Trialoghi Icastici #382

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15/07/1924 – ore 18:44 – #382 – appunti sparsi

Veggasi lo ieri di pronto sepolto e pittato alli posteri a mala linea di non poco arbitrale per mano de lo ch’ì solgo nominare natura ma che quissate solo falla del cogito mio permane. Dissipano le de’ dì malfacenze, pur le memorie d’esse, e di poco le d’esse orme ch’han sul divenire, e rimpetta infida la nostalgica fame d’aver di che marciare novamente a lo che fu e fare del male un qualché di sano. Nello sano, perocché, v’estrassi nulla più che letargiche piaghe, or che lo che vo’ anelando al piglio d’ogniddì pare ser la fiata corta che tenaglia il petto a fine d’ogni ripido colle preso in corsa. Nel mentre che la bocca s’ostina a nomeare passato ciò ch’ancora morde ‘n presente, lo sepolto ‘n tace e rifiata, dal di sotto della crosta del nominato, qual omuncolo ‘n dolo cui sia stato negato il giusto peso della terra. Li_ierdì, ch’io volli serrare pe’ cautela, ritornano ‘n fiato basso e_irregolare, e fan del rammento un’infezione mansueta, ch’ì non paio ancora sapere come sanare. Ogni piede ch’ì movo ne’ dì che cronaco dressa casi fiero un pulviscolo d’allora, invisibile e greve, che si piccica alle suole e ne scompensa l’andatura. Quissà la natura, ch’ì accuso novamente pe’ ozio ‘n nome, non sia di contro mero alibi, maschera posta a celare la mia inerzia di scarnire l’occorso. Ché lo che s’ostina a persistere, non pare ser l’evento, ma l’uso che ne fo, l’indugio con cui l’adorno di bisogna, ‘sì ch’il dolo, fino ser tollerabile, debba fingersi maestra.[i]


[i] Nota all’entrata #382 – Il frammento chiude la sequenza di sparsi che ha dominato la prima metà del luglio 1924: la #376 del 9 luglio, la #378 dell’11, la #379 del 12, la #380 del 13, la #381 del 14. Cinque frammenti in sei giorni, un addensamento senza precedenti nella biografia testuale recente, culminato nell’eruzione del nero della #381 con la domanda finale all’abisso: «se’ tu morte o passato son già?» La #382 arriva il giorno dopo. Arthur è sopravvissuto. E dedica il frammento al tentativo di comprendere cosa abbia prodotto la sopravvivenza e cosa la renda precaria.

Il registro è quello latineggiante e sentenzioso che Arthur riserva agli sparsi più analitici, come la #380, dove la disciplina dei fuscelli era stata formulata come principio stoico. La #382 prosegue quell’impianto ma ne rovescia la direzione. La #380 prescriveva un metodo: alimentare ogni giorno il sopito fuoco. La #382 diagnostica il fallimento del metodo: il passato non si lascia seppellire per volontà.

L’apertura è una constatazione di artificio. «Veggasi lo ieri di pronto sepolto e pittato alli posteri a mala linea di non poco arbitrale.» Arthur osserva come il giorno appena trascorso sia stato immediatamente sepolto e dipinto ai posteri secondo una linea divisoria arbitraria. Il confine tra ieri e oggi è un tratto di pennello, non una frattura reale. E quel tratto di pennello è opera di ciò che Arthur è solito chiamare «natura» ma che riconosce come «solo falla del cogito mio permane»: un errore del proprio pensiero, travestito da legge naturale. È una delle ammissioni più lucide del corpus sulla costruzione artificiale del tempo interiore.

Il passaggio centrale lavora su un’immagine funeraria. «Lo sepolto ‘n tace e rifiata, dal di sotto della crosta del nominato, qual omuncolo ‘n dolo cui sia stato negato il giusto peso della terra.» Ciò che Arthur ha seppellito non muore. Respira sotto la crosta, come un piccolo uomo a cui sia stata negata la sufficiente quantità di terra per essere davvero sepolto. L’immagine è di una precisione inquietante: Arthur ha gettato troppa poca terra sul proprio passato, e la terra non basta a schiacciare l’omuncolo che continua a ventilare. La parola «dolo», in latino, significa dolore ma anche inganno: l’omuncolo è sia afflitto sia ingannato, tenuto in un limbo di sepoltura parziale. La crosta, immagine che attraversa gli sparsi dell’estate 1923 in chiave fisica, torna qui in chiave metaforica: non è più la crosta che si forma su una ferita secca, è la crosta di parola con cui Arthur copre l’evento senza eliminarlo.

Il cuore del frammento è nell’immagine del pulviscolo. «Ogni piede ch’ì movo ne’ dì che cronaco dressa casi fiero un pulviscolo d’allora, invisibile e greve, che si piccica alle suole e ne scompensa l’andatura.» Arthur cammina nei giorni che documenta, e ogni passo solleva polvere di allora. La polvere è invisibile ma pesante, si appiccica alle suole, e sbilancia il passo. È una delle metafore più fisiche del corpus finora per descrivere come il passato operi nel presente: non attraverso ricordi coscienti, ma attraverso una resistenza minima e costante che altera il modo stesso di camminare. Arthur non inciampa. Zoppica senza sapere di zoppicare. Il pulviscolo è il residuo dell’abisso che Arthur ha consegnato alla Nauer un anno prima, ed è lo stesso pulviscolo che nelle paginette «hanno più pulviscolo che motti indosso», come scriverà nella #551 del gennaio 1925: la polvere del tempo si deposita sulle pagine stesse della scrittura, e le scritture vecchie accumulano polvere come gli scaffali.

La chiusa è la più spietata del frammento e chiarisce retrospettivamente la direzione dell’intera sequenza di luglio. «Quissà la natura, ch’ì accuso novamente pe’ ozio ‘n nome, non sia di contro mero alibi, maschera posta a celare la mia inerzia di scarnire l’occorso.» Arthur sospetta che la «natura», cui aveva attribuito la responsabilità di seppellire arbitrariamente il passato, sia in realtà un paravento per la propria inerzia. Accusare la natura è un modo per non ammettere che è lui a non avere le forze di «scarnire l’occorso», di ridurre l’evento all’osso, di privarlo della carne narrativa con cui continua ad adornarlo. La sentenza finale è di una brutalità clinica: «Lo che s’ostina a persistere, non pare ser l’evento, ma l’uso che ne fo, l’indugio con cui l’adorno di bisogna, ‘sì ch’il dolo, fino ser tollerabile, debba fingersi maestra.» Ciò che persiste non è la perdita di Valerie: è l’uso che Arthur fa di quella perdita. L’indugio con cui la adorna. La necessità che il dolore, per restare sopportabile, finga di essere insegnamento.

È la rovesciamento esatto della #380. Lì la disciplina consisteva nell’attizzare ogni giorno i fuscelli del sopito foco, trasformando il dolore in fuoco quotidiano governato. Qui Arthur riconosce che quel fuoco è un espediente: «il dolo, fino ser tollerabile, debba fingersi maestra». Il dolore non insegna nulla. Arthur gli fa insegnare qualcosa perché altrimenti sarebbe insopportabile. E la scrittura diaristica stessa, che la #12 aveva accusato di «cementificare» le immagini oniriche di Valerie, viene qui accusata di essere lo strumento con cui il passato viene adornato di bisogna, vestito di necessità narrativa, mantenuto in vita sotto forma di maestra (Solbourne, 1997).

dai Diari di Arthur Parker, Libro Secondo, “Trialoghi Icastici”

Quasafrasi – by E. Ashcroft

Si veda come lo ieri venga subito sepolto e dipinto ai posteri secondo una linea divisoria piuttosto arbitraria tracciata da ciò che io sono solito chiamare natura ma che forse resta soltanto un errore del mio pensiero. Si dissipano le cattive azioni dei giorni, e anche le loro memorie, e poco delle loro orme sul divenire, e si affaccia infida la fame nostalgica di voler marciare di nuovo verso ciò che fu e fare del male qualcosa di sano. Nel sano, però, non ho estratto nulla più che letargiche piaghe, ora che ciò che vado cercando ogni giorno sembra essere il fiato corto che stringe il petto alla fine di ogni ripida salita fatta in corsa. Mentre la bocca si ostina a chiamare passato ciò che ancora morde nel presente, il sepolto non tace e respira, da sotto la crosta del nominato, come un piccolo uomo in dolore al quale sia stato negato il giusto peso della terra. Gli ieri che volli serrare per cautela ritornano con un fiato basso e irregolare, e fanno del ricordo un’infezione mansueta, che non sembro ancora sapere come sanare. Ogni passo che muovo nei giorni che cronaco solleva così fiero un pulviscolo di allora, invisibile e pesante, che si appiccica alle suole e ne scompensa l’andatura. Forse la natura, che accuso di nuovo a vuoto, è al contrario solo un alibi, una maschera posta a celare la mia inerzia nello scarnire l’accaduto. Perché ciò che si ostina a persistere non sembra essere l’evento, ma l’uso che ne faccio, l’indugio con cui lo adorno di necessità, cosicché il dolore, per essere tollerabile, debba fingersi maestra.


Glossario Minimo – by M. Solbourne

Scarnire: Privare della carne, ridurre all’osso. Arthur vorrebbe scarnire l’occorso (quello che è successo): spogliare l’evento di tutte le elaborazioni successive che lo hanno rivestito, riportarlo al nucleo nudo.

Malfacenze: Forma arcaica di malefatte, cattive azioni. Le malfacenze del giorno si dissipano insieme alle loro memorie, ma lasciano tracce sul divenire.

Dolo: Dal latino dolor, dolore, ma anche dolus, inganno. L’omuncolo è in dolo: al tempo stesso nel dolore e nell’inganno della sepoltura incompleta.


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