Tetrametro Centosette

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Sedea ove posasti la tazza smunta,
Ancor tonda l’impronta, fievola, stinta,
Polvere ‘n giostra com’eco che spunta,
Quand’ogni suono s’ammuta e s’estinta.


[…]
La porcellana non v’era più, ché ne restava l’albugine d’un cerchio mollito, ma non più bagnato, né denso. Solo una screpolatura del piano, dove la pece del giorno s’incurvava in forma di gesto interrotto. Non bevvi — ché tal liquame non urgea — ma tenni l’orlo già cauto col tocco d’una falda che più volte avea sfiorato l’ovale d’un viso non detto. Lì, l’umore del polline parea svolgersi in torsione senza gravame, come se l’aria fingesse di flettersi al suo stesso passato, e in tal ricamo svanisse. La stanza — che non ricordai — fece mostra d’una china irregolare, e sotto l’armadio un pezzo di raso s’era appoggiato come a voler ricominciare la scena. Non fu sera, né pausa. Fu un risedersi lungo.


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