Cardialgie Acroniche #931

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16/01/1926 – ore 21:08
Oi m’è parso fosse un dì di transito, uno di quelli ch’han poco di che raccontare e vengono posti lìvi più com’astanteria e per esubero d’ore ch’in qualche modo han da spargersi lungo l’anno. Ho tentato di fruttare ‘l piute possibile di tale cumulo di tempo, dedicando la maggior parte della mane alla collaborazione con Ada per un rassetto generale ‘n vista della visita ormai consueta dei Parker ch’avranno di che aiutarmi ‘n alcune faccende domestiche d’appunto e ottimizzazione. Mi sono recato, poi, presso la bottega alimentare di Lylcoin per recuperare qualche sacchetto di cibarie e non presentare una dispensa vuota dimani. Ho concèssomi alcuni minuti di vuoto cognitivo poscia il pasto del mediodì e ‘l resto del meriggio m’ha visto tornare sulli scritti ch’in questo periodo stanno assumendo forme sempre più ingombranti sul mio scrittoio. Detto ‘n tal maniera pare ch’ì ne sia scocciato quando, di contro, è l’opposto. Ho ricevuto molte missive, oi: Annie, da Gersburg, chiede informazioni su alcune pratiche burocratiche per facilitare le sue gestioni amministrative con Lily; Juliet s’è dilungata un poco sulle fatiche attuali presso la sua nuova località d’impiego (debbo provvedere a una risposta, a tal proposito); il signor Tinsteel e un’addetta della segreteria della Frontprice hanno confermato alcuni dettagli sulla trasferta ch’avrà luogo la settimana ch’ha di che venire presso la regione di Lakelike; Stewart ha richiesto ch’ì mi rendessi disponibile per alcune dimande ch’ha di che pormi, non ne so niente più riguardo, sfortunatamente; Flo par ch’avesse brama di ciarlare un poco e debbo promettermi d’invitarla a qualche cordiale ‘l prima possibile; Lily mi conferma che non vi sono nuove da Gersburg in quest’altro fine di settimana ‘n cui si terrà distante da Lylcoin. Null’altro, pàremi, ma per certo m’ho obliato un qualché. All’ora tarda d’orora, mi sento di tirare le somme d’un dì ch’ha avuto poco di che distaccarsi dal meteo ch’or aleggia di torno a Hillfoot, grigiastro, umido e sin motti che meritano d’essere incisi ‘n pietra. Vi sono, didentro, di contro, parecchie quistioni che vado evitando e ch’al più presto avrò di che frontare. Non credo vi sia molto di che risolvere ‘n una giornata tale, tuttavia. L’incipio dell’anno sta plasmandosi con coerenza e una chiarezza di visione che mai prima potei mirare e lasso che tale cementificazione d’una costanza promettente e sin precedenti si stabilizzi con fermezza prima d’usarla come solida base donde pigliare la rincorsa ch’abbisogno pelle lune innanzi. V’è fretta, per chiaro. Ma son l’aspettative mie ch’hanno tal fame.

dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”

Annie Peavey Quill, Gersburg, 1925

Analisi – by E. Ashcroft

La #931 cade di venerdì 16 gennaio 1926. Arthur scrive alle 21:08, in un orario serale inconsueto per il Libro Quarto, dove la maggior parte delle entrate si colloca fra il primo pomeriggio e il tardo pomeriggio. L’ora tarda è coerente con il contenuto: una giornata priva di obbligazioni esterne che ha lasciato Arthur ad April Street fino a sera, senza il rientro affannoso dalle contee che governa il ritmo delle entrate dei giorni feriali. È un venerdì di stallo, e Arthur lo sa e lo dichiara fin dall’apertura: “oi m’è parso fosse un dì di transito, uno di quelli ch’han poco di che raccontare e vengono posti lìvi più com’astanteria e per esubero d’ore ch’in qualche modo han da spargersi lungo l’anno”. La frase è fra le più esplicite del corpus sulla percezione che Arthur ha del tempo vuoto: le ore non impiegate non sono libere, sono in eccesso, e vanno distribuite lungo l’anno come merce da smaltire. Il tempo senza compiti è una materia da gestire, non da godere, e la #925 del 10 gennaio, sei giorni prima, aveva già formulato il principio in termini analoghi: “restare ‘n balia dell’arbitrio e colle tasche colme d’ore da indorare può parere più terrificante del contrario”.

L’entrata, per quanto Arthur la presenti come povera di contenuto, è in realtà una delle più informative del mese di gennaio sul piano della logistica quotidiana e della rete relazionale.

Il primo nucleo è la mattinata domestica. Arthur ha lavorato con Ada alla pulizia generale dell’appartamento “in vista della visita ormai consueta dei Parker”. I genitori, stanziati a Newbrick per l’inverno secondo il pattern documentato dalla #922 del 7 gennaio dove Arthur annotava la loro presenza allo spettacolo di Powles, sono attesi nel fine settimana. L’aggettivo “consueta” è significativo: le visite dei Parker, durante i mesi del loro soggiorno invernale a Newbrick, si sono stabilizzate in un ritmo settimanale o quasi settimanale, tanto da essere prevedibili e da richiedere una preparazione che Arthur affronta il venerdì precedente. La collaborazione con Ada per la pulizia, che la #928 del 13 gennaio, tre giorni prima, annunciava già come “rassetto gargantuesco nei dì or glabri d’urgenze”, trova qui la sua continuazione operativa. Il rapporto fra Arthur e Ada, in queste settimane di stallo lavorativo di inizio anno, si configura come un tandem domestico che lavora sulla manutenzione dell’appartamento con una regolarità che il cronista deve notare: la #925 del 10 gennaio descriveva i quarti nel “candore ch’ella suole regalarmi ne’ suo’ passaggi”, la #928 pianificava il rassetto, la #931 lo esegue. L’appartamento è tenuto in ordine non per piacere estetico ma per ospitalità calcolata.[1]

La spesa alla bottega di Lylcoin, motivata dalla necessità di “non presentare una dispensa vuota dimani”, è un dettaglio che il cronista deve registrare nel contesto della ristrettezza finanziaria che il mese di gennaio documenta per via indiretta. La #928 del 13 gennaio parlava di cinghia da stringere e di “cisterna debitoria”. La #929 del 14 gennaio definiva la situazione come “fatica economica” che “aleggia sin pietà” nel periodo di riassestamento contrattuale di inizio anno. La spesa della #931 non è un approvvigionamento ordinario: è una spesa mirata a coprire l’apparenza, a evitare che i genitori trovino la dispensa vuota e ne traggano conclusioni sulla condizione economica del figlio. Il pudore finanziario di Arthur nei confronti dei Parker, che il corpus documenta come costante fin dalla prima stagione del diario, si manifesta qui nella forma più elementare: riempire il frigo prima che arrivino.

Il secondo nucleo è il pomeriggio di scrittura, e Arthur lo tratta con una brevità che è essa stessa un dato. Dopo qualche minuto di “vuoto cognitivo” a seguito del pranzo, ha ripreso gli scritti che “in questo periodo stanno assumendo forme sempre più ingombranti sul mio scrittoio”. L’immagine è concreta: i fogli si accumulano, le composizioni crescono in volume, e lo scrittoio ne è fisicamente invaso. La produttività letteraria del gennaio 1926 è documentata con insistenza nelle entrate circostanti: la #925 parlava di articoli “terminati ed adornati a punto” e di componimenti che fiorivano “d’in tra le gianche facce dell’altri tomi”, la #926 del riordino degli sparsi e del piacere di sperimentare nei frammenti lirici, la #929 dell’obiettivo annuale quasi demolito in due settimane. La #931 conferma il ritmo senza aggiungere dettagli, e la parentesi con cui Arthur specifica che l’ingombro sul tavolo non lo infastidisce ma al contrario lo allieta è un raro cenno di soddisfazione che, nel registro solitamente austero delle giornate di stallo, suona quasi come un lusso.

Il terzo nucleo è il censimento delle missive, ed è qui che l’entrata rivela la propria ricchezza strutturale. Arthur elenca sei corrispondenze ricevute nella giornata, e ciascuna merita di essere scomposta perché il loro insieme restituisce la mappa relazionale completa di Arthur al sedicesimo giorno dell’anno.

Annie, da Gersburg, chiede informazioni su pratiche burocratiche relative alla gestione amministrativa di Lily. Il dato è coerente con la #929 del 14 gennaio, dove Annie chiedeva precisazioni per il rinnovo del contributo di sostegno domiciliare. Il rapporto fra i due genitori, nella prima metà di gennaio, è dominato dalla componente burocratica: Arthur fornisce documentazione, Annie la trasmette agli uffici. Non c’è traccia di conflitto, non c’è traccia di affetto dichiarato. C’è un funzionamento.

Juliet si è “dilungata un poco sulle fatiche attuali presso la sua nuova località d’impiego”, e Arthur annota il debito di una risposta. Il dettaglio sulla “nuova località d’impiego” è un dato biografico che Arthur menziona senza specificare né la località né la natura del lavoro, e il cronista deve limitarsi a registrare ciò che il testo offre. Ciò che conta è il registro della comunicazione: Juliet non chiede, non esige, si “dilunga” sulle proprie fatiche, e Arthur percepisce il messaggio come un invito alla reciprocità che non ha ancora onorato. Il rapporto con Juliet, in questa fase, è fatto di corrispondenza che attende risposta, non di silenzi imposti.[2]

Il signor Tinsteel e un’addetta della segreteria della Frontprice hanno confermato dettagli sulla trasferta prevista per la settimana successiva nella regione di Lakelike. È la prima menzione di questo viaggio nelle entrate del Libro Quarto, e le entrate successive ne forniranno la cronaca. Il dato operativo è che la Frontprice sta organizzando un intervento fuori dalla regione di Hillfoot, cosa che il corpus documenta come rara per il periodo invernale: la stagione Kryomont cade in primavera, e il lavoro di gennaio è perlopiù concentrato nelle contee vicine. Una trasferta a Lakelike, la regione in cui Arthur è nato e dove i Parker svernano, implica spostamenti considerevoli e un’assenza da Lylcoin di più giorni.

Stewart Cauque ha chiesto che Arthur si rendesse disponibile per alcune domande non specificate. Arthur non sa di cosa si tratti e lo dichiara con franchezza: “non ne so niente più riguardo, sfortunatamente”. Il dato è minimo ma va registrato perché rivela la natura del rapporto fra i due cofondatori della Fox Reprise in queste settimane: Cauque non anticipa il contenuto delle domande, e Arthur non lo incalza. C’è una fiducia reciproca che non ha bisogno di preamboli.

Florence, indicata con il diminutivo “Flo”, “par ch’avesse brama di ciarlare un poco”, e Arthur si impegna a invitarla “a qualche cordiale ‘l prima possibile”. Il diminutivo è un segno di familiarità che Arthur si concede nei confronti dell’amica più stabile del corpus, la stessa Florence che nella #52 dell’agosto 1923 era portatrice di una “compagnia piana” che “non pesa e non distrae”, e che nella #919 del 3 gennaio 1926 era fra le prime visite dell’anno. L’intenzione di invitarla a un incontro informale conferma che il rapporto attraversa una fase di tranquillità.

Lily conferma che il fine settimana in corso non la vedrà a Lylcoin. Il dato è coerente con il regime di custodia alternata: Lily trascorre un fine settimana su due con Arthur, e questo è uno dei fine settimana in cui resta a Gersburg. L’assenza di Lily dalla #931 non è un’omissione ma un dato del calendario, e Arthur la registra senza commento, inserendola nella lista delle corrispondenze come qualsiasi altra comunicazione ricevuta.

Arthur chiude il censimento ammettendo di essersi “obliato un qualché”, il che aggiunge alla lista la consapevolezza della propria fallibilità mnemonica, la stessa che il Preambolo, scritto nel giugno 1924, collocava all’origine del progetto diaristico: “non vanto una buona memoria”.[3]

Il quarto nucleo è la chiusa, e contiene la frase più densa dell’entrata, collocata in un contesto di apparente leggerezza. Arthur scrive: “vi sono, didentro, di contro, parecchie quistioni che vado evitando e ch’al più presto avrò di che frontare”. La frase è l’unica dell’intero testo in cui Arthur guarda dentro di sé anziché intorno a sé, e lo fa con una formulazione che il cronista deve pesare nella sua struttura. Arthur non dice quali siano le questioni. Dice che le sta evitando. Dice che dovrà affrontarle. E aggiunge che non crede che una giornata come questa, un venerdì di transito, sia il luogo adatto per farlo.

Il corpus fino alla #931 offre indizi ma non certezze su cosa Arthur stia evitando. La #927 del 12 gennaio, quattro giorni prima, era interamente dedicata al ricordo della serata con Susan Rommer alla Foamy Carpet e alla constatazione di aver “lasciato all’intemperie la capannina ch’andavamo issando giunti”. La #925 del 10 gennaio registrava il meccanismo dell’”intemperanze nella quiete didentro” che trapelano negli scritti letterari senza che il diarista li controlli. La #930 del 15 gennaio, il giorno prima, descriveva la prossimità alla vecchia dimora di Valerie durante un’obbligazione a Restmount Avenue e la cascata di associazioni che il quartiere produceva: “ogni crocicchio o platano, ogni passante o nidore, ogni profilo urbano o caciara da calle mi sussurrava ‘l di lei nome”. Le questioni evitate potrebbero riguardare Susan, Valerie, o entrambe, o nessuna delle due specificamente: potrebbero essere le domande più generali sulla direzione della vita che il Preambolo di quasi due anni prima formulava come “ché vuole dirmi tutto ciò?” e che il diario, per sua natura, registra ma non risolve.

La chiusa è dove Arthur rovescia il tono dell’entrata. Dopo aver dichiarato che ci sono questioni da affrontare, scrive: “l’incipio dell’anno sta plasmandosi con coerenza e una chiarezza di visione che mai prima potei mirare e lasso che tale cementificazione d’una costanza promettente e sin precedenti si stabilizzi con fermezza prima d’usarla come solida base donde pigliare la rincorsa ch’abbisogno pelle lune innanzi”. La metafora è edile: la costanza è un materiale da cemento, la base va lasciata asciugare prima di costruirci sopra, e la rincorsa verrà dopo, quando la fondazione regge. Arthur sta distinguendo fra la fase attuale, che è di consolidamento, e la fase che verrà, che sarà di azione. Non è il momento di risolvere le questioni evitate: è il momento di cementare la disciplina che permetterà di risolverle quando sarà il momento.

La frase finale è la più concentrata: “v’è fretta, per chiaro. Ma son l’aspettative mie ch’hanno tal fame.” Arthur ha fretta, e la fretta non è di uscire dalla stasi: è di cominciare la rincorsa. Le aspettative sono affamate, non i bisogni. La distinzione è importante. Un bisogno affamato è un’emergenza. Un’aspettativa affamata è un’ambizione. Arthur, al sedicesimo giorno del 1926, sta costruendo la base da cui partire, e la fame delle aspettative è ciò che lo spinge a cementare più forte, non ciò che lo distrae dal cemento. Le questioni evitate restano nella loro nicchia di silenzio, e la fondazione procede. Il venerdì di transito, quello che non aveva nulla da raccontare, ha raccontato una mappa relazionale completa, un programma di stabilizzazione e un’ammissione di fuga che il diarista ha nascosto fra le righe come si nasconde un chiodo nel cemento fresco: lo si mette adesso, lo si troverà dopo.


[1] Il rapporto operativo fra Arthur e Ada nella pulizia e manutenzione dell’appartamento è uno dei fili più costanti del corpus fin dalla prima menzione della fantesca nella #21 del luglio 1923. Il pattern del Libro Quarto non diverge da quello documentato nei libri precedenti: Ada opera in autonomia, Arthur collabora quando le circostanze lo richiedono, e il risultato è un ambiente domestico mantenuto secondo standard che Arthur stesso nella #52 dell’agosto 1923 definiva come “ordine e funzionalità” anteposti all’estetica. La #928 del 13 gennaio, tre giorni prima della #931, è l’entrata che inaugura la sessione di pulizia intensiva dei giorni senza urgenze lavorative: Arthur la definiva “rassetto gargantuesco” e la collocava nei giorni “or glabri d’urgenze”. La #931 ne è il proseguimento logistico, con la motivazione aggiuntiva della visita dei Parker che fornisce alla pulizia una scadenza concreta. Il rapporto con Ada, in queste settimane, è al suo livello più funzionale: nessun conflitto, nessuna tensione, solo un lavoro condiviso nella cadenza domestica che entrambi conoscono.

[2] Juliet compare nel corpus fin dal Libro Primo e il suo rapporto con Arthur si è evoluto lungo i tre anni di diario da corrispondenza sporadica a presenza epistolare costante. Nella #919 del 3 gennaio 1926, Arthur la includeva fra le figure con cui aveva ripreso i contatti all’inizio dell’anno. Nella #931, la menzione della “nuova località d’impiego” introduce un dato biografico sulla vita di Juliet che Arthur non specifica ma che registra come sfondo della fatica che lei racconta. Il debito della risposta che Arthur annota, “debbo provvedere a una risposta, a tal proposito”, è il segno di un rapporto dove la reciprocità è percepita come obbligo morale, non come automatismo: Arthur sa di dover restituire a Juliet l’attenzione che lei ha mostrato, e il fatto di non averlo ancora fatto pesa sulla sua lista di compiti non come faccenda burocratica ma come inadempienza relazionale.

[3] L’ammissione di aver dimenticato qualche corrispondenza è un dato che il cronista deve collegare alla dichiarazione del Preambolo del giugno 1924, dove Arthur descriveva la propria memoria come selettiva e fallace: “non vanto una buona memoria” per i fatti vissuti, pur sapendo recitare “interi paragrafi de’ tomi studiati all’Accademia”. La #931 ne fornisce un’illustrazione pratica. In una giornata domestica, priva di spostamenti e di distrazioni operative, Arthur riceve sei comunicazioni, ne elenca cinque con certezza, una sesta con dubbio, e ammette che ce n’è probabilmente un’altra che gli è sfuggita. Il diario, in questo senso, funziona come il rimedio che Nauer aveva prescritto: registrare ciò che la memoria non trattiene. Ma il diario stesso è scritto dalla stessa memoria difettosa, e l’ammissione della #931 è il promemoria che il testo non è una trascrizione fedele della giornata ma una ricostruzione parziale, condotta a sera, da un uomo che sa di dimenticare e che scrive anche per contenere la dimenticanza.

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