10/07/1925 – ore 13:25 – appunti sparsi
All’occhi, poscia ‘l dio che si corca, casi paio brullo e scarno in fori, qual che ne vengan munte le parvenze dal disotto della carne. Che ‘n vero ‘n ella poso piute le brame dell’inarrivabile ch’un ver agogno, simile di succo all’onirico vorticare pe’ magioni e sesterzi e destarsi sin sete di materie ma d’aulico, effimero, incommensurabile. Per vero, conto almeno l’albe de’ tre vite ch’or mi lividano: la quivi in cima de’ mie’ spiri come l’anelli del fusto, la del sangue mio ch’in altro corpo scorre, e la del core mio che ‘n altro petto batte.[i]
Ore 20:25
V’è ‘n quadro ch’ha rovinato in fra le mie palme, oggidì, dell’occhi cui lassai ‘l fato que’ tant’anni addietro ormai. Smorfiato dalla chete forzata che ‘sì tanto riuscivo a scorger didietro l’oceani imbellettati, spento dal mezzo astratto che ‘n mi lassa sfiorare per vero ogn’anfratto che ‘sì tanto aveo reso continuo del mio tangere. Or ch’anche l’aleatorio mormorio squittito de’ venti mi trafigge le recchie coll’assonanze del suo nome, gocciola imperterrito ‘l rassegnarmi a una fame che tutto ‘l pane del globo giammai porrìa pagare.
[i] Nota all’entrata #741 — M. Solbourne
L’entrata #741 si colloca al centro di una sequenza di sparsi di densità eccezionale: dal 5 al 14 luglio 1925, le entrate #736, #737, #738, #739, #740, #741, #743, #744 e #745 sono tutte appunti sparsi, interrotte soltanto dalla #742, che pure è un’entrata regolare di tonalità e brevità prossime allo sparso. È la concentrazione più prolungata dell’intero Libro Terzo, e il suo centro tematico è il triangolo tra la propria esistenza, Lily e Valerie. La #740, il giorno prima, è l’apostrofe a Bice; la #742, il giorno dopo, nomina esplicitamente Valerie e menziona «due consunte istantanee» che ritraggono Arthur con lei. La #741 sta fra queste due entrate come un raccordo che opera in doppio registro: il primo segmento è un autoritratto allo specchio, il secondo è un ritratto dell’assente.
La struttura bipartita è anomala per un appunti sparsi. Il segmento delle ore 13:25 porta la dicitura di sparso, ma è seguito da un secondo segmento alle ore 20:25 che, pur non portando la dicitura, ne possiede tutte le caratteristiche: brevità, addensamento retorico, assenza di narrazione fattuale. Le due sezioni sono legate da un filo sotterraneo: ciò che Arthur vede di sé al mattino (la propria immagine svuotata) e ciò che vede la sera (l’immagine di lei, ugualmente svuotata dal mezzo che la contiene).
Il primo segmento si apre con «All’occhi, poscia ‘l dio che si corca»: Arthur si guarda dopo che il sonno (il «dio che si corca») si è ritirato, nel momento in cui il volto non è ancora difeso dalla giornata. Ciò che vede è «brullo e scarno in fori, qual che ne vengan munte le parvenze dal disotto della carne». Le parvenze vengono «munte», spremute fuori dalla carne come da una mammella: l’apparenza è ciò che resta dopo l’estrazione, il residuo del corpo che è stato munto di sostanza. L’immagine è di un volto dal quale è stato tolto qualcosa, non per violenza ma per lenta mungitura. Segue una dichiarazione che funziona come chiave di volta: Arthur non ripone più «le brame dell’inarrivabile» nella donna (il pronome «ella» è ambiguo ma il contesto della sequenza lo orienta verso Valerie), e paragona il proprio desiderio a un sogno, «l’onirico vorticare pe’ magioni e sesterzi», il girare per case e ricchezze nel sonno, per svegliarsi senza sete di cose materiali ma di qualcosa di «aulico, effimero, incommensurabile». Il sogno produce un’aspirazione che non può essere saziata da nulla di concreto.
La chiusa del primo segmento è il passaggio più limpido che Arthur abbia mai scritto sulle tre presenze che lo abitano. «Conto almeno l’albe de’ tre vite ch’or mi lividano»: la sua, «la quivi in cima de’ mie’ spiri come l’anelli del fusto»; quella di Lily, «la del sangue mio ch’in altro corpo scorre»; e quella di Valerie, «la del core mio che ‘n altro petto batte». La triade è costruita con una progressione anatomica: gli spiri (i respiri, la vita vegetativa), il sangue (la discendenza biologica), il cuore (l’organo emotivo). L’immagine degli anelli del fusto per la propria vita è particolarmente efficace: ogni alba aggiunge un cerchio, ma il cerchio è anche una chiusura, una traccia di crescita che si legge solo dopo il taglio. Lily è il sangue fuori dal corpo, la continuazione fisica che Arthur non può governare. Valerie è il cuore fuori dal petto, l’organo vitale che Arthur ha ceduto e non gli è stato restituito. La #735, sei giorni prima, menziona l’accompagnamento di Lily a Lylcoin; la prossimità tra la presenza concreta della figlia e la formulazione della #741 suggerisce che il conteggio delle «tre vite» nasca da una giornata in cui tutte e tre le presenze si sono fatte sentire in simultanea.
Il secondo segmento, quello delle ore 20:25, si apre con un’immagine concreta: «V’è ‘n quadro ch’ha rovinato in fra le mie palme, oggidì». Un ritratto, una fotografia, un’immagine che è caduta («rovinato») nelle mani di Arthur durante la giornata. Il «quadro» è «dell’occhi cui lassai ‘l fato que’ tant’anni addietro ormai»: gli occhi di una persona alla quale Arthur lasciò decidere il destino molto tempo fa. Il contesto della sequenza, e in particolare la #742 del giorno successivo dove Arthur menziona le «due consunte istantanee» che lo ritraggono con Valerie, rende chiaro che si tratta di lei. Arthur la vede «smorfiato dalla chete forzata»: smorfìato, deformato dalla propria smorfia, dalla calma imposta che Arthur «riuscivo a scorger didietro l’oceani imbellettati». Gli «oceani imbellettati» sono gli occhi di Valerie, truccati, abbelliti in superficie ma incapaci di nascondere ad Arthur la forzatura che vi sta dietro. Il termine «imbellettati» ricorre nella #735, applicato ai «dati imbellettati» delle riunioni della Kryomont: ciò che è imbellettato è ciò che è stato reso presentabile senza essere vero.
L’immagine fotografica diventa poi prigione: il «mezzo astratto» non lascia «sfiorare per vero ogn’anfratto che ‘sì tanto aveo reso continuo del mio tangere». Arthur aveva reso continuo il proprio toccare, aveva fatto del contatto fisico con lei un atto ininterrotto, e ora il mezzo fotografico, astratto per definizione, glielo impedisce. La fotografia conserva la vista ma abolisce il tatto, e Arthur registra questa amputazione come un tradimento del mezzo stesso. La chiusa del secondo segmento porta il frammento al suo punto più grave: «anche l’aleatorio mormorio squittito de’ venti mi trafigge le recchie coll’assonanze del suo nome, gocciola imperterrito ‘l rassegnarmi a una fame che tutto ‘l pane del globo giammai porrìa pagare». La fame è quella del cuore che batte in altro petto, dichiarata nel primo segmento; il pane è tutta la materialità del mondo, insufficiente a placarla. Il verbo «gocciola» lega la rassegnazione a un processo lento, inesorabile, che non si riversa ma stilla. La stessa qualità del gocciolio è presente nella #744, tre giorni dopo, dove l’immagine di Valerie «dalle palme sotto il rigolo d’acqua tepida sciogliti via com’i resti de’ milliaia di caffè»: l’acqua porta via, goccia dopo goccia, ciò che Arthur tenta di trattenere.
L’entrata #741, nella sua duplice struttura, opera come un dittico specchiato: il mattino e la sera, il proprio volto e il volto di lei, il corpo svuotato e l’immagine che non lascia toccare. Le «tre vite» del primo segmento si riducono, nel secondo, a una sola assenza, quella di Valerie, che occupa tutto lo spazio disponibile e trasforma persino il vento in portatore del suo nome (Solbourne, 1997).
dai Diari di Arthur Parker, Libro Terzo, “Contraddizioni Epifaniche”

Quasafrasi – by E. Ashcroft
Ore 13:25
Agli occhi, dopo che il sonno si è ritirato, appaio brullo e scarno all’esterno, come se le apparenze mi venissero munte da sotto la carne. In verità, non ripongo più in lei le brame dell’irraggiungibile che davvero agogno, simili per essenza al vorticare onirico per dimore e ricchezze, per poi svegliarsi senza sete di cose materiali ma di qualcosa di nobile, effimero, incommensurabile. A dire il vero, conto almeno le albe di tre vite che ora mi segnano: la mia, qui in cima ai miei respiri come gli anelli del tronco; quella del mio sangue che scorre in un altro corpo; e quella del mio cuore che batte in un altro petto.
Ore 20:25
C’è un ritratto che mi è caduto fra le mani, oggi, degli occhi a cui lasciai decidere il destino tanti anni fa ormai. Deformato dalla calma forzata che riuscivo così bene a scorgere dietro i suoi occhi truccati, spento dal mezzo astratto che non mi lascia sfiorare davvero ogni piega che avevo reso parte continua del mio toccare. Ora che persino il casuale mormorio sottile dei venti mi trafigge le orecchie con le assonanze del suo nome, gocciola imperterrito il mio rassegnarmi a una fame che tutto il pane del mondo non potrebbe mai saziare.
Glossario Minimo – by M. Solbourne
Munte: Participio femminile plurale di mungere. Le parvenze vengono estratte dalla carne come il latte dalla mammella: spremute, svuotate, rese esterne per sottrazione della sostanza interna.
Lividano: Forma verbale parkeriana da livido. Le tre vite non lo feriscono nel senso ordinario: lo lividano, gli imprimono lividi, macchie sottocutanee che non sanguinano ma permangono visibili.
Brullo: Spoglio, privo di vegetazione o copertura. Detto del volto allo specchio, indica un’aridità che non è magrezza fisica ma assenza di superficie, un volto al quale manca lo strato esterno.
Smorfiato: Neologismo parkeriano, da smorfia. Deformato da una smorfia, contratto nell’espressione facciale al punto che la contrazione diventa attributo permanente. Arthur lo applica alla calma forzata di Valerie nella fotografia: una quiete che è già una smorfia irrigidita.
Squittito: Da squittire, il verso acuto e breve degli uccelli o dei piccoli animali. Il mormorio del vento è «squittito», ridotto a un verso sottile e insistente che trafigge più di quanto un suono pieno potrebbe fare.
Corca: Forma arcaica di corica, dal verbo coricare (coricarsi, andare a dormire). «’L dio che si corca» è il sonno, o la divinità del sonno, che si ritira, lasciando Arthur solo davanti al proprio riflesso.
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