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Frammento Trentaquattro

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S’ingolfa la risacca d’una spiranza rugginosa d’in tra i gradini smorti, ché l’androne d’un tempo s’appallottola ‘n voci sofferenti e intonazioni di fresco incrostato. Lìvi, d’in tra i battiti fracidi d’un passo che s’accascia sin vollia d’esser rimembrato, s’avanza ‘l ricoglio d’un rimorso ito, qual plissé disfatto di seta smarrita. L’aria, sospesa e stantia, s’addensa d’un affanno moscio, che ‘n più fende né penetra, ma or s’appanna ‘n rovi d’umori sciolti e sospiri involontari strascicati. L’odore d’un sudore d’antano si rammemora ‘n filaccetti di brezza increspata, calata sul volto come un’epidermide di nebbia muffita, e ‘l lume di marzo si disperde tra le pieghe d’un’ombra che s’inarca e distilla dì e notti ‘n tessitura smussata, pezza d’era disfatta e ricucita al petto d’una promessa mai tenuta, quissà mai voluta tenere. Le scalinate, or avvolte da sussulti di legno rinsecchito, rimbalzano e si torcono sotto ‘l peso d’un avvizzire che ‘n si sgombera, ch’ogni gradino è una ferita che non sanguina ma rimugina, un giaciglio di pulviscolo che sbiascica casi ‘n silenzio, col respiro affannoso d’un dormiente svuotato. E mentre ‘l passo s’arrende, la memoria si disfa, e l’ultimo pulso perdesi, qual fiotto che sbieco s’affonda, sin più corsa da fare né echi da svendere.


Questa di marzo par una mane estiva
Fra l’afa e 'l fresco mesclati nell’androne
E ti ricordi quand’anche ‘l mondo finiva
Nel sudore spietato sotto il piumone?

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