Scatta ‘l pendìolo più greve ch’or pria,
Gracchia ‘l tavolato a mente disfatta,
Calcami ‘l vano, riguardo la via,
E pur aspetto, ché bussar non tratta.
[…]
L’invetriato non crepita, né ‘l ciglio d’anta s’arma. È più un mordersi interno, com’una brama che non osa nomarsi — ché ‘l passo, se pur giunse, non calcò soglia, ma restò lì, adombrato da sé. Nell’abbaino più cieco, l’ora si sfalda: pareva tempo, ma fu posa di vetro, stinto rimasuglio d’un istante disfatto. Sotto ‘l fregio sbrecciato, là dov’un tempo s’accalcavan dita a squarciar lettere, veggo ora solo la spora del tocco: un’ombra che non fu mai gesto. Strano com’ancora non si sappia attendere, ché ‘l bussare fu atto, non moto; fu manco d’assenza, non d’arrivo. E in tale sfregio d’abitudine, restai — ma non vi ero.
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