20/07/1924 – ore 22:02 – #387 – appunti sparsi
Sfiatava da fanghìna lattescente una rasciuga schiumosa, rattoppata d’acquetta che già non ristagna ma tracima, e ‘n essa l’affondo non facea da specchio ma da ribattuta, ché quel ch’ivi tralucea parea reliquia viscida d’un abbozzo disusato, scevro di naspo e cigliatura, sbollito qual corna d’icneumone ‘n dissoluzione. Dallo lastricato, zampillava l’incartamento roco d’una slitta balestrata, le cui ruote s’appiattivano pe’ stroppio e confittéa scagliosi vapori che mulinavano tra borra e strusciamento. Lìvi, ciò che fu forma s’abbassava ‘n polvere_umorale, ell’urto, sin rintocco, parea già scarico, ché ‘l viavai ‘n vi corrispondea pe’ compimento, massì pe’ una scorza d’urgenza: il tracollo che s’annida tra tallone e dovere. In quel riboccolo, tra sgorbî e svirgole, s’appianò la retinatura d’un mento già sbocciato: ed ei, pur sin peso, parve essersi disciolto. Bastò lo sfrigolio.[i]
[i] Nota all’entrata #387 – L’entrata si colloca il giorno dopo la #386, anch’essa sparso, e la prossimità non è casuale. La #386 è una scena di stasi totale: Arthur seduto su una soglia, il braccio che «pur accennando, ricadeva in gesto privo di peso», la maniglia ossidata che «offriva il moversi soltanto alla mente». Il corpo era inchiodato, incapace perfino del gesto elementare di aprire una porta. Il trattenersi, osserva Arthur in chiusa, «come piovere, non prometteva mai fine». La #387 porta il corpo fuori, nella strada, ma non lo libera. Lo immerge in un altro tipo di paralisi: quella della materia che si disfa.
L’intero frammento è costruito su un lessico della dissoluzione. La «fanghìna lattescente» da cui «sfiatava» una «rasciuga schiumosa» è un paesaggio liquido già in stato di decomposizione: l’acqua «non ristagna ma tracima», il fondo «non facea da specchio ma da ribattuta». Ogni elemento ha perso la sua funzione primaria: l’acqua non riflette, non si ferma, non serve. Ciò che vi traluce è «reliquia viscida d’un abbozzo disusato, scevro di naspo e cigliatura, sbollito qual corna d’icneumone ‘n dissoluzione». La similitudine è straordinaria per la sua estraneità: le corna d’icneumone in dissoluzione introducono un’immagine quasi naturalistica, da tassidermia o da laboratorio di scienze, che non ha paralleli evidenti nel corpus. L’icneumone, animale associato fin dall’antichità alla capacità di uccidere i serpenti, compare qui non come agente ma come residuo, ridotto alle sue appendici in disfacimento. La forma dell’animale è già perduta: ne resta soltanto la materia che si scompone.
Nella seconda sezione del frammento, il paesaggio si popola: una slitta «balestrata» il cui passaggio produce «scagliosi vapori che mulinavano tra borra e strusciamento». La slitta è un veicolo industriale le cui ruote «s’appiattivano pe’ stroppio», cioè si deformano per l’usura. I vapori non salgono, mulinano: la strada è un sistema di forze che girano su sé stesse senza direzione. «Ciò che fu forma s’abbassava ‘n polvere_umorale», scrive Arthur, e il composto «polvere_umorale», con il suo trattino basso che fonde il concreto e il fisiologico, è uno di quei momenti in cui la lingua parkeriana inventa un concetto che la lingua corrente non possiede. La polvere non è minerale, è umorale: appartiene al corpo, ai suoi umori, alla sua chimica interna.
L’accelerazione del frammento avviene nella frase centrale: «il tracollo che s’annida tra tallone e dovere». La formulazione è tra le più dense dell’intero Libro Secondo. Il tracollo non è un evento, è una condizione che «s’annida», cioè si acquatta, si insedia in uno spazio ristretto, precisamente nel punto in cui il gesto fisico del camminare (il tallone) incontra l’obbligo astratto di farlo (il dovere). Il corpo cammina non perché vuole ma perché deve, e in quel «tra» si nasconde il crollo. La #382, cinque giorni prima, descriveva lo stesso meccanismo con diversa immagine: «ogni piede ch’ì movo ne’ dì che cronaco dressa casi fiero un pulviscolo d’allora, invisibile e greve, che si piccica alle suole e ne scompensa l’andatura». L’andatura, in entrambi gli sparsi, è compromessa non dall’esterno ma dall’interno, dal peso che il passo porta con sé.
La chiusa è la scena più breve e più densa del frammento. «In quel riboccolo, tra sgorbî e svirgole, s’appianò la retinatura d’un mento già sbocciato: ed ei, pur sin peso, parve essersi disciolto. Bastò lo sfrigolio.» Dal disordine visivo della strada, dal groviglio di segni e macchie, emerge il contorno di un mento, maschile. Il pronome «ei» non lascia dubbi sul genere, ma il testo non offre identificazione. Potrebbe essere un passante, un volto intravisto nella ressa e subito perso, secondo lo stesso schema della #57, dove Valerie appare «di profilo, col mento smussato» e un istante dopo «non v’era più». Ma qui il soggetto è maschile, e il «mento già sbocciato» suggerisce una maturità raggiunta, un volto non più giovane. La possibilità che Arthur stia vedendo sé stesso, riflesso nella fanghìna che «non facea da specchio ma da ribattuta», è sostenuta dalla logica interna del frammento: ciò che vi traluce è «reliquia viscida d’un abbozzo disusato», un’immagine che richiama più un autoritratto deformato che un avvistamento di terzi. «Ei, pur sin peso, parve essersi disciolto»: la figura, chiunque sia, si dissolve, e la dissoluzione non richiede violenza. «Bastò lo sfrigolio»: bastò un suono minimo, un crepitio, perché la forma cedesse.
Il frammento si chiude così, senza rientro, senza commento, senza il ritorno domestico che caratterizza la #57 o la #386. Arthur non torna: registra la scomparsa e si ferma. Il fatto che l’ultimo atto percettivo sia un suono, non un’immagine, rovescia la gerarchia del frammento, che fino a quel punto era interamente visivo e tattile. L’udito, già nella #57, era il senso del riconoscimento involontario, quello che «slittava» e faceva ruotare il corpo. Qui lo sfrigolio non produce riconoscimento ma dissoluzione: è il suono della forma che cede, dell’immagine che si ritira. In un corpus dove il suono è quasi sempre minaccia o intrusione (il chiacchierìo dei rocchetti della #386, il brusìo soffocato nella fenditura), questo sfrigolio ha una qualità diversa: è conclusivo, non iterativo. Non si ripete, non tormenta. Accade, e basta (Solbourne, 1997).
Tratto da “I Diari di Arthur Parker – Il Diario dei Trialoghi Icastici”

Spiovon stagioni ‘n un sol frangente
‘N mescla di fili, poi arazzi, poi telai
Fra ‘l terrore e’l sentore d’un sempre
Ove, per vero, creo non svanirà mai.
Quasafrasi – by E. Ashcroft
Esalava da una fanghiglia lattiginosa un residuo schiumoso, rattoppato d’acquetta che già non ristagnava ma tracimava, e in essa il fondo non faceva da specchio ma da rimbalzo, perché ciò che vi traspariva sembrava una reliquia viscida di un abbozzo in disuso, privo di rocchetto e orlatura, sfatto come corna di icneumone in dissoluzione. Dal lastricato, zampillava il rumore roco di un carro sbalzato, le cui ruote si appiattivano per l’usura e sputava vapori squamosi che mulinavano tra cascami e sfregamento. Lì, ciò che era stato forma si abbassava in polvere corporale, e l’urto, ormai scarico, non corrispondeva più a un compimento ma soltanto a una scorza d’urgenza: il crollo che si annida tra il tallone e il dovere. In quel traboccare, tra scarabocchi e sgorbii, si distese la trama di un mento già maturo: e lui, pur senza peso, parve essersi dissolto. Bastò il crepitio.
Glossario Minimo – by M. Solbourne
Fanghìna: Diminutivo di fango, con sfumatura di impasto liquido e lattiginoso; indica una melma diluita, non ancora consolidata, distinta dal fango denso per la sua consistenza acquosa e trasparente.
Rasciuga: Residuo che resta dopo un’evaporazione o un’asciugatura parziale; la crosta schiumosa che si forma quando un liquido si ritira senza sparire del tutto. Termine di area artigianale, usato per i depositi di concia o di lavatura.
Naspo: Aspo, rocchetto da filatura; l’attrezzo su cui si avvolge il filo. Qui usato in negazione («scevro di naspo») per indicare l’assenza di qualsiasi struttura avvolgente, di qualsiasi principio d’ordine tessile nella materia osservata.
Icneumone: Piccolo mammifero (la mangusta egiziana), noto fin dall’antichità come predatore di serpenti e simbolo di vigilanza. Qui ridotto a materia in dissoluzione, privato di ogni valenza simbolica attiva.
Borra: Cascame, fibra di scarto della lavorazione tessile o dell’imbottitura; materiale residuale, grossolano, che non ha più destinazione produttiva.
Riboccolo: Traboccamento, straripamento minimo; il momento in cui un contenuto eccede il proprio bordo e versa. Qui indica il punto di sovraccarico percettivo da cui emerge, per eccesso, la visione del mento.
Retinatura: Trama a rete, disegno reticolare; il pattern di linee incrociate che si forma su una superficie. Applicato al mento, suggerisce un volto segnato, percorso da una rete di pieghe o venature.
Sfrigolio: Crepitio lieve, il suono sottile di qualcosa che frigge o si consuma a bassa intensità; un fruscio termico, più vicino al sibilo che allo scoppio.
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