Cardialgie Acroniche #898

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13/12/1925 – ore 21:02 – appunti sparsi

S’allargava la chiazza pallida della tovaglia scemata, ch’avea rasato ‘l biancore d’un uso scordato, e lìvi, tra grinza e filatura, tremolava un sentore smagrito, non piute aroma ma qual pallore da frollatura che più ‘n reggea cibo. Stagnava, lento, ‘l rivo slabbrato d’un gocciolio di ceramica, non sgocciolante pe’ difetto, ché la stoviglia ‘n crepa per forma, si sottiglia d’intimo denso che ‘n più è capace di trattenere. Il muro, intonacato livido che sapea d’un’umidità rappresa, flettéasi ‘n giuntura sofferta, quasi volesse reggere tutto ‘l freddo del dì sin crollare, pur non avendo ‘l nerbo pe’ ‘sì tanto. Le seggiole s’accasciavano, torsive d’assito e d’impagliatura, pe’ stanchezza che loro saliva di dentro, sin somigliare riposo che mai s’ebbe. E v’era, in cotanta luce sghemba, qual un levigato da stagione finita, che ‘l vetro restituiva appena, in tremolio più da lucerna flebile che da trasparenza, quasi fosser rimasti, nell’imbuto dell’aria, l’avanzi d’un raggio che ‘n più sapea raggiungere o pur tenere. Il tanfo rancido, trapelato da stipi gonfiati e da scaffali inabissati dissotto un carico d’oggetti sciolti da funzione e da nomea, parea proferire d’un tempo invissuto, ommeglio trascorso ‘n retroguardia, qual attesa fitta che sin lìvi s’era protratta, sbiadendo. Ed ogni cosa, da guanciale afflosciato a infisso ingrugnato, faceasi torbida, attardata, ma non quieta, e parea guardarsi trassé colla storta quietudine d’un settembre che par giungere non a finire, bensì a rimpiangere ‘l principio che mai porrìa, stremo, replicarsi.[i]


[i] Nota all’entrata #898 – L’entrata #898 si colloca il giorno dopo la #897, in una sequenza di dicembre 1925 che presenta una densità insolita di sparsi: la #887 e la #888 nei primi giorni del mese, la #895 il 10, la #897 il 12, e ora questa, il 13. L’apertura del Libro Quarto, inaugurato con la #886 del 1° dicembre, pare aver riattivato nella scrittura di Arthur una pulsione percettiva che si scarica quasi quotidianamente nella forma degli appunti sparsi, come se il passaggio al nuovo libro avesse allentato un vincolo di contenimento.

Il frammento è una natura morta domestica, e va affiancato per affinità di genere alla #180 del 26 dicembre 1923 e alla #748 del 17 luglio 1925. In tutti e tre i casi, Arthur descrive un ambiente chiuso, un interno che si sfibra, dove gli oggetti non assolvono più la propria funzione e la materia si degrada senza evento. La differenza della #898, rispetto ai precedenti, sta nella completezza dell’inventario e nella sistematicità con cui Arthur attraversa lo spazio: tovaglia, stoviglia, muro, seggiole, vetro, stipi, scaffali, guanciale, infisso. Non un solo oggetto viene osservato e abbandonato; ciascuno viene registrato e consegnato alla propria specifica forma di cedimento. Il testo funziona come una perlustrazione d’interni condotta senza scopo, se non quello di accertare che ogni cosa, nessuna esclusa, si sta disfacendo.

La tovaglia apre il frammento come superficie: è «scemata», ha «rasato ‘l biancore d’un uso scordato», e nel suo tessuto «tremolava un sentore smagrito, non piute aroma ma qual pallore da frollatura che più ‘n reggea cibo». La frollatura è termine della lavorazione delle carni, la maturazione controllata che precede il consumo; applicata alla tovaglia, trasferisce l’idea di una decomposizione che ha superato il proprio fine utile, che continua a procedere senza che nessuno ne tragga più nutrimento. L’immagine è coerente con la brocca «stinta» della #887, dove Arthur «carezza i bordi» di un oggetto che ha smesso di servire, e con il «nocciòlo incrostato» della #748, «rammemoranza d’un frutto che forse sognai, ché la polpa non v’era, né mai v’era stata». Gli oggetti domestici, negli sparsi di Arthur, sono contenitori da cui il contenuto si è ritirato.

La ceramica che gocciola è descritta con una precisione che merita attenzione: «la stoviglia ‘n crepa per forma, si sottiglia d’intimo denso che ‘n più è capace di trattenere». La stoviglia non è rotta, non ha difetto strutturale; è la sua densità interna a essersi assottigliata, come se la capacità di contenere fosse una proprietà che si consuma con l’uso. Il parallelo con la scrittura stessa è difficile da ignorare: nella #887, scritta undici giorni prima, Arthur riflette sul fatto che i suoi fogli «raccogli[ono], manteng[ono], almeno quanto s’abbisogna perch’io vi scarabocchi tracce d’un donde possibile». Anche lì, il contenitore (il foglio, lo sparso) trattiene a malapena, e la sua tenuta è provvisoria.

Il muro «intonacato livido» che «flettéasi ‘n giuntura sofferta, quasi volesse reggere tutto ‘l freddo del dì sin crollare, pur non avendo ‘l nerbo pe’ ‘sì tanto» richiama direttamente la parete della #895, tre giorni prima, dove l’intonaco è «sfranto» e la muffa vi si installa come «colonia tenace». Le due entrate formano quasi un dittico: nella #895 la parete è già infiltrata da una vita parassita; nella #898, la parete non è ancora crollata ma non ha la forza per reggere, e la sua resistenza è descritta come volontà frustrata, quasi antropomorfica. Il muro vuole tenere, ma non può. Le seggiole «s’accasciavano, torsive d’assito e d’impagliatura, pe’ stanchezza che loro saliva di dentro, sin somigliare riposo che mai s’ebbe»: la stanchezza è attribuita al legno e alla paglia come qualità intrinseca, non come effetto dell’uso. È una stanchezza che sale dall’interno dell’oggetto, lo stesso tipo di logorio che Arthur attribuisce alla stoviglia. E il riposo che le seggiole imitano nel loro cedere è un «riposo che mai s’ebbe», una postura di resa che non ha mai conosciuto il sollievo che dovrebbe precedere.

La luce che entra dal vetro è «sghemba», aggettivo che Arthur impiega anche nella #748, dove è «lo sghembo dell’aria» a impedire il gesto, e nella #895, dove l’«occhiata, sghemba e tremula» si posa sulla muffa. L’obliquità è, negli sparsi, la condizione normale della percezione: nulla arriva diretto, nulla illumina pienamente. Il vetro della #898 «restituiva appena, in tremolio più da lucerna flebile che da trasparenza»; la luce non passa attraverso, filtra come un residuo di sé stessa, e il termine «levigato da stagione finita» con cui Arthur la descrive suggerisce una superficie dalla quale il tempo ha rimosso ogni asperità, lasciando solo una levigatezza opaca che non riflette né trasmette.

La sezione sugli «stipi gonfiati» e gli «scaffali inabissati» introduce il tema degli oggetti «sciolti da funzione e da nomea»: cose che hanno perso il nome insieme allo scopo, e il cui «tanfo rancido» pare «proferire d’un tempo invissuto, ommeglio trascorso ‘n retroguardia». Il neologismo «invissuto» è notevole: un tempo non vissuto, che ha attraversato il calendario senza essere abitato. La correzione immediata, «ommeglio trascorso ‘n retroguardia», non annulla la prima formulazione ma la sfuma, come se Arthur cercasse di addomesticare un concetto eccessivo. Si ritrova una dinamica analoga nella #888, dove il «cartiglio millantato a principio d’ottobre» giace sullo scrittoio con le sue «crìspole e distinte» che Arthur «pur finsi di stimare»: anche lì, un accumulo di cose a cui fu attribuito un valore che non ebbero mai.

La chiusa del frammento è il passaggio più elaborato. Arthur abbandona l’inventario degli oggetti per una generalizzazione: «ogni cosa, da guanciale afflosciato a infisso ingrugnato, faceasi torbida, attardata, ma non quieta». La precisazione è decisiva. Gli oggetti non sono in pace; sono in ritardo, e il loro ritardo è inquieto. L’immagine finale, «la storta quietudine d’un settembre che par giungere non a finire, bensì a rimpiangere ‘l principio che mai porrìa, stremo, replicarsi», invoca una stagione scritta in dicembre: un settembre che non chiude l’estate ma ne rimpiange l’inizio, sapendo che quell’inizio è irripetibile. Non è la fine a spaventare, ma la consapevolezza che il principio non potrà tornare. La scelta di settembre, stagione di mezzo, soglia che non conclude né inaugura, risuona con la posizione di Arthur nel corpus a questa altezza: il Libro Quarto è appena iniziato, il diario ha ormai due anni e mezzo di storia alle spalle, e la scrittura stessa, come gli oggetti della stanza, continua a resistere senza più la certezza del proprio scopo (Solbourne, 1997).

Ogniddì par lo ch’attendo ormai da sempre
Quan lamelle di fin inverno van sbiandendo
E marzo e i mesi paion ser novi settembre
Ed ì le vite teco, serenamente or invento.


Quasafrasi – by E. Ashcroft

Si allargava la chiazza pallida della tovaglia consumata, che aveva perso il biancore di un uso dimenticato, e lì, tra pieghe e filature, tremolava un sentore emaciato, non più aroma ma una sorta di pallore da carne frollata troppo a lungo, che non reggeva più il cibo. Stagnava, lento, il rivolo sformato di un gocciolio di ceramica, che non gocciolava per difetto, perché la stoviglia non si crepa per la forma, si assottiglia di una densità interna che non è più capace di trattenere. Il muro, intonacato di un livido che sapeva di umidità rappresa, si piegava in una giuntura sofferta, come se volesse reggere tutto il freddo del giorno senza crollare, pur non avendo la forza per tanto. Le sedie si afflosciavano, contorte nel legno e nell’impagliatura, per una stanchezza che saliva loro da dentro, fino a somigliare un riposo che non si era mai avuto. E c’era, in quella luce obliqua, qualcosa di levigato da una stagione finita, che il vetro restituiva appena, in un tremolio più da lucerna flebile che da trasparenza, come se fossero rimasti, nell’imbuto dell’aria, i resti di un raggio che non sapeva più raggiungere né tenere. Il tanfo rancido, filtrato da armadi gonfi e da scaffali sommersi sotto un carico di oggetti sciolti da funzione e da nome, pareva parlare di un tempo non vissuto, o meglio trascorso in retroguardia, come un’attesa fitta che fin lì si era protratta, sbiadendo. E ogni cosa, dal cuscino afflosciato alla finestra imbronciata, si faceva torbida, in ritardo, ma non quieta, e pareva guardarsi tra sé con la storta quietudine di un settembre che sembra arrivare non per finire, ma per rimpiangere l’inizio che non potrebbe mai, stremato, ripetersi.


Glossario Minimo – by M. Solbourne

Frollatura: Processo di maturazione controllata delle carni dopo la macellazione, durante il quale i tessuti si ammorbidiscono per azione enzimatica. Qui trasferito all’ambito domestico: la tovaglia ha raggiunto una decomposizione che prosegue oltre ogni utilità, una degradazione che non serve più a preparare nulla.

Slabbrato: Che ha i bordi allargati, sformati, non più contenuti nella propria sagoma originaria. Detto di recipienti, labbra, aperture che hanno ceduto al proprio margine.

Torsive: Aggettivo da torsione: ritorte, avvitate su sé stesse. Le seggiole sono torsive nella struttura del legno e dell’impagliatura, come se la stanchezza le avesse contorte dall’interno.

Assito: Struttura o rivestimento in assi di legno. Nella #898 indica il telaio ligneo delle seggiole, la componente strutturale che dovrebbe sostenere e che invece partecipa al cedimento.

Invissuto: Neologismo parkeriano, composto dal prefisso privativo in- e dal participio vissuto. Un tempo invissuto è un tempo trascorso senza essere abitato, attraversato in assenza di chi avrebbe dovuto viverlo.

Ingrugnato: Corrucciato, imbronciato. Detto dell’infisso, trasferisce al legno e al ferro una disposizione d’umore scontrosa, come di chi resiste per ostinazione e non per forza.


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