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Quisquilie Amministrative 4

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Le fotografie hanno questa fama di oggetti affidabili. Rassicurano perché sembrano fissare qualcosa che altrimenti scorrerebbe via: un istante trattenuto, inchiodato alla carta, sottratto alle incertezze della memoria. In archivio, più che altrove, questa fiducia diventa quasi un riflesso condizionato. Un’immagine è una prova. O, almeno, lo è finché non si presenta una ragione valida per metterla in discussione. Elia Vorn aveva convissuto a lungo con questa convinzione senza mai avvertirne il peso. Le fotografie nei fascicoli comunali servivano a confermare ciò che era già noto: uno stato dei luoghi, una modifica, una demolizione, una costruzione. Erano supporti, non domande. Quelle contenute nella cartella senza numero, invece, facevano l’opposto. Non chiarivano nulla. Aggiungevano attrito. Decise di dedicarvi un’intera giornata. Non lo scrisse da nessuna parte. Non avvisò colleghi o superiori. Si limitò a spostare alcune priorità, come accade spesso negli uffici quando l’urgenza non è formulabile senza sembrare ridicola. “Devo guardare delle fotografie” non giustifica uno scarto procedurale. Suona come un capriccio, o come una perdita di tempo mal mascherata. Portò la cartella sul tavolo più grande della sala di consultazione. Avvicinò una lampada orientabile, ne regolò l’inclinazione, si tolse l’orologio e lo infilò in tasca. Non per scaramanzia. Piuttosto per evitare che il tempo, in quel contesto, diventasse troppo invadente. Estrasse le fotografie una alla volta e le dispose in fila, lasciando tra ciascuna uno spazio regolare. Le contò. Erano sette. Non abbastanza poche da sembrare casuali, non abbastanza molte da costituire un corpus esaustivo. Un numero che suggeriva una scelta. La carta era di qualità superiore a quella normalmente utilizzata negli uffici comunali dell’epoca. Non erano stampe d’autore, ma nemmeno semplici documentazioni tecniche. Qualcuno le aveva scattate con attenzione, e qualcun altro aveva deciso che valesse la pena stamparle bene. La prima immagine, già vista più volte, mostrava una strada stretta, pavimentata in modo irregolare. Case basse ai lati, due piani al massimo, finestre ampie, nessuna grata. Niente balconi, nessuna insegna leggibile. L’insieme restituiva un’impressione di sobrietà funzionale, quasi ostinata. Una strada pensata per essere attraversata ogni giorno, non per finire in una fotografia. Elia prese la lente d’ingrandimento. La usava di rado, più per abitudine che per reale necessità. Esaminò le ombre, la grana, i margini. La luce arrivava da un’angolazione bassa, suggerendo un mattino o un tardo pomeriggio. Nulla di anomalo. Eppure l’immagine non si chiudeva. C’era una discrepanza lieve, difficile da isolare, tra ciò che prometteva e ciò che concedeva. La seconda fotografia mostrava un incrocio. Due strade che si incontravano senza segnaletica. Nessun cartello, nessuna precedenza indicata. Al centro, un lampione semplice, privo di ornamenti. Elia riconobbe il modello. Ne aveva visti altri in città, ma sempre come resti, elementi sopravvissuti a successive sostituzioni. Qui, invece, il lampione appariva nuovo, perfettamente integrato. Seguendo l’ombra proiettata dal palo, Elia avvertì il primo sospetto concreto. La direzione non coincideva con quella che avrebbe dovuto avere, tenendo conto dell’orientamento delle strade. Non era un errore grossolano. Pochi gradi. Un dettaglio che nessuno avrebbe notato senza cercarlo. Ma sufficiente a incrinare la geometria complessiva. La terza fotografia ritraeva un cortile interno. Uno spazio rettangolare, delimitato da edifici simili tra loro. Al centro, una panchina. Nessuna persona. Nessun segno di incuria. Il cortile sembrava in attesa. Come se l’assenza umana fosse una scelta, non una coincidenza. Elia si soffermò più a lungo su questa immagine. La disposizione degli edifici gli ricordava qualcosa. Non un luogo preciso, ma un principio compositivo. Una modularità che aveva visto altrove, in quartieri costruiti nello stesso periodo, ma mai applicata in quel modo. Come se un modello noto fosse stato ruotato di qualche grado, reso autonomo. La quarta fotografia era quella che gli dava più fastidio. Mostrava una facciata con un’insegna. Le lettere erano parzialmente leggibili, ma mai abbastanza da permettere una lettura certa. Elia provò a completarle mentalmente. Ogni tentativo produceva una parola diversa. Nessuna funzionava davvero. L’insegna sembrava progettata per sottrarsi alla lettura, pur mantenendo l’aspetto di un testo. Si concesse un pensiero ironico. Un’insegna perfetta per un quartiere che non vuole essere chiamato per nome. Avvicinando la lente, notò un altro dettaglio. Le lettere non erano consumate in modo uniforme. Alcune risultavano più usurate, come se fossero state toccate più spesso. Un’abitudine strana. Nessuno tocca le lettere di un’insegna senza motivo. A meno che non stia controllando che siano ancora lì. La quinta fotografia mostrava un tratto di strada più ampio, forse un accesso. Sullo sfondo si intravedeva un edificio più alto, probabilmente industriale. Elia ne riconobbe la sagoma. Un vecchio magazzino portuale, ufficialmente demolito negli anni Ottanta. Eppure, nella fotografia, appariva integro, senza segni di abbandono. Non era impossibile. Le demolizioni sono spesso precedute da lunghi periodi di inattività. Ma l’assenza totale di degrado restava difficile da spiegare. Annotò mentalmente una prima incongruenza temporale. Nulla di definitivo. Più un’avvisaglia. La sesta fotografia era la più ambigua. Un gruppo di persone, riprese di spalle. Tre adulti e una figura più piccola, probabilmente un bambino. Camminavano lungo una strada che Elia riconobbe come parte dello stesso quartiere. L’abbigliamento era sobrio, privo di elementi facilmente databili. Nulla di vistoso. Eppure qualcosa non tornava. Osservò le posture, le distanze tra i corpi, il modo in cui la figura più piccola restava leggermente defilata. Era una disposizione che aveva visto altre volte. Non negli archivi, ma nella vita quotidiana. Persone che camminano insieme senza condividere lo stesso ritmo. Unite da una direzione comune, non da un passo sincronizzato. La settima fotografia offriva una visione più ampia. Il quartiere visto dall’alto, o da una posizione rialzata. Non abbastanza da essere una ripresa aerea, ma sufficiente per coglierne l’insieme. Elia rimase colpito dalla coerenza dell’impianto. Strade, volumi, spazi comuni. Tutto sembrava progettato come un sistema chiuso, autosufficiente. Fu lì che la sensazione di scarto temporale si fece più netta. Il quartiere non apparteneva a un’epoca precisa. Non era abbastanza antico da precedere i grandi piani urbanistici del Novecento, ma nemmeno abbastanza recente da rifletterne le rigidità. Sembrava costruito in un tempo laterale. Un tempo che aveva preso elementi da decenni diversi, senza aderire del tutto a nessuno. Elia si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi per qualche secondo. Non per stanchezza. Per rimettere ordine. Le fotografie non erano false. Non c’erano segni di manipolazione. La grana, l’esposizione, la carta: tutto coerente con una produzione analogica dell’epoca suggerita dai verbali. Eppure ciò che mostravano non trovava posto nella storia documentata della città. Era come se fossero state scattate in un luogo reale, ma in un momento che non coincideva con nessuna fase registrata. Riprese la lente ed esaminò i margini. Alcune fotografie erano state tagliate a mano, altre rifilate con maggiore precisione. Nessuna riportava date, timbri di laboratorio, indicazioni di provenienza. Un’assenza insolita. I fotografi professionisti lasciano quasi sempre una traccia. Qui, invece, l’anonimato sembrava parte del disegno. Decise di confrontarle con fotografie ufficiali dello stesso periodo. Le dispose accanto. Il contrasto rese l’incoerenza ancora più evidente. Le immagini d’archivio erano dense di segnali temporali: automobili riconoscibili, abiti databili, cartellonistica, arredi urbani. Quelle del quartiere assente, al contrario, sembravano aver eliminato ogni riferimento superfluo. Come se qualcuno avesse deliberatamente evitato tutto ciò che avrebbe potuto inchiodarle a un’epoca. Elia avvertì un disagio sottile. Non paura. Piuttosto la sensazione che il tempo, di solito affidabile, avesse smesso di collaborare. Pensò che, se avesse mostrato quelle fotografie a una commissione, la discussione si sarebbe arenata sui dettagli sbagliati. Qualcuno avrebbe parlato di stile, qualcun altro di approssimazione. Nessuno avrebbe usato la parola giusta. Non per malafede, ma per mancanza di strumenti. Il problema non era che le fotografie fossero fuori dal tempo. Era che sembravano appartenere a un tempo che non era mai stato registrato. Nel primo pomeriggio fece un esperimento semplice. Prese la fotografia del cortile e immaginò che fosse stata scattata dieci anni prima rispetto alla data suggerita dai verbali. Poi dieci anni dopo. In entrambi i casi qualcosa non funzionava. Troppo moderna per il passato, troppo arcaica per il futuro. L’immagine resisteva allo spostamento. Ripeté l’esercizio con le altre. Il risultato non cambiò. Arrivò così a una conclusione provvisoria: le fotografie non documentavano una fase transitoria. Mostravano una condizione stabile, ma isolata. Un quartiere che non evolveva secondo le stesse dinamiche del resto della città. Un luogo che, una volta costituito, sembrava aver scelto di sottrarsi al divenire. Per un archivista, l’idea di una stabilità fuori cronologia è profondamente destabilizzante. L’archivio vive di sequenze, di prima e dopo, di cause ed effetti. Un oggetto che non si lascia collocare manda in crisi l’intero sistema. Nel tardo pomeriggio, Elia rimise le fotografie nella cartella, ma non nello stesso ordine. Non per confondere eventuali controlli, ma per verificare una sensazione. Cambiando la sequenza, l’insieme perdeva coerenza. Era un dettaglio rivelatore. Quelle immagini erano state disposte con un’intenzione precisa. Ripristinò l’ordine originale e chiuse la cartella. Si rese conto, in quel momento, di aver superato una soglia. Non stava più cercando di collocare dei documenti. Stava tentando di comprendere un luogo che si sottraeva alla collocazione stessa. Prima di uscire, tornò a osservare la fotografia con le figure di spalle. Ebbe l’impressione, breve ma insistente, che una delle sagome fosse leggermente diversa da come la ricordava. Non seppe dire in cosa. Forse nell’inclinazione della testa. Forse nella distanza dagli altri. Scacciò il pensiero. Le fotografie non cambiano. Cambia lo sguardo. Uscì dall’archivio con una certezza nuova e poco rassicurante: quel quartiere non era soltanto assente dalle mappe. Era fuori sincrono rispetto alla città. E le fotografie, invece di offrire prove, funzionavano come indizi di qualcosa di più profondo. Per la prima volta da quando aveva aperto la cartella, Elia non si chiese se ciò che stava osservando fosse reale. Si chiese se la realtà, così come l’aveva sempre intesa, fosse un criterio sufficiente per contenerlo.

tratto da “Quisquilie Amministrative“, a Marco Delrio story


Il Progetto Quisquilie Amministrative

Quisquilie Amministrative è un progetto narrativo che porto avanti nel corso di quest’anno come esperimento creativo e, al tempo stesso, come osservazione critica del modo in cui oggi si può produrre narrativa. La regola fondante è semplice e intenzionalmente vincolante: l’opera nasce con completa libertà concessa a un’intelligenza artificiale, alla quale viene affidata la generazione del romanzo nella sua interezza, dal titolo alla trama, dalle scene ai dialoghi, fino alle scelte di tono, ritmo e sviluppo.

Il mio intervento umano è ridotto al minimo e resta, per scelta, marginale. Non svolgo il ruolo di coautore nel senso tradizionale: non imposto un canovaccio, non definisco a monte gli snodi principali, non stabilisco un finale, non “guido” i personaggi verso esiti prestabiliti. Il mio input consiste principalmente nel ripulire e rendere più leggibili alcuni passaggi quando la prosa tende all’eccesso di ridondanza, quando la frase risulta appesantita o quando la ripetizione di parole e strutture rischia di rendere il testo meno fruibile. In altre parole: intervengo come filtro minimale di forma, non come architetto della sostanza.

Per la stessa ragione, non mi impegno e non mi impegnerò a correggere incoerenze interne, buchi di trama, salti logici, contraddizioni cronologiche, incongruenze psicologiche dei personaggi o altri difetti che, in un processo editoriale convenzionale, verrebbero individuati e risolti. Se emergeranno plot holes, errori di continuità o scelte discutibili, rimarranno parte del progetto. Non perché li consideri desiderabili in assoluto, ma perché fanno parte dell’esperimento: documentano, in modo trasparente, ciò che accade quando la narrazione viene prodotta da un sistema generativo e l’autore umano accetta di non “salvare” il testo con le correzioni tipiche dell’artigianato editoriale.

Perché farlo

Questo progetto nasce da una curiosità precisa, che è anche una presa di posizione: capire cosa succede quando l’autorialità viene deliberatamente spostata. Non si tratta di dimostrare che una macchina “scrive meglio” o “scrive peggio”, né di mettere in scena un finto scandalo. L’obiettivo è osservare l’emergere di una voce narrativa che non è la mia, e farlo senza la tentazione di addomesticarla. Voglio vedere quali soluzioni si presentano, quali ossessioni ritornano, quali scorciatoie vengono prese, quali intuizioni sorprendono e quali invece tradiscono i limiti del mezzo.

In un certo senso, Quisquilie Amministrative è un laboratorio. Non un laboratorio tecnico, ma un laboratorio di lettura e di responsabilità: cosa significa “firmare” un testo che non è stato scritto con la mia mano, ma che io scelgo di pubblicare, presentare o condividere? Qual è il confine tra curare e controllare? E quanto della nostra idea di romanzo dipende davvero dalla coerenza assoluta, dall’assenza di errori, dalla continuità perfetta, e quanto invece dipende dall’energia di una storia, dalla sua capacità di generare immagini, tensione, atmosfera, persino inciampi significativi?

Accetto anche l’eventualità che il progetto produca risultati irregolari. Anzi: l’irregolarità è parte della sua sincerità. Non voglio costruire l’illusione di una perfezione che non esiste. Se questo esperimento ha valore, lo ha proprio perché espone il processo e non soltanto il prodotto, perché mostra l’impronta delle sue decisioni automatiche, i suoi scarti, le sue ripetizioni, i suoi improvvisi lampi e le sue inevitabili debolezze.

Cosa aspettarsi dal testo

Chi legge dovrebbe considerare questo romanzo come un’opera che nasce da un patto diverso rispetto al patto tradizionale tra autore e lettore. Non promette coerenza assoluta. Non garantisce “pulizia” narrativa nel senso canonico. Potrà essere più digressivo del previsto, potrà inciampare su dettagli che non tornano, potrà cambiare intensità o direzione con una naturalezza non sempre motivata. Potrà inoltre contenere passaggi che risultano volutamente “troppo” o “poco”: troppo insistiti, troppo rapidi, troppo spiegati, oppure, al contrario, lasciati sospesi.

L’unico criterio costante è l’aderenza al metodo: generazione ampia e libera da parte dell’intelligenza artificiale, intervento umano ridotto alla manutenzione minimale del testo, senza riscrittura strutturale e senza correzione dei difetti di trama.

Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale

Per correttezza verso chi legge, dichiaro esplicitamente che una parte sostanziale della scrittura di Quisquilie Amministrative è generata tramite intelligenza artificiale. Questo non viene nascosto né attenuato, e non vuole essere spacciato per altro. Al contrario: il progetto esiste proprio perché tale scelta sia visibile, dichiarata, discutibile se necessario.

Aggiungo anche un’ulteriore trasparenza: questo stesso disclaimer è stato scritto in parte con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Ho impostato le linee guida e ho richiesto un testo esteso, chiaro e completo, poi ho potuto intervenire marginalmente per adattarne tono e precisione. Inserire questa informazione è coerente con lo spirito del progetto: se l’esperimento riguarda l’autorialità, allora anche le note che lo incorniciano devono esporsi allo stesso metodo, almeno in parte.

Responsabilità e limiti

Mi assumo la responsabilità editoriale del fatto che questo testo venga proposto come progetto e come lettura. Mi assumo la responsabilità della scelta metodologica e del contesto in cui l’opera viene presentata. Ciò non significa che ogni singola frase rispecchi intenzioni, opinioni o esperienze personali: la generazione automatica può produrre enunciati, interpretazioni o rappresentazioni che non coincidono con la mia visione. Per questo invito il lettore a non attribuire automaticamente all’autore umano ogni affermazione presente nel testo, soprattutto quando essa appare come generalizzazione, giudizio, descrizione socio politica o valutazione morale.

Allo stesso tempo, non userò l’intelligenza artificiale come alibi per deresponsabilizzarmi. Se nel testo dovessero emergere contenuti inappropriati o lesivi, la responsabilità di averli lasciati circolare resta mia, perché sono io a scegliere cosa pubblicare, cosa condividere e cosa tenere nel cassetto. L’esperimento non giustifica tutto. Delimita, però, il campo: questo romanzo non nasce con l’obiettivo di offrire una ricostruzione impeccabile o un’argomentazione definitiva, ma di raccontare cosa succede quando si accetta la libertà generativa come motore principale.

Un invito alla lettura

Chi entra in Quisquilie Amministrative è invitato a farlo con curiosità e con una disponibilità diversa: non tanto a “controllare” il testo, quanto a seguirne l’andamento, a registrare le sue scelte, a notare dove funziona e dove scivola. Se in alcuni punti il romanzo appare una macchina che tenta di sembrare umana, in altri potrebbe essere, paradossalmente, più umano proprio perché imperfetto: perché eccede, perché inciampa, perché insiste, perché cambia idea.

Questo progetto nasce anche per una ragione personale e semplice: mi interessa la narrativa come processo, non solo come risultato. Mi interessa il modo in cui una storia si forma, come prende direzione, come si contamina di errori, ripetizioni e improvvise intuizioni. Mi interessa osservare fino a che punto la “voce” di un romanzo è frutto di controllo e fino a che punto nasce, invece, dal caos di tentativi successivi.

Quisquilie Amministrative è quindi, insieme, un romanzo e un esperimento. Un testo e una domanda aperta. E questo disclaimer, che in parte ho scritto io e in parte è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è il modo più diretto per dichiarare il patto: ciò che leggerai non promette perfezione. Promette sincerità del metodo. E si assume, fino in fondo, le conseguenze.

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