Quisquilie Amministrative 2

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Nel lavoro d’archivio esistono giornate che scorrono senza lasciare traccia. Non producono attrito, non sollevano domande, non costringono a rivedere nulla. Semplicemente passano, occupando il loro spazio nel calendario come certi atti amministrativi minori: indispensabili al funzionamento generale, del tutto irrilevanti per chi li maneggia. Elia aveva imparato a riconoscerle e, per molto tempo, le aveva considerate una forma di equilibrio. Forse persino di fortuna. Il fascicolo rinvenuto il giorno precedente non apparteneva a quel tipo di giornata. Non per ciò che conteneva. Non c’erano nomi noti, episodi clamorosi, decisioni capaci di spostare assetti o riscrivere storie locali. L’anomalia stava altrove. In una discrezione tenace, in una sottrazione più che in una presenza. Era una cartella che sembrava esistere malgrado il sistema, non per effetto di esso. Elia, quella mattina, non la riprese subito in mano. Al contrario, si attenne a una disciplina quasi esibita. Smaltì le richieste arretrate, ricollocò alcuni fascicoli rientrati da una consultazione esterna, verificò che le scansioni del giorno prima fossero state nominate secondo la convenzione corretta. Tutto con la precisione consueta, ma con una lieve variazione interna, difficile da isolare. Come se una parte dell’attenzione fosse rimasta altrove, occupata da qualcosa che non aveva ancora preso forma. La burocrazia ha un ritmo proprio e mal sopporta le deviazioni. Ogni ufficio è un organismo che si nutre di procedure, circolari, modulistica aggiornata e subito contraddetta. Elia lo sapeva bene. Per anni aveva osservato l’amministrazione comportarsi non tanto come un apparato razionale, quanto come un sistema nervoso diffuso, capace di reagire a stimoli minimi con riflessi sproporzionati. In archivio, questo si traduceva in richieste preventive, note integrative, precisazioni superflue il cui unico scopo era dimostrare che qualcuno, da qualche parte, stava controllando. Non importava cosa. Importava il controllo. Elia aveva sviluppato un rispetto distaccato per quel meccanismo. Non lo giudicava e non lo difendeva. Lo osservava, come si osserva una struttura collettiva complessa, riconoscendone le regole interne ed evitando interventi inutili. Quando, a metà mattina, decise di tornare sulla cartella non numerata, lo fece con metodo. Non la portò alla scrivania principale, ma su uno dei tavoli di consultazione, quelli destinati ai materiali che richiedono tempo e spazio. Era una scelta pratica, ma non solo. Alcuni documenti, per essere compresi, devono essere sottratti alla routine. Aprì la cartella lentamente, come se stesse verificando qualcosa di già noto. Le carte all’interno seguivano un ordine che non corrispondeva a nessuno standard ufficiale, ma che non poteva dirsi casuale. Fotografie, poi verbali, poi planimetrie. Prima l’immagine, poi il commento, infine la giustificazione tecnica. Una sequenza più narrativa che amministrativa, che avrebbe irritato qualsiasi revisore. Elia registrò mentalmente il dettaglio. Non lo annotò. Non ancora. La prima fotografia mostrava una strada che avrebbe potuto appartenere a molte città del Nord Europa. Case basse, intonaci chiari, finestre prive di inferriate. L’assenza di automobili suggeriva un’epoca anteriore alla motorizzazione diffusa, ma non abbastanza lontana da risultare suggestiva. Era una strada funzionale, abitata, priva di qualsiasi intenzione estetica. Una strada che non chiedeva di essere ricordata. Eppure, osservandola meglio, Elia avvertì una lieve incongruenza. Non nella composizione, ma nelle proporzioni. Gli edifici sembravano disposti secondo una logica che non coincideva con quella delle mappe ufficiali della città. Una sensazione sottile, simile a quella che si prova leggendo un testo formalmente corretto, ma scritto con una sintassi che non appartiene del tutto alla lingua. Sfogliò oltre. I verbali erano brevi, redatti in uno stile impersonale a lui familiare. Tuttavia mancavano alcune formule ricorrenti. Nessun riferimento esplicito alle delibere di approvazione, nessun numero di protocollo completo. Era come se chi li aveva redatti si fosse fermato un attimo prima della formalizzazione definitiva. Prudenza, forse. O una scelta deliberata. La planimetria lo trattenne più a lungo. Era precisa, dettagliata, ma priva di coordinate. Nessuna scala ufficiale, nessun collegamento alle arterie principali. Rappresentava un insieme autosufficiente, un frammento urbano che non chiedeva legittimazione esterna. Annotò mentalmente un’altra anomalia. Le planimetrie comunali sono, per loro natura, relazionali. Questa sembrava bastare a se stessa. In fondo, la pagina manoscritta. Questa volta la lesse con attenzione. Poche righe, grafia regolare, senza esitazioni. Linguaggio sobrio, non tecnico. Nessuna richiesta, nessuna spiegazione. Solo una constatazione formulata con una chiarezza quasi provocatoria: ciò che non viene richiesto non può essere restituito. Elia sollevò lo sguardo. In un contesto amministrativo, quella frase poteva sembrare ovvia. La burocrazia vive di domande. Senza richiesta non esiste risposta. Ma applicata a un fascicolo, forse a un intero quartiere, assumeva un peso diverso. Non descriveva una procedura. Enunciava una regola non scritta. Richiuse la cartella e la lasciò sul tavolo. Prima di riporla, fece ciò che ogni archivista fa quando un documento non trova collocazione immediata: verificò l’assenza. Consultò il sistema informatico. Provò varianti del nome della via, errori di trascrizione plausibili, abbreviazioni storiche. Nulla. Passò ai registri cartacei precedenti alla digitalizzazione, quando la grafia aveva ancora margini di libertà. Anche lì, il vuoto. Un vuoto pulito. Nessuna cancellazione recente, nessuna abrasione sospetta. Il nome non c’era mai stato. O, se c’era stato, era stato rimosso con una competenza che non lasciava residui. Elia si concesse un pensiero ironico: se l’operazione era stata eseguita da un ufficio, doveva trattarsi di un ufficio straordinariamente efficiente. Una rarità. Ripose la cartella in una sezione neutra, tra i materiali in verifica. Era una soluzione provvisoria, ma formalmente corretta. In archivio, il provvisorio tende a durare. Nel corso della giornata arrivarono altre richieste. Una signora anziana cercava documenti relativi a una casa venduta negli anni Ottanta. Un avvocato chiedeva copia di un atto che, a suo dire, l’amministrazione aveva smarrito. Elia rispose con la formula abituale: nulla si perde, al massimo si sposta. Funzionava quasi sempre. Raramente era vera. Mentre parlava, tuttavia, avvertì una discrepanza crescente tra ciò che diceva e ciò che aveva appena visto. Se esistevano cartelle che non risultavano da nessuna parte, se porzioni di città potevano essere sottratte alla registrazione, allora uno dei presupposti fondamentali dell’archivistica vacillava. Non tutto ciò che esiste viene documentato. E non tutto ciò che viene documentato continua a esistere. La burocrazia, pensò Elia, non è cieca nel senso comune. Non ignora. Seleziona. Decide cosa merita una traccia e cosa può essere lasciato dissolversi. In questo, non è diversa da qualsiasi altra forma di potere. Cambia solo la forma impersonale con cui opera. Nel primo pomeriggio consultò alcuni colleghi, con discrezione. Domande generiche, mai dirette. Vecchie riorganizzazioni, uffici soppressi, archivi temporanei confluiti altrove. Ottenne risposte vaghe, ricordi frammentari, ammissioni di non sapere. Un collega vicino alla pensione disse: «In certi periodi si è fatto un po’ di tutto. L’importante era chiudere le pratiche.» Lo disse senza ironia e senza orgoglio. Come si parla di un passato confuso ma necessario. Elia tornò al suo posto con un’altra annotazione mentale: nessuno sembrava davvero stupito dall’idea che qualcosa fosse sfuggito al sistema. L’assenza, se sufficientemente lontana nel tempo, veniva accettata come una variante. Verso sera, quando l’archivio iniziò a svuotarsi, recuperò la cartella non numerata. La osservò ancora, con la sensazione ormai chiara che non si trattasse di un errore. Era il residuo di una scelta. Qualcuno aveva deciso che quel materiale dovesse esistere, ma non essere interrogabile. Conservato, ma non accessibile. Presente, ma privo di domanda. Prima di uscire, aggiornò il diario di lavorazione. Nessuna modifica. La formula del giorno precedente restava sufficiente. Una prudenza che sfiorava la complicità. Ne era consapevole. Ma sapeva anche che ogni archivista, prima o poi, incontra lo stesso bivio: seguire la procedura o interrogare il sistema che la produce. Spense le luci con lo stesso ordine con cui le aveva accese. Il custode alzò lo sguardo un istante, poi tornò al giornale. Fuori, la città aveva già assunto il suo volto serale, più indulgente. Elia si allontanò con la cartella nella mente, se non nella borsa. Aveva la sensazione netta che da quel momento ogni richiesta, ogni pratica ordinaria, ogni documento apparentemente insignificante sarebbe stato misurato contro quella scoperta. Non tutte le carte chiedono di essere lette. Alcune attendono solo che qualcuno si accorga che esistono. E questo, pensò con un’ironia appena amara, era forse il problema più serio che un archivista potesse incontrare.

tratto da “Quisquilie Amministrative“, a Marco Delrio story

Il Progetto Quisquilie Amministrative

Quisquilie Amministrative è un progetto narrativo che porto avanti nel corso di quest’anno come esperimento creativo e, al tempo stesso, come osservazione critica del modo in cui oggi si può produrre narrativa. La regola fondante è semplice e intenzionalmente vincolante: l’opera nasce con completa libertà concessa a un’intelligenza artificiale, alla quale viene affidata la generazione del romanzo nella sua interezza, dal titolo alla trama, dalle scene ai dialoghi, fino alle scelte di tono, ritmo e sviluppo.

Il mio intervento umano è ridotto al minimo e resta, per scelta, marginale. Non svolgo il ruolo di coautore nel senso tradizionale: non imposto un canovaccio, non definisco a monte gli snodi principali, non stabilisco un finale, non “guido” i personaggi verso esiti prestabiliti. Il mio input consiste principalmente nel ripulire e rendere più leggibili alcuni passaggi quando la prosa tende all’eccesso di ridondanza, quando la frase risulta appesantita o quando la ripetizione di parole e strutture rischia di rendere il testo meno fruibile. In altre parole: intervengo come filtro minimale di forma, non come architetto della sostanza.

Per la stessa ragione, non mi impegno e non mi impegnerò a correggere incoerenze interne, buchi di trama, salti logici, contraddizioni cronologiche, incongruenze psicologiche dei personaggi o altri difetti che, in un processo editoriale convenzionale, verrebbero individuati e risolti. Se emergeranno plot holes, errori di continuità o scelte discutibili, rimarranno parte del progetto. Non perché li consideri desiderabili in assoluto, ma perché fanno parte dell’esperimento: documentano, in modo trasparente, ciò che accade quando la narrazione viene prodotta da un sistema generativo e l’autore umano accetta di non “salvare” il testo con le correzioni tipiche dell’artigianato editoriale.

Perché farlo

Questo progetto nasce da una curiosità precisa, che è anche una presa di posizione: capire cosa succede quando l’autorialità viene deliberatamente spostata. Non si tratta di dimostrare che una macchina “scrive meglio” o “scrive peggio”, né di mettere in scena un finto scandalo. L’obiettivo è osservare l’emergere di una voce narrativa che non è la mia, e farlo senza la tentazione di addomesticarla. Voglio vedere quali soluzioni si presentano, quali ossessioni ritornano, quali scorciatoie vengono prese, quali intuizioni sorprendono e quali invece tradiscono i limiti del mezzo.

In un certo senso, Quisquilie Amministrative è un laboratorio. Non un laboratorio tecnico, ma un laboratorio di lettura e di responsabilità: cosa significa “firmare” un testo che non è stato scritto con la mia mano, ma che io scelgo di pubblicare, presentare o condividere? Qual è il confine tra curare e controllare? E quanto della nostra idea di romanzo dipende davvero dalla coerenza assoluta, dall’assenza di errori, dalla continuità perfetta, e quanto invece dipende dall’energia di una storia, dalla sua capacità di generare immagini, tensione, atmosfera, persino inciampi significativi?

Accetto anche l’eventualità che il progetto produca risultati irregolari. Anzi: l’irregolarità è parte della sua sincerità. Non voglio costruire l’illusione di una perfezione che non esiste. Se questo esperimento ha valore, lo ha proprio perché espone il processo e non soltanto il prodotto, perché mostra l’impronta delle sue decisioni automatiche, i suoi scarti, le sue ripetizioni, i suoi improvvisi lampi e le sue inevitabili debolezze.

Cosa aspettarsi dal testo

Chi legge dovrebbe considerare questo romanzo come un’opera che nasce da un patto diverso rispetto al patto tradizionale tra autore e lettore. Non promette coerenza assoluta. Non garantisce “pulizia” narrativa nel senso canonico. Potrà essere più digressivo del previsto, potrà inciampare su dettagli che non tornano, potrà cambiare intensità o direzione con una naturalezza non sempre motivata. Potrà inoltre contenere passaggi che risultano volutamente “troppo” o “poco”: troppo insistiti, troppo rapidi, troppo spiegati, oppure, al contrario, lasciati sospesi.

L’unico criterio costante è l’aderenza al metodo: generazione ampia e libera da parte dell’intelligenza artificiale, intervento umano ridotto alla manutenzione minimale del testo, senza riscrittura strutturale e senza correzione dei difetti di trama.

Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale

Per correttezza verso chi legge, dichiaro esplicitamente che una parte sostanziale della scrittura di Quisquilie Amministrative è generata tramite intelligenza artificiale. Questo non viene nascosto né attenuato, e non vuole essere spacciato per altro. Al contrario: il progetto esiste proprio perché tale scelta sia visibile, dichiarata, discutibile se necessario.

Aggiungo anche un’ulteriore trasparenza: questo stesso disclaimer è stato scritto in parte con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Ho impostato le linee guida e ho richiesto un testo esteso, chiaro e completo, poi ho potuto intervenire marginalmente per adattarne tono e precisione. Inserire questa informazione è coerente con lo spirito del progetto: se l’esperimento riguarda l’autorialità, allora anche le note che lo incorniciano devono esporsi allo stesso metodo, almeno in parte.

Responsabilità e limiti

Mi assumo la responsabilità editoriale del fatto che questo testo venga proposto come progetto e come lettura. Mi assumo la responsabilità della scelta metodologica e del contesto in cui l’opera viene presentata. Ciò non significa che ogni singola frase rispecchi intenzioni, opinioni o esperienze personali: la generazione automatica può produrre enunciati, interpretazioni o rappresentazioni che non coincidono con la mia visione. Per questo invito il lettore a non attribuire automaticamente all’autore umano ogni affermazione presente nel testo, soprattutto quando essa appare come generalizzazione, giudizio, descrizione socio politica o valutazione morale.

Allo stesso tempo, non userò l’intelligenza artificiale come alibi per deresponsabilizzarmi. Se nel testo dovessero emergere contenuti inappropriati o lesivi, la responsabilità di averli lasciati circolare resta mia, perché sono io a scegliere cosa pubblicare, cosa condividere e cosa tenere nel cassetto. L’esperimento non giustifica tutto. Delimita, però, il campo: questo romanzo non nasce con l’obiettivo di offrire una ricostruzione impeccabile o un’argomentazione definitiva, ma di raccontare cosa succede quando si accetta la libertà generativa come motore principale.

Un invito alla lettura

Chi entra in Quisquilie Amministrative è invitato a farlo con curiosità e con una disponibilità diversa: non tanto a “controllare” il testo, quanto a seguirne l’andamento, a registrare le sue scelte, a notare dove funziona e dove scivola. Se in alcuni punti il romanzo appare una macchina che tenta di sembrare umana, in altri potrebbe essere, paradossalmente, più umano proprio perché imperfetto: perché eccede, perché inciampa, perché insiste, perché cambia idea.

Questo progetto nasce anche per una ragione personale e semplice: mi interessa la narrativa come processo, non solo come risultato. Mi interessa il modo in cui una storia si forma, come prende direzione, come si contamina di errori, ripetizioni e improvvise intuizioni. Mi interessa osservare fino a che punto la “voce” di un romanzo è frutto di controllo e fino a che punto nasce, invece, dal caos di tentativi successivi.

Quisquilie Amministrative è quindi, insieme, un romanzo e un esperimento. Un testo e una domanda aperta. E questo disclaimer, che in parte ho scritto io e in parte è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è il modo più diretto per dichiarare il patto: ciò che leggerai non promette perfezione. Promette sincerità del metodo. E si assume, fino in fondo, le conseguenze.

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