11/07/1925 – ore 13:59
In tal fatidico e minaccioso periodo di nubi grigiastre che sento in dosso pure col cielo ceruleo di questo luglio, v’è un’associazione mentale ch’ancora non so s’apprezzare o maledire. Il signor Shores, l’individuo più simile a un mentore ch’ho avuto nell’ultimo decennio, del quale so d’aver già cronacato un poco addietro, s’avvinghia ai ricorrenti malesseri che profumano di Valerie. Posseggo due consunte istantanee che ritràggonci sollevati dall’attuali, parlo pe’ me, perlomeno, tormenti e per qualsivoglia cagione ‘n è raro che tali immagini scorrano pei mie’ palmi di tant’in quando. Ne aborro un poco ‘l risultato poiché, salvo la mano proattiva ch’avea trascinato la signorina Bush presso ‘l Moore Shop ove travagliavo al tempo col signor Shores, quest’ultimo indossa medaglie che ‘n stento a lucidare, piccicate ‘n dosso p’ogni decisione ne’ mie’ riguardi ch’ha avuto esito positivo. Non ne biasimo le conseguenze dell’aver avuto ruolo di collante nel fato del sottoscritto e dell’altra metà dell’alma ch’ormai ha reciso ogni contatto colla che serbo in petto, ma v’è un velo d’amaro che m’inonda l’interno delle gote al ciarlare con egli. Ben chiaro m’è ch’il tormento resta ‘n grembo mio e di niunaltro e che vi sarà modo d’alleviare pure cotale, in qualche maniera, nell’anni a venire, ‘sì come m’è sempre un poco più naturale riuscire a razionalizzare ogni timore reverenziale o angoscia ch’ancora s’incatena all’ombra della mia musa inquinata. V’è anche un qualché d’ingrato, probabilmente, nel mio avulgermi dalle ripetute missive che mi prometto d’inviare al signor Shores dimandandone nuove e discutendo l’argomenti inerenti all’obbligazioni pe’ fabbriche ch’ho di che mancare ne’ giorni di colloquio coi colleghi attuali. Ch’il mio latitare ne venga dell’associazione inferma ch’ha aperto codesta entrata? Non v’era bisogno dell’interrogativo.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Terzo, “Contraddizioni Epifaniche”

Analisi – by T. Brooke
La #742 cade di sabato 11 luglio 1925. Arthur scrive alle 13:59 da April Street, nel primo pomeriggio di una giornata che il testo non colloca in nessuna attività lavorativa, coerente con il sabato e con l’andamento delle entrate circostanti del Libro Terzo. L’entrata è breve, monotematica, e interamente dedicata a un’associazione mentale che Arthur non sa se apprezzare o maledire: il legame fra la figura di Fernand Shores e il ricordo di Valerie. È un’entrata che il corpus preparava da tempo senza mai portare a compimento, e che nella #742 trova la formulazione più esplicita e più amara della connessione fra il mentore professionale e la “musa inquinata” che ha segnato gli anni di Arthur al Moore Shop di Wish Street.
Il contesto del luglio 1925 va ricostruito con cura. La #732 del 1 luglio apriva il Libro Terzo con una dichiarazione di silenzio protratto: “da mesi oramai, ché mesi furono” in cui “nulla s’è scorto d’una lena qualsivoglia” che lo spingesse a scrivere. Il Libro Terzo, Contraddizioni Epifaniche, ricomincia dove il Libro Secondo si era interrotto, dopo una lacuna che copre buona parte della primavera del 1925, e le prime entrate di luglio mostrano un Arthur che si riappropria dello strumento diaristico con la cautela di chi è stato lontano dalla scrittura per mesi. La #733 del 2 luglio registrava questioni bancarie irrisolte e obbligazioni per la Frontprice. La #734 del 3 luglio apriva una giornata fra le contee con la signora Roisin dell’apoteca di Naught Port, e la #735 del 4 luglio portava Arthur fino a Gersburg per un’attività presso la Activa Corp. di Lakelike. Dopo la #735, il corpus presenta un vuoto fino alla #742: sette giorni senza entrate, dal 5 all’11 luglio. Arthur torna alla scrittura il sabato, e ciò che scrive non riguarda il lavoro, non riguarda le obbligazioni, non riguarda la cronistoria del quotidiano. Riguarda due fotografie e un uomo che vi compare accanto a lui.[1]
Il nucleo dell’entrata è costruito su un’associazione che Arthur presenta come involontaria e ricorrente. Fernand Shores, definito “l’individuo più simile a un mentore ch’ho avuto nell’ultimo decennio”, si avvinghia ai “ricorrenti malesseri che profumano di Valerie”. Il verbo è importante: non si accompagna, non si collega, si avvinghia, con la forza di qualcosa che si aggrappa e non molla. La ragione va cercata nelle circostanze dell’incontro con Valerie, che la #742 rivela con una chiarezza che le entrate precedenti non avevano ancora raggiunto. Shores, con “la mano proattiva ch’avea trascinato la signorina Bush presso ‘l Moore Shop”, è stato il tramite fisico dell’incontro. Shores ha portato Valerie nel luogo dove Arthur lavorava, e da quel giorno il destino del diarista ha preso una direzione che due anni di diario hanno documentato fino all’esaurimento. La “signorina Bush” è Valerie, e il cognome che Arthur le attribuisce qui conferma un dato che il corpus conteneva già in un’entrata precedente, dove Arthur scriveva di dover sigillare “tutti i ninnoli rimastimi della signora Bush” insieme a “ogni parvenza di scusa che mi trattiene indietro”.[2]
Le “due consunte istantanee” sono fotografie fisiche, consumate dall’uso, che ritraggono Arthur e Shores “sollevati dall’attuali tormenti”. Il plurale “attuali” è riferito a sé stesso: Arthur guarda le foto e vede un sé precedente, alleggerito dai pesi che il presente gli impone. Le foto non mostrano Valerie, ma il luogo e il periodo che esse documentano, il Moore Shop, gli anni sotto la supervisione di Shores, la quotidianità nella quale Valerie è entrata, producono l’associazione che Arthur descrive come inevitabile. Non è raro, scrive, che “tali immagini scorrano pei mie’ palmi di tant’in quando”: Arthur le prende in mano, le guarda, le rigira. È un gesto fisico ripetuto, un rituale non programmato che produce ogni volta lo stesso effetto. Le foto di Shores portano con sé il fantasma di Valerie, e Arthur “ne aborre un poco ‘l risultato”.
L’analisi che Arthur sviluppa del proprio rapporto con Shores è strutturata su due livelli distinti. Il primo è il riconoscimento del debito. Shores “indossa medaglie” per ogni decisione nei riguardi di Arthur che ha avuto esito positivo. La metafora è militare e affettiva insieme: le medaglie sono meriti accumulati, e Arthur fatica a “lucidarle”, cioè a riconoscerle, a onorarle come dovrebbe. Il debito è multiplo: Shores è stato mentore professionale, il primo superiore a investire tempo e attenzione nella formazione di Arthur, come la #39 dell’agosto 1923 documentava quando descriveva che “le doti di coordinamento” di Arthur avevano trovato in Shores l’unico che “s’è offerto sovente di mentorarmi nella direzione corretta”, mentre nessun superiore successivo aveva speso altrettanta energia. Ma Shores è stato anche, e qui il debito diventa avvelenato, il “collante” fra Arthur e “l’altra metà dell’alma”. La parola “collante” è precisa nella sua ambivalenza: tiene insieme e incolla, unisce e intrappola. Shores ha unito Arthur e Valerie, e nel farlo ha innescato la catena di eventi che il corpus ha documentato dalla #33 dell’agosto 1923, con il suo “avviluppata ne’ tuo’ dressi fini”, attraverso la #358 del 21 giugno 1924, il congedo del terzo anniversario che si chiudeva con “alla prossima esistenza, Rirì”, fino alle entrate del Libro Secondo dove la presenza-assenza di Valerie è il basso continuo di ogni riflessione sentimentale.
Il secondo livello è l’ammissione della conseguenza. Arthur scrive: “non ne biasimo le conseguenze dell’aver avuto ruolo di collante nel fato del sottoscritto e dell’altra metà dell’alma ch’ormai ha reciso ogni contatto colla che serbo in petto”. La frase è importante per la sua struttura logica. Arthur non biasima Shores. Il “non ne biasimo” è netto. Ma la ragione per cui non lo biasima non è che Shores abbia fatto bene: è che la responsabilità del tormento è di Arthur, non del tramite. “Il tormento resta ‘n grembo mio e di niunaltro”, scrive, con una formulazione che separa la causa dall’agente. Shores è la causa occasionale, l’uomo che ha aperto la porta. Arthur è l’agente che vi è entrato e non è più uscito. La distinzione è coerente con la riflessione della #52 dell’agosto 1923, dove Arthur già collocava Valerie nel novero delle figure femminili che esercitano una presa sul suo “benestare” senza che la presa fosse imputabile a loro: il meccanismo è di Arthur, non della donna che lo attiva.[3]
Ma il prezzo della non-colpa è l’amarezza residua. Arthur ammette che “v’è un velo d’amaro che m’inonda l’interno delle gote al ciarlare con egli”. Parlare con Shores produce un disagio che non è rabbia, non è risentimento, non è nemmeno tristezza: è amaro, una sensazione gustativa, fisica, localizzata nell’interno delle guance. L’immagine è corporea in un modo che il cronista deve registrare: l’associazione Shores-Valerie non è un pensiero che Arthur elabora, è una sensazione che il corpo produce quando il pensiero viene innescato dal contatto col mentore. E il contatto, Arthur lo ammette nell’ultima parte dell’entrata, è diventato sempre più rado per ragioni che non sono logistiche ma psicologiche.
La confessione di latitanza epistolare è il passaggio conclusivo e il più onesto. Arthur riconosce un “qualché d’ingrato” nel proprio sottrarsi alle “ripetute missive che mi prometto d’inviare al signor Shores”. Le missive sono promesse e non mantenute, argomenti di lavoro e di aggiornamento che Arthur potrebbe discutere col mentore e che avrebbero una funzione pratica, “l’obbligazioni pe’ fabbriche ch’ho di che mancare ne’ giorni di colloquio coi colleghi attuali”. Il legame con Shores ha dunque anche un valore professionale attivo: Shores potrebbe fornire ad Arthur informazioni che i colleghi della Frontprice non hanno, contatti che la sua posizione al Moore Shop rende accessibili, consigli che la sua esperienza di supervisore e sovrintendente qualifica. Arthur lo sa, e ciononostante non scrive.[4]
La chiusa è una domanda retorica seguita dalla propria negazione: “ch’il mio latitare ne venga dell’associazione inferma ch’ha aperto codesta entrata? Non v’era bisogno dell’interrogativo.” Arthur sa che la risposta è sì. Il motivo per cui non scrive a Shores è lo stesso motivo per cui guardare le foto di Shores produce amarezza: Shores è Valerie, nel circuito neurale di Arthur, e ogni contatto col mentore è un contatto involontario con la “musa inquinata”. L’aggettivo “inquinata” è il più duro che Arthur abbia usato per Valerie fino a questa data del corpus. Non dice perduta, non dice amata, non dice rimpianta. Dice inquinata: contaminata, avvelenata, corrotta da qualcosa che ne ha alterato la purezza originaria. La musa è ancora musa, ma è una musa il cui influsso è diventato tossico, e tutto ciò che vi si associa, Shores compreso, ne porta la contaminazione. In definitiva, la #742 è un’entrata che spiega un’assenza. Arthur non scrive a Shores perché Shores è il custode involontario di un ricordo che Arthur non vuole visitare. Le due fotografie consumate, portate in mano di tanto in tanto, sono il dispositivo materiale che attiva l’associazione, e Arthur, dopo averla descritta con una lucidità che rasenta la diagnosi clinica, non propone soluzioni. Non dice che scriverà a Shores. Non dice che getterà le foto. Non dice che troverà il modo di separare il mentore dalla musa. Si limita a diagnosticare il meccanismo e a chiuderlo con un interrogativo che si risponde da solo. È la posizione di un uomo che comprende il proprio funzionamento psicologico ma non dispone ancora degli strumenti per modificarlo, e che affida al diario la registrazione del guasto in attesa di una riparazione che, a questa data del luglio 1925, non è ancora in vista.
[1] Il vuoto fra la #735 del 4 luglio e la #742 dell’11 luglio è la prima lacuna del Libro Terzo, e cade nella seconda settimana di un mese che rappresenta già di per sé una ripresa dopo il lungo silenzio della primavera 1925. Arthur non ne giustifica l’esistenza nella #742, e il cronista non deve congetturare sulle ragioni. Va tuttavia notato che il ritorno alla scrittura avviene con un’entrata integralmente riflessiva, priva di cronaca operativa, dedicata a un’associazione mentale che ha avuto il tempo di sedimentare durante i sette giorni di silenzio. Il vuoto può aver funzionato, in questo caso, come incubatore: ciò che Arthur scrive l’11 luglio è forse ciò che ha pensato per una settimana senza trovare il modo o la volontà di metterlo in carta.
[2] L’identificazione di Valerie con la “signorina Bush” è confermata dalla menzione della “signora Bush” in un’entrata del giugno 1924, dove Arthur descriveva il proposito di sigillare “tutti i ninnoli rimastimi della signora Bush” come atto di chiusura. La differenza fra “signorina” nella #742 e “signora” nell’entrata precedente non è necessariamente contraddittoria: Arthur potrebbe usare “signorina” per indicare lo stato in cui Valerie si trovava al momento dell’arrivo al Moore Shop, prima che la relazione con Arthur o la situazione burocratica precedente rendessero più appropriato il titolo di “signora”. In entrambi i casi, il cognome Bush è il dato anagrafico che il corpus lega inequivocabilmente alla figura che Arthur altrove chiama Valerie, Rirì, “la musa”, “l’altra metà dell’alma”.
[3] Il rapporto fra Arthur e Shores è documentato nel corpus attraverso una serie di entrate che ne costruiscono progressivamente il profilo. La #22 del luglio 1923 ne annunciava la menzione con una premessa di rilievo: “so ch’avrò modo di discorrere a lungo sul signor Fernand Shores e su tutto ciò che di buono circonda tale figura e ‘l sincero rapporto d’amicizia e stima che posseggo ne’ suo’ confronti”. La #39, poche settimane dopo, collocava Shores al centro della rete del Moore Shop, mentore di Arthur e supervisore di figure come Adrian Candlemon. La #444 dell’ottobre 1924 lo menzionava come riferimento alla Crosspath di Lylcoin, nei tempi della “prima dirigenza di Earback e Shores”. Nelle entrate del Libro Secondo, Shores compare come destinatario di visite e missive che Arthur descrive con un affetto che nel corpus è riservato a pochissime figure maschili. La #742 non aggiunge nuovi fatti alla biografia di Shores, ma aggiunge una dimensione psicologica al rapporto: Shores non è solo il mentore stimato, è il portatore inconsapevole di un’associazione che lo rende doloroso.
[4] Il dato sulla latitanza epistolare di Arthur nei confronti di Shores va collocato nel contesto della gestione relazionale che il Libro Secondo e l’inizio del Terzo documentano come tratto strutturale. Arthur tende a sottrarsi alle corrispondenze che implicano un costo emotivo, anche quando il rapporto è positivo e il contatto avrebbe una funzione pratica. Nella #52 dell’agosto 1923, descriveva la propria tendenza a recidere i legami con una facilità che lui stesso definiva preoccupante. Nella #53, ammetteva che l’affabilità sociale era un’abilità acquisita e non naturale, “dissotto di tale superficie permane una distanza che raramente còlma”. La latitanza verso Shores è un caso specifico di un meccanismo generale: Arthur non evita il mentore perché non lo stima, lo evita perché il contatto costa, e il costo è misurato non in tempo o fatica ma in associazioni emotive che il corpo traduce in amarezza fisica.
Lascia un commento