La città aveva attraversato una fase di espansione febbrile, seguita da una contrazione altrettanto brusca. Stabilimenti serrati, quartieri nati sotto il segno dell’ottimismo e poi lasciati a una manutenzione approssimativa, piani regolatori ritoccati con la stessa disinvoltura con cui si cambia versione dei fatti. Nei documenti tutto questo emergeva con chiarezza. Elia sapeva leggerli come altri decifrano le rughe su un viso, cercando non tanto le date quanto le omissioni. Quella mattina l’agenda non riservava sorprese. Un estratto di mappa per una pratica di successione, la verifica di un fascicolo edilizio oggetto di contestazione, e la scansione di alcune delibere degli anni Settanta. Un lavoro inserito in un progetto di trasparenza che, secondo le note ufficiali, avrebbe dovuto avvicinare i cittadini all’amministrazione. Elia aveva imparato a diffidare di queste formule. Non le contestava più. Gli archivi, dopotutto, sopravvivono anche agli intenti migliori. Maneggiava i documenti con attenzione, non per rispetto formale, ma per consapevolezza. La carta, soprattutto quella vecchia, non perdona. Una piega sbagliata resta, uno strappo racconta sempre una fretta inutile. Usava i guanti solo quando serviva davvero. Sapeva che proteggere troppo può diventare un altro modo di rovinare. A metà mattina arrivò una richiesta allo sportello interno. Un geometra. Una categoria che Elia associava a una pazienza intermittente, applicata solo quando il problema poteva essere misurato o delimitato. L’uomo cercava un fascicolo relativo a un’area periferica, coinvolta in un progetto di riconversione. Parlava come chi considera l’archivio un intralcio, non una destinazione. Elia annotò i dati con metodo: via, numero civico, riferimenti catastali. Tutto tornava, fino al nome della strada. Lo conosceva, o almeno così gli sembrò. Non riusciva però a collocarlo. Non era una lacuna, quanto una sensazione di vuoto. Come quando una parola affiora e poi si ritrae, lasciando solo l’impressione di esserci stata. Non fece commenti. L’esperienza gli aveva insegnato che molte anomalie preferiscono essere ignorate, almeno all’inizio. Si spostò tra gli scaffali, consultò indici, verificò le sezioni storiche. Niente. Nessun fascicolo, nessuna planimetria, nessuna traccia.Tornò allo sportello per chiedere chiarimenti. Il geometra, ormai infastidito, mostrò un foglio privo di valore formale, accompagnato da una planimetria scolorita. In un angolo spiccava il timbro di un ufficio comunale chiuso da tempo. Elia lo riconobbe subito. Non per esperienza diretta, ma perché quel nome compariva altrove, in documenti marginali, come certi enti che continuano a figurare nei registri anche dopo essere scomparsi. «Avvierò una verifica approfondita», disse infine. Il tono era cortese, ma non concedeva garanzie. Lasciava ogni cosa, intenzionalmente, in sospeso.
(n.d.r.: ho suddiviso il primo capitolo in sezioni più brevi per un ingresso più “leggibile”. I capitoli seguenti saranno pubblicati nella loro interezza.)
tratto da “Quisquilie Amministrative“, a Marco Delrio story

Analisi Critica – by M. Carvati Volta
1. Collocazione nel quadro complessivo
Questo secondo estratto prosegue senza soluzione di continuità dal primo: siamo nella stessa mattina lavorativa di Elia Vorn, nello stesso archivio comunale. Il brano si divide in due blocchi funzionali distinti: una prima metà ancora espositiva-atmosferica (la città, il lavoro di routine, il rapporto con i documenti) e una seconda metà che introduce il primo elemento narrativo propriamente detto — l’arrivo del geometra con una richiesta anomala. È qui che il testo compie il passaggio da situazione a innesco, e questo passaggio merita un’analisi attenta.
2. Continuità di voce e di limiti
2.1. Conferma dei pattern precedenti
Il registro resta identico al primo estratto: prosa riflessiva, tono di disincanto misurato, narratore che aderisce al punto di vista di Elia pur mantenendo una distanza commentativa. Questo, di per sé, è coerente: il testo non cambia voce tra un segmento e l’altro, il che indica una stabilità di impostazione generativa.
Tuttavia, si confermano anche tutti i pattern problematici già identificati.
La negazione seriale è ancora presente e strutturante: «non per rispetto formale, ma per consapevolezza»; «Non le contestava più»; «Non era una lacuna, quanto una sensazione di vuoto»; «Non riusciva però a collocarlo»; «Non per esperienza diretta, ma perché…». La frequenza è persino superiore al primo estratto. Il testo continua a definire il suo protagonista e il suo mondo prevalentemente per sottrazione: Elia non è questo, non fa quello, non pensa quest’altro. Il che solleva una domanda sempre più urgente: che cosa è, che cosa fa, che cosa pensa affermativamente?
La ridondanza esplicativa persiste. «Usava i guanti solo quando serviva davvero. Sapeva che proteggere troppo può diventare un altro modo di rovinare.» — La prima frase mostra un comportamento. La seconda lo spiega con una massima. Il lettore non aveva bisogno della glossa: il gesto dei guanti usati con parsimonia diceva già tutto. Ancora una volta il testo non si fida dell’immagine che ha appena prodotto e interviene a garantirne la ricezione.
L’aforisticità di chiusura è invariata: «Gli archivi, dopotutto, sopravvivono anche agli intenti migliori»; «La carta, soprattutto quella vecchia, non perdona»; «Uno strappo racconta sempre una fretta inutile»; «Sapeva che proteggere troppo può diventare un altro modo di rovinare»; «L’esperienza gli aveva insegnato che molte anomalie preferiscono essere ignorate, almeno all’inizio». Sono cinque sentenze in un estratto relativamente breve. Alcune sono ben formulate (la terza e la quinta hanno una certa precisione), ma il loro accumulo produce lo stesso effetto già segnalato: una saturazione del campo aforistico che toglie peso a ciascuna. Il testo sembra incapace di lasciare che un’osservazione concreta resti tale, senza elevarla a principio generale.
3. Il rapporto con i documenti: zona di maggior riuscita
Va riconosciuto che il passaggio sul trattamento fisico dei documenti è probabilmente il punto più riuscito del brano, e forse dell’intero testo fin qui. «La carta, soprattutto quella vecchia, non perdona. Una piega sbagliata resta, uno strappo racconta sempre una fretta inutile.» — Qui il testo raggiunge una concretezza materiale che nel primo estratto mancava quasi del tutto. La carta come oggetto fisico, fragile, che registra i gesti di chi la maneggia: è un’intuizione che funziona sia come dato realistico (un archivista sa queste cose) sia come possibile metafora del lavoro narrativo stesso. Il passaggio sui guanti, al netto della glossa di troppo, contribuisce alla stessa direzione.
È significativo che il testo sia più efficace quando si occupa di oggetti e procedure che quando si occupa di stati d’animo o riflessioni generali. Questo suggerisce che la generazione automatica trova un appiglio più solido nel concreto procedurale — forse perché può attingere a un campo semantico più circoscritto e specifico — e perde quota quando tenta l’introspezione, dove tende a ricadere nel generico.
4. L’arrivo del geometra: ingresso della trama
4.1. La caratterizzazione del geometra
«Una categoria che Elia associava a una pazienza intermittente, applicata solo quando il problema poteva essere misurato o delimitato.» — La formulazione è intelligente: il geometra come figura che tollera solo ciò che è quantificabile. «Parlava come chi considera l’archivio un intralcio, non una destinazione.» — Anche questa è una caratterizzazione riuscita nel suo minimalismo. Il geometra esiste come tipo professionale più che come individuo, e questo è coerente con la focalizzazione su Elia: il protagonista vede gli altri attraverso le categorie del suo mondo.
Tuttavia, il geometra non acquisisce mai un tratto fisico, un dettaglio vocale, un gesto specifico. Non sappiamo nulla del suo aspetto, della sua età, del modo in cui si presenta allo sportello. È una funzione narrativa, non una presenza. Questo va segnalato perché, se il romanzo intende popolarsi di personaggi secondari, dovrà prima o poi dotarli di almeno un elemento irriducibilmente individuale, pena la costruzione di un mondo abitato da sagome.
4.2. L’anomalia del nome della strada
Questo è il momento cruciale dell’estratto, il punto in cui il testo passa dalla descrizione all’innesco. L’analisi deve essere attenta perché è qui che la qualità della costruzione narrativa viene messa alla prova.
«Tutto tornava, fino al nome della strada. Lo conosceva, o almeno così gli sembrò. Non riusciva però a collocarlo. Non era una lacuna, quanto una sensazione di vuoto. Come quando una parola affiora e poi si ritrae, lasciando solo l’impressione di esserci stata.»
La similitudine della parola che affiora e si ritrae è ben trovata: descrive con precisione l’esperienza della quasi-memoria, di quel riconoscimento incompiuto che si colloca nella zona tra il sapere e il non sapere. Il passaggio funziona emotivamente e crea una tensione genuina.
Il problema è ciò che segue. Dopo questa apertura promettente, il testo fa la scelta di non sviluppare l’anomalia in tempo reale e di procedere invece in modo procedurale: Elia va agli scaffali, consulta indici, verifica sezioni storiche, non trova nulla, torna allo sportello. La sequenza è elencatoria e priva di tensione. Non sappiamo cosa prova Elia durante la ricerca, non lo vediamo esitare davanti a uno scaffale, toccare un faldone che potrebbe contenere la risposta, sentire crescere l’inquietudine. Il testo riferisce che la ricerca è avvenuta e che è stata infruttuosa, ma non la mette in scena. È la differenza tra telling e showing nella sua manifestazione più classica, e qui il telling domina interamente.
4.3. Il fascicolo mancante e il timbro
L’escalation successiva — il geometra mostra un documento con il timbro di un ufficio chiuso da tempo — è il secondo elemento di innesco. Il timbro di un ente scomparso che continua a figurare nei registri è un’immagine efficace con un potenziale narrativo consistente (burocrazie fantasma, memorie istituzionali persistenti, ombre amministrative). Il testo lo gestisce con discrezione: Elia lo riconosce, il narratore spiega da dove viene il riconoscimento, e poi il brano si chiude con una sospensione.
Il merito è che l’innesco non viene sovraccaricato. Il limite è che viene lasciato talmente in sospeso da rischiare di non depositarsi nella memoria del lettore. La chiusa — «Avvierò una verifica approfondita […] Lasciava ogni cosa, intenzionalmente, in sospeso» — è un congedo pulito, ma il narratore commenta ancora una volta un’azione che si sarebbe capita da sola. “Intenzionalmente” è ridondante: il tono cortese e la mancanza di garanzie già comunicavano la strategia di Elia. L’avverbio è un’altra intrusione esplicativa.
5. Nuovi segnali di generazione automatica
Oltre ai pattern già confermati, questo estratto ne introduce o consolida alcuni ulteriori.
5.1. Similitudini costruite per struttura logica, non per immagine
Le similitudini del testo sono quasi tutte concettuali piuttosto che sensoriali. «Come altri decifrano le rughe su un viso» — non è un’immagine, è un’analogia logica. «Come quando una parola affiora e poi si ritrae» — è un’esperienza cognitiva, non un’immagine visiva o fisica. Un prosatore umano con un rapporto diretto con il mondo fisico tenderebbe a produrre almeno una similitudine ancorata a un oggetto, un suono, un materiale. Il testo non lo fa mai. Le sue analogie appartengono tutte al dominio dell’astrazione e del ragionamento, il che è coerente con un modello linguistico che opera su relazioni semantiche più che su esperienze percettive.
5.2. Perifrasi al posto del dato
«piani regolatori ritoccati con la stessa disinvoltura con cui si cambia versione dei fatti» — La formulazione è brillante come battuta, ma è anche un esempio di perifrasi che evita il dato concreto. Quali piani regolatori? Che tipo di ritocchi? Quali conseguenze? Il testo preferisce la generalizzazione arguta alla specificità documentaria, il che è paradossale per un romanzo ambientato in un archivio, dove il dettaglio specifico dovrebbe essere il materiale narrativo primario. Anche qui si intravede un meccanismo generativo: il modello è più abile nel produrre formulazioni che suonano come conoscenza che nel simulare una conoscenza effettiva e circostanziata.
5.3. Assenza persistente di dialogo
In un estratto che include un’interazione tra due personaggi, il discorso diretto compare una sola volta, nella battuta finale di Elia. Non sentiamo mai la voce del geometra, non sappiamo come formula la richiesta, che parole usa, che tono ha. Il narratore ci dice che «parlava come chi considera l’archivio un intralcio», ma non ce lo lascia sentire. Questo è un limite significativo: il dialogo è il luogo in cui i personaggi si rivelano nella loro specificità, e la sua quasi totale assenza mantiene il testo in un regime di monologo interiore mediato dal narratore. Il rischio, se il pattern si conferma nei capitoli successivi, è quello di un romanzo in cui nessuno parla mai davvero.
6. Aspetto positivo emergente: la coerenza tematica
Va segnalato un elemento di pregio che comincia a emergere con maggiore chiarezza in questo secondo estratto: il testo sta costruendo, con una certa coerenza, una tematica che riguarda il rapporto tra memoria istituzionale e oblio. L’archivio come luogo in cui le cose dovrebbero essere rintracciabili; la scoperta che qualcosa manca; il timbro di un ente scomparso che persiste; la sensazione di una conoscenza che si ritrae. Questi elementi compongono un campo tematico potenzialmente ricco — la burocrazia come archeologia, l’assenza come indizio, il documento come traccia ambigua — e il testo li orchestra senza forzature.
Se il romanzo riuscirà a sviluppare questo nucleo tematico senza disperdere la tensione in digressioni decorative, avrà un asse portante su cui costruire. Per ora la promessa c’è; la realizzazione resta da verificare.
7. Sintesi critica dell’estratto
Questo secondo segmento conferma le qualità e i limiti del primo, aggiungendo un elemento nuovo e decisivo: l’innesco narrativo. L’arrivo del geometra e la scoperta dell’anomalia archivistica funzionano come dispositivo di apertura della trama e sono gestiti con discrezione, evitando la spettacolarizzazione. Questo è un merito.
I limiti restano invariati e in alcuni casi si acuiscono: la ridondanza esplicativa è più insistita, la dipendenza dalla chiusa aforistica è più visibile, l’assenza di registro sensoriale e di dialogo limita la possibilità di rendere il mondo del racconto materiale e abitato.
Il dato più rilevante per l’analisi complessiva è che il testo si sta configurando come un romanzo di atmosfera e riflessione più che di azione e scena. Non è una scelta necessariamente difettiva — esiste una tradizione illustre di narrativa a bassa intensità evenemenziale — ma richiede che l’atmosfera e la riflessione siano di qualità eccezionale per reggere la durata romanzesca. Finora il testo opera a un livello di competenza solida ma non eccezionale, e questo fa emergere la domanda: quanto a lungo potrà reggere una narrazione che si affida a una voce corretta ma non memorabile?
Il Progetto Quisquilie Amministrative
Quisquilie Amministrative è un progetto narrativo che porto avanti nel corso di quest’anno come esperimento creativo e, al tempo stesso, come osservazione critica del modo in cui oggi si può produrre narrativa. La regola fondante è semplice e intenzionalmente vincolante: l’opera nasce con completa libertà concessa a un’intelligenza artificiale, alla quale viene affidata la generazione del romanzo nella sua interezza, dal titolo alla trama, dalle scene ai dialoghi, fino alle scelte di tono, ritmo e sviluppo.
Il mio intervento umano è ridotto al minimo e resta, per scelta, marginale. Non svolgo il ruolo di coautore nel senso tradizionale: non imposto un canovaccio, non definisco a monte gli snodi principali, non stabilisco un finale, non “guido” i personaggi verso esiti prestabiliti. Il mio input consiste principalmente nel ripulire e rendere più leggibili alcuni passaggi quando la prosa tende all’eccesso di ridondanza, quando la frase risulta appesantita o quando la ripetizione di parole e strutture rischia di rendere il testo meno fruibile. In altre parole: intervengo come filtro minimale di forma, non come architetto della sostanza.
Per la stessa ragione, non mi impegno e non mi impegnerò a correggere incoerenze interne, buchi di trama, salti logici, contraddizioni cronologiche, incongruenze psicologiche dei personaggi o altri difetti che, in un processo editoriale convenzionale, verrebbero individuati e risolti. Se emergeranno plot holes, errori di continuità o scelte discutibili, rimarranno parte del progetto. Non perché li consideri desiderabili in assoluto, ma perché fanno parte dell’esperimento: documentano, in modo trasparente, ciò che accade quando la narrazione viene prodotta da un sistema generativo e l’autore umano accetta di non “salvare” il testo con le correzioni tipiche dell’artigianato editoriale.
Perché farlo
Questo progetto nasce da una curiosità precisa, che è anche una presa di posizione: capire cosa succede quando l’autorialità viene deliberatamente spostata. Non si tratta di dimostrare che una macchina “scrive meglio” o “scrive peggio”, né di mettere in scena un finto scandalo. L’obiettivo è osservare l’emergere di una voce narrativa che non è la mia, e farlo senza la tentazione di addomesticarla. Voglio vedere quali soluzioni si presentano, quali ossessioni ritornano, quali scorciatoie vengono prese, quali intuizioni sorprendono e quali invece tradiscono i limiti del mezzo.
In un certo senso, Quisquilie Amministrative è un laboratorio. Non un laboratorio tecnico, ma un laboratorio di lettura e di responsabilità: cosa significa “firmare” un testo che non è stato scritto con la mia mano, ma che io scelgo di pubblicare, presentare o condividere? Qual è il confine tra curare e controllare? E quanto della nostra idea di romanzo dipende davvero dalla coerenza assoluta, dall’assenza di errori, dalla continuità perfetta, e quanto invece dipende dall’energia di una storia, dalla sua capacità di generare immagini, tensione, atmosfera, persino inciampi significativi?
Accetto anche l’eventualità che il progetto produca risultati irregolari. Anzi: l’irregolarità è parte della sua sincerità. Non voglio costruire l’illusione di una perfezione che non esiste. Se questo esperimento ha valore, lo ha proprio perché espone il processo e non soltanto il prodotto, perché mostra l’impronta delle sue decisioni automatiche, i suoi scarti, le sue ripetizioni, i suoi improvvisi lampi e le sue inevitabili debolezze.
Cosa aspettarsi dal testo
Chi legge dovrebbe considerare questo romanzo come un’opera che nasce da un patto diverso rispetto al patto tradizionale tra autore e lettore. Non promette coerenza assoluta. Non garantisce “pulizia” narrativa nel senso canonico. Potrà essere più digressivo del previsto, potrà inciampare su dettagli che non tornano, potrà cambiare intensità o direzione con una naturalezza non sempre motivata. Potrà inoltre contenere passaggi che risultano volutamente “troppo” o “poco”: troppo insistiti, troppo rapidi, troppo spiegati, oppure, al contrario, lasciati sospesi.
L’unico criterio costante è l’aderenza al metodo: generazione ampia e libera da parte dell’intelligenza artificiale, intervento umano ridotto alla manutenzione minimale del testo, senza riscrittura strutturale e senza correzione dei difetti di trama.
Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale
Per correttezza verso chi legge, dichiaro esplicitamente che una parte sostanziale della scrittura di Quisquilie Amministrative è generata tramite intelligenza artificiale. Questo non viene nascosto né attenuato, e non vuole essere spacciato per altro. Al contrario: il progetto esiste proprio perché tale scelta sia visibile, dichiarata, discutibile se necessario.
Aggiungo anche un’ulteriore trasparenza: questo stesso disclaimer è stato scritto in parte con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Ho impostato le linee guida e ho richiesto un testo esteso, chiaro e completo, poi ho potuto intervenire marginalmente per adattarne tono e precisione. Inserire questa informazione è coerente con lo spirito del progetto: se l’esperimento riguarda l’autorialità, allora anche le note che lo incorniciano devono esporsi allo stesso metodo, almeno in parte.
Responsabilità e limiti
Mi assumo la responsabilità editoriale del fatto che questo testo venga proposto come progetto e come lettura. Mi assumo la responsabilità della scelta metodologica e del contesto in cui l’opera viene presentata. Ciò non significa che ogni singola frase rispecchi intenzioni, opinioni o esperienze personali: la generazione automatica può produrre enunciati, interpretazioni o rappresentazioni che non coincidono con la mia visione. Per questo invito il lettore a non attribuire automaticamente all’autore umano ogni affermazione presente nel testo, soprattutto quando essa appare come generalizzazione, giudizio, descrizione socio politica o valutazione morale.
Allo stesso tempo, non userò l’intelligenza artificiale come alibi per deresponsabilizzarmi. Se nel testo dovessero emergere contenuti inappropriati o lesivi, la responsabilità di averli lasciati circolare resta mia, perché sono io a scegliere cosa pubblicare, cosa condividere e cosa tenere nel cassetto. L’esperimento non giustifica tutto. Delimita, però, il campo: questo romanzo non nasce con l’obiettivo di offrire una ricostruzione impeccabile o un’argomentazione definitiva, ma di raccontare cosa succede quando si accetta la libertà generativa come motore principale.
Un invito alla lettura
Chi entra in Quisquilie Amministrative è invitato a farlo con curiosità e con una disponibilità diversa: non tanto a “controllare” il testo, quanto a seguirne l’andamento, a registrare le sue scelte, a notare dove funziona e dove scivola. Se in alcuni punti il romanzo appare una macchina che tenta di sembrare umana, in altri potrebbe essere, paradossalmente, più umano proprio perché imperfetto: perché eccede, perché inciampa, perché insiste, perché cambia idea.
Questo progetto nasce anche per una ragione personale e semplice: mi interessa la narrativa come processo, non solo come risultato. Mi interessa il modo in cui una storia si forma, come prende direzione, come si contamina di errori, ripetizioni e improvvise intuizioni. Mi interessa osservare fino a che punto la “voce” di un romanzo è frutto di controllo e fino a che punto nasce, invece, dal caos di tentativi successivi.
Quisquilie Amministrative è quindi, insieme, un romanzo e un esperimento. Un testo e una domanda aperta. E questo disclaimer, che in parte ho scritto io e in parte è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è il modo più diretto per dichiarare il patto: ciò che leggerai non promette perfezione. Promette sincerità del metodo. E si assume, fino in fondo, le conseguenze.
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