto avrebbe avuto tasche piene di tutte le frasi che non era riuscito nemmeno a pensare. Fece un passo indietro, poi un altro, si voltò e si allontanò dal portone con l’andatura più lenta che avesse mai avuto in tutta la sera.
Per la prima volta da mesi, Victoria gli mancava davvero, ora.
tratto da “Qwory“, a Marco Delrio & Vox Lupi project

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