18/01/1926 – ore 20:55
Scorrere tra l’appunti sparsi pe’ tentare d’inserirli ‘n la cronistoria di codesti diari ha i suo’ vantaggi e le sue sfortune. Vi sono parecchi frammenti de’ giorni iti ch’han rigenerato alcuni profumi e visioni con quella litania nostalgica alquanto piacevole e confortevolmente triste, di quell’echi ch’han di che rammentare l’ottimismo ingiustificato che esige parola all’incipire di tante albe. Vi sarebbe di che custodirli ‘n qualche taschella differente p’usufruirne ne’ mani uggiose. La sfortuna, talvolta, di contro, è la d’aver di che tornare sull’entrate iscritte com’esorcismo delle pene – sopra di tutto quelle di cuore, ormai s’è compreso – e inseguire colle memorie i mesi nel tentativo di dar a tali appunti una dimora nel tempo coerente coll’altri che già v’abitano. Oi non ho concluso altro. L’intera mane e l’intero meriggio – un brandello del vespro inoltre – sono stati dedicati allo spulcio assiduo dell’interminabili pile di carte che conservo qua ellà pei quarti. Ne ho profittato, chiaramente, pe’ continuare alcune delle liriche e de’ romanzetti ch’ho introdotto ne’ mie’ progetti col finire dell’anno scorso. Vesto sempre un quesito quan vèdomi a utilizzare i dì sulle parole e null’altro: v’è uno scopo altruistico ‘n tutto questo? Ben chiaro sia che ‘n intendo tali diari, già ne ho discusso molto riguardo quanto creda che tali raccolte siano benefiche per Arthur e Arthur solo, oltre modo s’ì considero la mia riluttanza ad una versione pubblica. Mi rivolgo alle carmeniche, le divagazioni criptiche ‘n rima, l’esperimenti colla grammatica e l’iposintassi, le novelle sin morali o alcunché di che dire. Quissà pur codeste fanno parte del regime di apprendimento e affinatura delle mie capacità artistiche. D’altronde, la mia avversione alla pubblicazione e alla pubblicità dei libercoli ormai alla mercé della folla riflette tale altalenante fiducia nella mia, azzardiamo, autostima, quando tràttasi di godere de’ frutti del mio scribacchiare. Non ch’ì mi sollazzi ne’ sporadici complimenti e augurii, per quanto rari e non sollecitati – o proprio perché tali. Vi è tuttavia uno spicchio del mio ser ch’ancora percepisce la propria identità com’un appena decenne, un qualché ch’ho imparato a riconoscere parecchio nell’altri individui maschili. Par che vi sia un riflesso ineluttabile da fanciullo ‘n ogni decisione attuata dell’altri ch’ho incipito a riconoscere pur nel mio comprendermi e agire. M’evito d’etichettarlo com’un difetto, per chiaro, ma solamente se didietro v’è la consapevolezza, anche minima e latente, di tal condizione. Ì vo’ rendendomene conto ogniddì, oramai, e proprio tale costante conflitto colle parti infantili e infantilistiche mi stanno arenando oltre la sponda meno irrazionale e indulgente, quest’ultima chiaro faro ch’indica succitata condizione. Rimembro volentieri ch’è ben possibile venir grandi sin maturare, invecchiare sin venir grandi e maturare sin invecchiare. Ì voglio far tutt’e tre.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”
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