Il vociare delle galline nell’orto sottostante aveva destato Arianna, già in lieve ritardo per quella giornata. Il riposo forzato all’orizzonte non offriva stimoli particolarmente vivaci: il cielo era grigio e l’umore sembrava risentirne. Eppure, il programma si annunciava fitto e fu necessario raccogliere un minimo slancio per avviare le prime attività.
Dopo una colazione curata — negli ultimi tempi rivisitata con attenzione, quasi a restituirle un piccolo spazio di piacere — si era seduta alla scrivania per portare a termine alcune incombenze rimaste in sospeso. Pur dedicandosi con disciplina ai suoi impegni, il pensiero tornava, con una certa dolcezza, a una delle ultime giornate trascorse in compagnia di una vecchia, cara conoscenza.
Si incontravano di rado, ma con una costanza discreta, sufficiente a mantenere vivo un legame che non aveva bisogno di frequenza per dirsi autentico. Era un’amicizia leggera nella forma, eppure profondamente radicata: uno spazio condiviso in cui aggiornarsi, raccontarsi, e ritrovarsi senza sforzo, spesso davanti a un pranzo che faceva da cornice alle loro vicissitudini.
Non erano molte le relazioni che Arianna poteva riconoscere simili a questa. Eppure, proprio nel tempo, aveva imparato ad apprezzarne la natura: affetti non assidui, ma stabili, capaci di custodire momenti di verità. In essi trovava una libertà sempre più rara — quella di poter parlare senza misura, senza difese, lasciando che le parole si disponessero con naturalezza, senza dover essere trattenute o filtrate.

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