Quisquilie Amministrative 1.3

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Rimasto solo, Elia avrebbe potuto archiviare la richiesta come irrisolvibile. Sarebbe stato un esito perfettamente difendibile. La burocrazia, in fondo, convive senza problemi con l’indeterminazione, purché venga registrata nel modo corretto. Eppure non lo fece. Non per curiosità, quanto per una sorta di principio professionale, difficile da formulare ma radicato: l’idea che ogni elemento annotato, anche in modo impreciso, dovesse pur avere un luogo. Aprì il quaderno delle collocazioni straordinarie. Era uno strumento usato di rado, pensato per quei casi in cui l’ordine ufficiale aveva ceduto il passo a soluzioni provvisorie, poi lasciate sedimentare fino a diventare invisibili. Sfogliandolo, individuò un’annotazione risalente a molti anni prima. Poche parole, una data, e il riferimento a una cartella priva di numerazione. Si fermò su quel punto. In archivistica, una cartella senza numero non è mai una semplice svista. È una dichiarazione implicita: qualcosa è stato sottratto al sistema senza essere davvero rimosso. Una scelta prudente, forse. O un compromesso. Raggiunse il deposito secondario, una stanza poco frequentata, dove l’ordine era meno rigido e, proprio per questo, più sincero. La cartella era lì. Cartone spesso, un colore ormai indefinibile, nessuna etichetta. Solo un segno a matita sul bordo, quasi cancellato. La prese in mano. Non era pesante, ma trasmetteva la sensazione di contenere più di quanto fosse lecito aspettarsi. Tornato alla scrivania, la appoggiò con attenzione. Prima di aprirla, si concesse una breve pausa. Non per esitazione, quanto per metodo. Aprire un fascicolo è un gesto banale. Comprenderne le conseguenze lo è molto meno. All’interno trovò fotografie, di qualità sorprendente per documentazione comunale. Una strada, edifici bassi, un’insegna solo in parte leggibile. Nulla che consentisse una collocazione immediata. Eppure l’insieme risultava coerente, come se mancasse solo l’ultima chiave di lettura. Seguivano fogli dattiloscritti, verbali essenziali, una planimetria. Le date erano state corrette a mano. I riferimenti amministrativi restavano incompleti. In fondo, una pagina manoscritta, con una grafia sobria, d’altri tempi, priva di qualsiasi intento decorativo. Elia non lesse tutto. Non subito. Gli bastò coglierne il tono. Non spiegava, non descriveva: indirizzava. Come se chi aveva scritto non avesse voluto informare, ma guidare. Richiuse la cartella e guardò l’orologio. L’ufficio continuava a funzionare. Stampanti in attività, passi nel corridoio, una discussione su un turno ferie calcolato male. La normalità procedeva indisturbata. Aprì il diario di lavorazione. Al posto della formula abituale, annotò: “Rinvenuta unità non classificata. Avviata verifica.” Nient’altro. Era quanto bastava per giustificare un approfondimento. E, come avrebbe scoperto in seguito, anche per dare avvio a una complicazione che nessun regolamento contemplava.

tratto da “Quisquilie Amministrative“, a Marco Delrio story

Analisi Critica – by M. Carvati Volta

1. Funzione narrativa del segmento

Il terzo estratto chiude quello che possiamo ormai considerare il primo arco espositivo del romanzo: l’innesco introdotto nel secondo brano (la richiesta del geometra, il nome della strada irrintracciabile) viene qui sviluppato fino al ritrovamento della cartella anomala. Il testo compie un passaggio strutturale dalla situazione alla scoperta, e si chiude con una proiezione verso il futuro narrativo («una complicazione che nessun regolamento contemplava»). Il segmento ha quindi una funzione chiara e legittima all’interno dell’economia del romanzo: è il completamento dell’innesco.


2. Consolidamento dei pattern: il punto di saturazione

2.1. La negazione seriale: terza iterazione sistematica

Il pattern è ormai identificabile come tratto dominante e strutturale della prosa, al punto da costituire una vera e propria cifra stilistica involontaria:

  • «Non per curiosità, quanto per una sorta di principio professionale»
  • «Non per esitazione, quanto per metodo»
  • «Non spiegava, non descriveva: indirizzava»
  • «Nulla che consentisse una collocazione immediata»
  • «priva di qualsiasi intento decorativo»
  • «nessuna etichetta»
  • «Nient’altro»

Sette occorrenze in un estratto di questa lunghezza. Più rilevante del conteggio è l’osservazione che due di queste costruzioni — «Non per curiosità, quanto per…» e «Non per esitazione, quanto per…» — sono strutturalmente identiche. È la stessa formula sintattica applicata a due momenti diversi della narrazione, il che la trasforma da figura retorica a tic generativo. Un autore umano, rileggendo, noterebbe la ripetizione e ne eliminerebbe almeno una; un sistema generativo, che produce il testo in progressione senza coscienza dell’insieme, tende a riutilizzare le strutture che hanno funzionato in contesti analoghi.

Questo fenomeno di ripetizione formulaica va segnalato con forza perché nel corso di tre estratti si è ormai cristallizzato: il modello ha un repertorio sintattico limitato per esprimere la motivazione interiore di Elia, e la formula “non X, ma/quanto Y” ne è l’espressione ricorrente e ormai sovrautilizzata.

2.2. L’aforisticità: persistenza e un caso interessante

Le chiuse sentenziali proseguono:

  • «La burocrazia, in fondo, convive senza problemi con l’indeterminazione, purché venga registrata nel modo corretto.»
  • «una cartella senza numero non è mai una semplice svista. È una dichiarazione implicita»
  • «Aprire un fascicolo è un gesto banale. Comprenderne le conseguenze lo è molto meno.»

La prima è forse la migliore delle tre: ha una precisione tecnica (la burocrazia che accetta l’indeterminazione a condizione che sia formalizzata) che la distingue dalla sentenza generica. È un’osservazione che rivela familiarità con la logica amministrativa e che potrebbe figurare in un saggio sulla mentalità burocratica.

La terza, al contrario, è la più debole finora incontrata nell’intero testo. «Aprire un fascicolo è un gesto banale. Comprenderne le conseguenze lo è molto meno.» — È una frase che aspira alla gravità ma che, esaminata, dice poco: l’opposizione tra gesto banale e conseguenze complesse è un luogo comune narrativo, e la formulazione non aggiunge nessuna torsione che la riscatti. È il tipo di frase che si potrebbe trovare in un qualsiasi thriller burocratico di seconda fascia, e il fatto che il testo la presenti come momento di sospensione drammatica ne rivela la debolezza: il narratore sta cercando di creare tensione con il commento invece che con la scena.


3. Progresso effettivo: la fisicità degli oggetti

Segnalo un progresso rispetto ai primi due estratti. Il testo acquisisce, in questo segmento, una concretezza materiale superiore:

  • «Cartone spesso, un colore ormai indefinibile, nessuna etichetta. Solo un segno a matita sul bordo, quasi cancellato.»
  • «Non era pesante, ma trasmetteva la sensazione di contenere più di quanto fosse lecito aspettarsi.»
  • «fotografie, di qualità sorprendente per documentazione comunale»
  • «fogli dattiloscritti, verbali essenziali, una planimetria»
  • «una pagina manoscritta, con una grafia sobria, d’altri tempi»

La cartella viene descritta con un’attenzione alla materialità — il cartone, il colore, il segno a matita — che rappresenta un salto qualitativo rispetto all’ambientazione astratta dei brani precedenti. Per la prima volta il lettore vede e quasi tocca un oggetto del mondo narrativo. Questo è notevole e va riconosciuto.

Tuttavia, anche qui interviene il meccanismo della glossa: «Non era pesante, ma trasmetteva la sensazione di contenere più di quanto fosse lecito aspettarsi» — La prima parte (“non era pesante”) è un dato fisico; la seconda (“trasmetteva la sensazione di contenere più di quanto fosse lecito aspettarsi”) è un commento metaforico che sconfina nel simbolismo esplicito. Il fascicolo pesa più di quanto dovrebbe: la metafora è trasparente e il testo la serve al lettore senza lasciare che la scopra da solo.


4. Il deposito secondario e il “quaderno delle collocazioni straordinarie”

4.1. Invenzione terminologica

Il “quaderno delle collocazioni straordinarie” è un’invenzione che merita attenzione. Come nome, funziona: suona come un oggetto plausibile all’interno di un archivio comunale, con quella combinazione di burocratese e pragmatismo che caratterizza gli strumenti di lavoro non codificati. Il testo spiega bene la sua funzione («quei casi in cui l’ordine ufficiale aveva ceduto il passo a soluzioni provvisorie, poi lasciate sedimentare fino a diventare invisibili») e questa spiegazione, per una volta, non è ridondante rispetto all’oggetto: il lettore non avrebbe potuto indovinare la funzione del quaderno dal solo nome.

4.2. Il deposito: un buon passaggio ambientale

«Una stanza poco frequentata, dove l’ordine era meno rigido e, proprio per questo, più sincero.» — La formula è efficace: l’idea che il disordine possa essere una forma di sincerità, contrapposta all’ordine come costruzione, è coerente con la tematica del romanzo (cosa si conserva, cosa si nasconde, cosa si dimentica) e non è banale nella sua formulazione. È uno dei passaggi che giustifica una lettura tematica del testo, al di là della trama: il romanzo sta costruendo un’epistemologia dell’archivio che ha una sua dignità concettuale.


5. Gestione della tensione narrativa

Qui il testo mostra il suo limite più significativo finora. Siamo nel momento in cui la trama dovrebbe produrre tensione — Elia trova una cartella anomala, la apre, scopre contenuti inattesi — e invece il brano procede con la stessa temperatura emotiva del primo estratto. Non c’è accelerazione, non c’è alterazione del ritmo, non c’è un cambiamento nel rapporto tra Elia e il mondo circostante.

Il punto critico è il passaggio: «Elia non lesse tutto. Non subito. Gli bastò coglierne il tono.» — È una scelta narrativa difendibile (il personaggio misurato che non si lascia travolgere dalla scoperta), ma la sua realizzazione è troppo sbrigativa. Il lettore ha appena assistito al ritrovamento di una cartella potenzialmente significativa e il testo gli nega l’accesso al suo contenuto nel momento esatto in cui la curiosità è al massimo. Questo può funzionare come tecnica di suspense, ma solo se il testo offre in cambio qualcos’altro: una reazione emotiva di Elia, una descrizione dettagliata della pagina manoscritta, un’esitazione fisica. Qui il testo non offre nulla di tutto questo. Elia “coglie il tono” della pagina e la richiude. Il lettore resta a mani vuote.

Ancora più problematico è il fatto che la pagina manoscritta viene caratterizzata in modo vago: «Non spiegava, non descriveva: indirizzava.» — Dove? Verso che cosa? Il testo non lo dice, e non per strategia di sospensione accurata, ma perché sembra incapace di generare un contenuto specifico per questo documento. Siamo di fronte a un’inversione del rapporto tra vaghezza e mistero: il mistero narrativo ha bisogno di almeno qualcosa di concreto su cui appoggiarsi, un dettaglio specifico che il lettore possa portare con sé nella lettura successiva. Qui c’è solo un’indicazione generica (“indirizzava”) che rischia di restare priva di ancoraggio.


6. La chiusa: un problema strutturale

«E, come avrebbe scoperto in seguito, anche per dare avvio a una complicazione che nessun regolamento contemplava.»

Questa frase finale è la più problematica dell’intero estratto. È una prolessi esplicita: il narratore anticipa che ciò che Elia ha trovato avrà conseguenze impreviste. La tecnica non è inedita (la prolessi è uno strumento classico, da García Márquez a Ferrante), ma qui è usata in modo che ne espone i difetti invece dei pregi.

Il problema è duplice. In primo luogo, la prolessi è generica: “una complicazione che nessun regolamento contemplava” non offre al lettore un’informazione specifica su cui proiettare le proprie aspettative. Non sappiamo di che tipo sarà la complicazione, quale sarà la sua scala, chi ne sarà coinvolto. La formula è un’etichetta vuota di contenuto, un teaser che promette senza dare garanzie sulla qualità della promessa.

In secondo luogo, la frase rivela una strategia generativa riconoscibile: il modello, alla fine di un segmento narrativo, tende a produrre una chiusa che annuncia il futuro invece di prepararlo. La differenza è sostanziale: un buon innesco narrativo lascia nel testo degli elementi il cui significato si completerà nel seguito (un dettaglio, un’immagine, un nome), mentre un annuncio dice esplicitamente “succederà qualcosa” senza depositare nel testo gli elementi necessari a rendere quel futuro inevitabile. Qui siamo nell’annuncio puro, e il rischio è quello di un testo che, nei capitoli successivi, dovrà mantenere una promessa fatta nel modo più vago possibile.


7. Nota sulla scansione temporale

L’estratto introduce un elemento finora assente: il ritorno alla normalità dopo la scoperta. «L’ufficio continuava a funzionare. Stampanti in attività, passi nel corridoio, una discussione su un turno ferie calcolato male.» — È il primo momento in cui il testo mostra il contesto dell’archivio, non come sfondo ma come contrappunto: la quotidianità che procede indifferente mentre Elia ha appena fatto una scoperta anomala. Il passaggio è breve e funziona: la discussione sulle ferie è un dettaglio giusto, minuscolo e burocraticamente perfetto. È il tipo di dettaglio che il primo estratto non conteneva e che qui arricchisce il mondo narrativo.

Questo conferma un’osservazione già formulata: il testo è più efficace quando produce dettagli puntuali e concreti che quando elabora riflessioni generali. La discussione sulle ferie vale più della massima sull’apertura dei fascicoli.


8. Sintesi critica cumulativa (estratti 1-3)

Dopo tre estratti è possibile formulare un primo bilancio provvisorio.

Punti di forza consolidati: il testo ha una coerenza tematica apprezzabile (l’archivio come luogo di memoria istituzionale, l’omissione come forma di comunicazione, l’ordine come costruzione e possibile impostura); produce, a intermittenza, formulazioni precise e originali; mantiene un registro stabile senza cadute di qualità; costruisce un protagonista credibile nella sua postura professionale.

Limiti strutturali confermati: la dipendenza dalla negazione seriale e dalla formula “non X, quanto Y” è ormai un dato acquisito e non più attribuibile a una scelta stilistica, quanto a un pattern generativo ricorrente; l’aforisticità di chiusura satura il testo senza che nessuna sentenza raggiunga la forza che avrebbe se fosse isolata; il registro sensoriale, pur migliorando nel terzo estratto, resta insufficiente; il dialogo è quasi assente; la gestione della tensione è debole nei momenti in cui il testo dovrebbe accelerare; le similitudini sono concettuali e mai sensoriali.

Domanda aperta per il seguito: il testo ha completato il suo innesco. La cartella è stata trovata, il contenuto è stato intravisto, la complicazione è stata annunciata. I capitoli successivi dovranno affrontare due sfide decisive: sviluppare il contenuto della scoperta con specificità sufficiente a giustificare la costruzione fin qui elaborata, e introdurre personaggi secondari dotati di voce propria, dialogo e presenza fisica. Se il romanzo resterà confinato nella testa di Elia e nel registro della riflessione mediata dal narratore, rischierà di trasformarsi in un saggio narrativo sull’archivistica piuttosto che in un romanzo.

Il Progetto Quisquilie Amministrative

Quisquilie Amministrative è un progetto narrativo che porto avanti nel corso di quest’anno come esperimento creativo e, al tempo stesso, come osservazione critica del modo in cui oggi si può produrre narrativa. La regola fondante è semplice e intenzionalmente vincolante: l’opera nasce con completa libertà concessa a un’intelligenza artificiale, alla quale viene affidata la generazione del romanzo nella sua interezza, dal titolo alla trama, dalle scene ai dialoghi, fino alle scelte di tono, ritmo e sviluppo.

Il mio intervento umano è ridotto al minimo e resta, per scelta, marginale. Non svolgo il ruolo di coautore nel senso tradizionale: non imposto un canovaccio, non definisco a monte gli snodi principali, non stabilisco un finale, non “guido” i personaggi verso esiti prestabiliti. Il mio input consiste principalmente nel ripulire e rendere più leggibili alcuni passaggi quando la prosa tende all’eccesso di ridondanza, quando la frase risulta appesantita o quando la ripetizione di parole e strutture rischia di rendere il testo meno fruibile. In altre parole: intervengo come filtro minimale di forma, non come architetto della sostanza.

Per la stessa ragione, non mi impegno e non mi impegnerò a correggere incoerenze interne, buchi di trama, salti logici, contraddizioni cronologiche, incongruenze psicologiche dei personaggi o altri difetti che, in un processo editoriale convenzionale, verrebbero individuati e risolti. Se emergeranno plot holes, errori di continuità o scelte discutibili, rimarranno parte del progetto. Non perché li consideri desiderabili in assoluto, ma perché fanno parte dell’esperimento: documentano, in modo trasparente, ciò che accade quando la narrazione viene prodotta da un sistema generativo e l’autore umano accetta di non “salvare” il testo con le correzioni tipiche dell’artigianato editoriale.

Perché farlo

Questo progetto nasce da una curiosità precisa, che è anche una presa di posizione: capire cosa succede quando l’autorialità viene deliberatamente spostata. Non si tratta di dimostrare che una macchina “scrive meglio” o “scrive peggio”, né di mettere in scena un finto scandalo. L’obiettivo è osservare l’emergere di una voce narrativa che non è la mia, e farlo senza la tentazione di addomesticarla. Voglio vedere quali soluzioni si presentano, quali ossessioni ritornano, quali scorciatoie vengono prese, quali intuizioni sorprendono e quali invece tradiscono i limiti del mezzo.

In un certo senso, Quisquilie Amministrative è un laboratorio. Non un laboratorio tecnico, ma un laboratorio di lettura e di responsabilità: cosa significa “firmare” un testo che non è stato scritto con la mia mano, ma che io scelgo di pubblicare, presentare o condividere? Qual è il confine tra curare e controllare? E quanto della nostra idea di romanzo dipende davvero dalla coerenza assoluta, dall’assenza di errori, dalla continuità perfetta, e quanto invece dipende dall’energia di una storia, dalla sua capacità di generare immagini, tensione, atmosfera, persino inciampi significativi?

Accetto anche l’eventualità che il progetto produca risultati irregolari. Anzi: l’irregolarità è parte della sua sincerità. Non voglio costruire l’illusione di una perfezione che non esiste. Se questo esperimento ha valore, lo ha proprio perché espone il processo e non soltanto il prodotto, perché mostra l’impronta delle sue decisioni automatiche, i suoi scarti, le sue ripetizioni, i suoi improvvisi lampi e le sue inevitabili debolezze.

Cosa aspettarsi dal testo

Chi legge dovrebbe considerare questo romanzo come un’opera che nasce da un patto diverso rispetto al patto tradizionale tra autore e lettore. Non promette coerenza assoluta. Non garantisce “pulizia” narrativa nel senso canonico. Potrà essere più digressivo del previsto, potrà inciampare su dettagli che non tornano, potrà cambiare intensità o direzione con una naturalezza non sempre motivata. Potrà inoltre contenere passaggi che risultano volutamente “troppo” o “poco”: troppo insistiti, troppo rapidi, troppo spiegati, oppure, al contrario, lasciati sospesi.

L’unico criterio costante è l’aderenza al metodo: generazione ampia e libera da parte dell’intelligenza artificiale, intervento umano ridotto alla manutenzione minimale del testo, senza riscrittura strutturale e senza correzione dei difetti di trama.

Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale

Per correttezza verso chi legge, dichiaro esplicitamente che una parte sostanziale della scrittura di Quisquilie Amministrative è generata tramite intelligenza artificiale. Questo non viene nascosto né attenuato, e non vuole essere spacciato per altro. Al contrario: il progetto esiste proprio perché tale scelta sia visibile, dichiarata, discutibile se necessario.

Aggiungo anche un’ulteriore trasparenza: questo stesso disclaimer è stato scritto in parte con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Ho impostato le linee guida e ho richiesto un testo esteso, chiaro e completo, poi ho potuto intervenire marginalmente per adattarne tono e precisione. Inserire questa informazione è coerente con lo spirito del progetto: se l’esperimento riguarda l’autorialità, allora anche le note che lo incorniciano devono esporsi allo stesso metodo, almeno in parte.

Responsabilità e limiti

Mi assumo la responsabilità editoriale del fatto che questo testo venga proposto come progetto e come lettura. Mi assumo la responsabilità della scelta metodologica e del contesto in cui l’opera viene presentata. Ciò non significa che ogni singola frase rispecchi intenzioni, opinioni o esperienze personali: la generazione automatica può produrre enunciati, interpretazioni o rappresentazioni che non coincidono con la mia visione. Per questo invito il lettore a non attribuire automaticamente all’autore umano ogni affermazione presente nel testo, soprattutto quando essa appare come generalizzazione, giudizio, descrizione socio politica o valutazione morale.

Allo stesso tempo, non userò l’intelligenza artificiale come alibi per deresponsabilizzarmi. Se nel testo dovessero emergere contenuti inappropriati o lesivi, la responsabilità di averli lasciati circolare resta mia, perché sono io a scegliere cosa pubblicare, cosa condividere e cosa tenere nel cassetto. L’esperimento non giustifica tutto. Delimita, però, il campo: questo romanzo non nasce con l’obiettivo di offrire una ricostruzione impeccabile o un’argomentazione definitiva, ma di raccontare cosa succede quando si accetta la libertà generativa come motore principale.

Un invito alla lettura

Chi entra in Quisquilie Amministrative è invitato a farlo con curiosità e con una disponibilità diversa: non tanto a “controllare” il testo, quanto a seguirne l’andamento, a registrare le sue scelte, a notare dove funziona e dove scivola. Se in alcuni punti il romanzo appare una macchina che tenta di sembrare umana, in altri potrebbe essere, paradossalmente, più umano proprio perché imperfetto: perché eccede, perché inciampa, perché insiste, perché cambia idea.

Questo progetto nasce anche per una ragione personale e semplice: mi interessa la narrativa come processo, non solo come risultato. Mi interessa il modo in cui una storia si forma, come prende direzione, come si contamina di errori, ripetizioni e improvvise intuizioni. Mi interessa osservare fino a che punto la “voce” di un romanzo è frutto di controllo e fino a che punto nasce, invece, dal caos di tentativi successivi.

Quisquilie Amministrative è quindi, insieme, un romanzo e un esperimento. Un testo e una domanda aperta. E questo disclaimer, che in parte ho scritto io e in parte è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è il modo più diretto per dichiarare il patto: ciò che leggerai non promette perfezione. Promette sincerità del metodo. E si assume, fino in fondo, le conseguenze.

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