Vanvere Terapeutiche #0 (Preambolo)

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30/06/1924 – ore 14:21
(n.d.r.:Il preambolo al primo libro è stato scritto in contemporanea all’entrata #365 dello stesso, inserita a posteriori a inizio manoscritto.)
Non vanto una buona memoria. O meglio, per chiaro, non posseggo una buona memoria pe’ lo ch’ho vissuto ‘n carne, le date, le dell’altri storie, l’immagini de’ luoghi ove son stato; nella testa par che tutto si mescoli ‘n una nebbiolina grigiastra a grana grossa ove, di tant’in quando, m’appare un volto, una frase urlàtami decenni addietro, uno scorcio di Newbrick, la voce d’un parente che quissà vidi due volte. Non ne conosco la cagione e, a ser sincero, nemmeno me ne sono mai interessato. Eppure ancor saprei recitare interi paragrafi de’ tomi studiati all’Accademia, interi dialoghi de’ drammi che vidi ‘sì tant’anni addietro, oppure nozioni ancor chiare e ormai a dir poco inutili sulle vicissitudini poco morali d’un consigliere comunale del mio periodo ad Adelback. Che vi sia un qualché di montato al contrario didentro me? Essìa. Sta di fatto che la dottoressa Nauer, più d’un anno addietro, m’ha consigliato vivamente di registrare tutto lo che reputo necessario su qualche foglietto; bàdisi, già mi dilettai molt’altre volte addietro colla stesura di riflessioni, getti d’impulso, diari ‘n liriche e innumerevoli altre forme di cronistoria scritta. Eppure, quissà pe’ l’implicazioni seguenti iscoste e sottese nella cripticità de’ mie’ scritti, quell’estate ch’ormai pàremi di qualche vita addietro, compresi che s’il passato m’andava di poco sbiadendo cada dì da dietro dell’occhi, quissà faceo bene a porlo per iscritto, quissà sciorinare i travagli cotidiani d’un individuo qualunque, oscàsi, porìa parere com’aver un altro Arthur ad udirmi, uno che di contro le quistioni e faccende se le sarebbe rammentate ma che ‘n avrebbe lamentato la mia incapacità di citare l’abito ch’indossavo nel dì del primo incontro con Madeleine o William. Mi son visto rigettare l’occhi su molte dell’entrate che scrissi nell’estate del millenovecentoventitrè, a seguito della deriva psicologica che fin d’inizio anno m’avea costretto a perusare professionisti a riguardo e, col senno del sottoscritto ch’ha concluso ‘l primo anno di scritti sin mancare dì – argomento su cui mi vedrò ritornare – mi si palesa la realizzazione d’aver scritto tutto sul niente e niente sul tutto, sin un qualsiasi stile, quissà, sin una disciplina sulla coerenza de’ racconti cotidiani, sin la brama financo d’aver tali qualità, o talenti qualsivoglia, in cotante divagazioni. D’un lato un poco mi turba e scoccia ch’in fondo, per quanto legato l’uno all’altro, ogni dì pare pittare un mondo a sé stante, fatto d’un Arthur ch’il dì addietro non avrebbe concesso digressioni o vanvere; dall’altro, ebbene, concetto che col passare de’ mesi m’è parso sempre più pristino, ‘sì funziona ‘l flusso di pensieri dentro le di noi teste, dondolando d’un discorso l’altro, or appeso a un ricordo malsano e mal interpretato, or aggrappato cieco a una speme irrealizzabile, or diluito nella fretta del raggiungimento d’un obiettivo, or sereno, or triste, or fanciullo, or inetto, or maturo, or marcio. Effimere son state tante, troppe, epifanie ch’al momento lìvi mi parean ambrosia, a volte trascinatemi dosso da un eccesso etilico, a volte scoperte sul fondo d’un pozzo di lagrime. E non so, non ricordo o non voglio ricordare se per vero mi posi a scarabocchiare foglietti coll’intento d’aver una storia di che raccontare, tralasciando le mie migrazioni introspettive, o se ‘l contrario fu la scintilla che diede ‘l via a questo tomo. In verità, entrambe mi paiono ora prospettive veritiere perché, di fondo, come poter scindere ‘sì tanto lo che di dentro scorre con lo che di fuori viene bevuto? Tante delle solitanze e dell’imprese diarie che mi son visto esercitare ‘n questi trecentosessantacinque giorni son state sin biasimo o vergogna dettate da lo che il cogito o l’onirico finiano per eligere; e il viceversa è altrettanto vero, ben lo so. ‘Sì che tutto lo che va a ser scritto dopo quest’introduzione composta a posteriori non è null’altro ch’un groviglio di sentieri, stradine e vicoli ov’ho vagato a spalle or larghe or strette, convinto ch’ognuno d’essi fosse l’ultimo sentiero ch’avrei imboccato, quello che s’introduce cordialmente e si scusa per la salita iniziale ma che promette una lunga discesa un poco più avanti. In vero, mi pare d’esser stato ì medesimo a osservare cada percorso innanzi colla brama di vedere un pendìo quando di fatto, chi sa, tutto è ‘n piano, e solo l’enorme sacca di sassi che reggo alle spalle m’appesantisce ‘l passo quel tanto che basta pe’ farmi anelare una qualsiasi svallata oltre ogni orizzonte. E vi sono proprio questi sassi nell’entrate quivi a seguire, celati ne’ tentativi di razionalizzare l’incostanza d’un umore che sovente non ha ragione d’esser amaro, nella frustrazione della perpetua ricerca d’uno schema di solitanze e coreografie che fanno del sottoscritto un esempio per ogni versione di me oramai passata ch’ha dovuto errare, sprecare, fallire, gioire e financo perdersi fra l’altre versioni. Al termine di codesto paragrafo vi sarà un’ennesima ulteriore figura che mi fisserà dal riflettente della toeletta o dall’oblatura d’un cocchio, ‘sì com’ogni dì ormai ito che macchia codeste pagine ostenta un individuo differente in cada paragrafo; migliore o peggiore? Ebbene, qual quesito più arduo di che farsi cotidianamente se non codesto, ove col senno e la lucidità d’un esule dell’istinti bestiali – per il più che m’è possibile – ci si vede a tirare le somme col proprio ego. Che s’intenda quest’ultimo termine come più aggrada ch’in fondo ì lo intendo ‘n tutti i modi. M’ha dilettato ‘l parlare di maschere varie volte durante l’entrate di questo compendio ma non son più ‘sì sicuro ch’in parecchi momenti ove ‘l termine mi pareva appropriato, di fatto mi vedevo a descrivere una maschera poiché, per il succitato concetto del continuo palesarsi d’un nuovo individuo cotidiano, ebbene quissà tante volte fui io e io solamente dinnanzi alli dell’altri occhi, in dissonanza unicamente coll’idea dell’io che bramavo/bramo d’essere o divenire. Mi par di giustificare alcuni misfatti con quest’ultime affermazioni, dissociandomi dallo ch’ero il giorno addietro e, chi sa, d’un poco pote financo ser vero, sebbene posso vantare sin modestia ch’uno de’ primi traguardi di cui mi son vestito ‘n questa migrazione verso l’interno fu proprio ‘l cessare di biasimare l’esteriore, il fato o ‘l divino, l’altro e, di contro, osservare lo che da me_è stata la reazione e travagliare su essa. ‘Sì detto, lungi da me dal tentare d’avellere dall’appropriazione de’ tanti palesi biasimi ch’han cagionato lo ch’ancor di fatto soffro e bello e, quissà, il confino tra lo ch’è ‘n effetti la maschera e lo ch’è ‘l volto di sotto è ‘sì fino e instabile che pur col senno del poi oramai fatico a distinguere dov’inizia uno e dove termina l’altro. Essìa. Non è mia intenzione precludere, d’ogni modo, una qualsiasi interpretazione di questi scritti alla quale, macari, nemmeno aveo pensato. Vi sono innumerevoli frangenti ‘n cui mi son posto ne’ panni d’un eventuale possibile lettore, sebbene ciò mai fu cagione o limite nel mio scrivere, ove mi son visto compatire le facoltà immaginative dello stesso poiché ci si trova dinnanzi d’una valanga di cartacce sin capo né coda ove deficita una qualche trama e ove i personaggi vanno e vengono, si fondono coll’altri e con lo che nel momento diario che dedicavo alla scrittura vengon talvolta sopraffatti dal filtro umorale ch’apponevo a tale esercizio. V’è nebbia nelle descrizioni delle relazioni ch’ognuno d’essi possiede ne’ mie’ confronti e a ser onesto, codesto spurgo di cogito mai fu pensato per un lettore ch’avesse di che trovare un filo ligato di torno d’ogni volto che mi vidi citare ne’ giorni. ‘Sì che non si troveranno costanti aggiornamenti sulle peripezie cotidiane dell’individui a me prossimi, per quanto pochi e con poco di che narrare, non vi saranno filoni narrativi che preambolano fino a un apice auspicando una risoluzione poiché non è in tal maniera, perlomeno nell’enorme maggioranza de’ casi, che si districa l’esistenza nelle giornate, distante dal sincopato balletto d’una novella o d’un dramma teatrale che cresce e cresce innaffiato dalle circostanze, condito di mire, conflitti e impacci, fino a uno svallo che disseta il pubblico, nel bene e nel male; la cigolante giostra del quotidiano arranca in uno scalare e capitombolare d’una collina all’altra, talvolta più alta, talvolta più lieve, si spiaggia inerte sulle paludi dell’ozio o del solitare fra le bisogne della società, sottosta alle nature fisiche e corporee cui tutti noi esseri umani dobbiamo arrenderci, chi prima chi meno. Codesta non è una lettura che soddisfa la necessità di viver la vita dall’occhi d’un eroe o d’un protagonista, di contro, è lo che più s’affianca al grigiume confuso dell’aleatorio eletto di mezzo d’una folla, dissimile solamente nel suo far del diario un qualché di che narrare, quissà sovente d’un niente di cui rammentare. E vi sono dì ch’al tornarvi ora mi paion come novelli, di più, molti d’essi son tali. Inoltre, poscia la promessa su presente che vi sarei tornato, m’ero promesso al principio di non mancare mai un singolo dì sin farfugliare un qualché d’assennato, o quasi, su ‘n foglietto errante. E ‘sì ho fatto, per vero, sebbene molti frangenti dell’anno appena scorso siano stati scaraventati sin pietà o considerazione sulla prima cosa che mi capitava per le mani. Vi son state settimane o mesi ov’il processo di registrazione delle mie vicissitudini cotidiane mi parea sin utilità, non forniva nemmeno la piccola dose di gratificazione ch’oramai, di contro, mi pervade al pormi allo scrittoio e completare un paragrafo. ‘Sì molteplici entrate l’ho recuperate quasi per caso dal cassetto ove celavo ogni deturpato foglietto che vestiva inorridito qualche riflessione increspata dallo smarrimento, impregnato di dubbio e forzato dall’unica solitanza ch’abbia mai sopravvissuto ‘sì tanto ne’ mie’ giri e rigiri. A posteriori, ben mi rendo conto di quanto avrei potuto racimolare qualche minuto ‘n più dal meriggio, dalla sera o dalla mane pe’ dare una casa dignitosa anche a quel dì casuale d’un mese casuale ove nulla avea senso se non l’insulso circolo di sofferenze, commiserazioni e procrastinamenti. Eppure, come su dissi pe’ la trama o le dell’altri storie, non è in tal modo che s’opera un individuo, una mente, un core. Non basta che l’acqua arrivi di forza alle pale del molino per far sì ch’esso si mova se v’è un qualché che lo tiene inagibile, di poco rotto. L’acqua vi si scaglierà in dosso, lo scalfirà quel poco per mangiucchiarsi via un briciolo del legno più vecchio dell’assi e s’irà pe’ un’altro torrente. Cotante parole non vogliono essere una qualsivoglia giustificazione d’alcune incostanze, d’alcune logiche, d’alcune contraddizioni, anzi, delle molte contradditorie affermazioni che si trovano nelle pagine a venire ma, di contro, son il mio borioso vanto, le ridondanti malfattezze che m’han permesso d’esser quivi, oi, a sbalordirmi di quanto si pote fallire, apprendere, odiare e crescere perfino in un solo anno di mezzore scribacchiate alla benemmeglio ove capita. V’è tanto che ‘n ho narrato – o che, di fondo, mi son dimenticato di continuare a narrare – e v’è tanto di cui non discorrerò mai più poiché già è caduto nell’oblio ch’è ‘l naturale processo di dimenticanza dell’uomo. Chi più, chi meno. Chi, com’ì, ancor di più, ch’ho incipito proprio questa introduzione colle parole adeguate. Vi saranno, perlomeno spero, altre occasioni ov’avrò modo, tempo e uno stile pe’ narrare nel dettaglio, sin divagazioni, di tutto lo ch’in fondo, secondo ‘l mio soggettivo reputare, vale la pena raccontare per esser letto, che sia ‘l principio delle memorie stesse fin dai mattoni rossicci di Newbrick alla confusione frettolosa dell’anni a Gersburg; o forse no. Quissà vi sarà un olezzo, uno squarcio di panorama sbirciato d’una carrozza o il mugolare d’un grammofono che mi rammenteranno d’una finestra su lo che fu e irò tessendo ulteriori arazzi di lo ch’è ‘l passato d’Arthur Parker. Eppure è andato, per quanto crogioli ‘n ogni componimento o lirica, lo ch’è stato non si ripresenterà, non servirà più a nulla nel mio cotidiano e s’è limitato a fare di me lo che son stato fino a ieri. Poiché oi son lo che ‘l giorno attuale fa di me. Domani, oibò, del domani s’ha da preoccuparsi chi si getta d’un burrone un istante prima della mezzanotte. ‘Sì coll’animo cheto di chi è riuscito a dar voce a lo che spesso sentiamo solo ovattato per le recchie, non vo’ a rileggere lo che sono tutte l’entrate di codesto libello, perlomeno, non ora ch’ho ancora strascichi di fumosi ricordi scompigliati fra il mio pensare; ‘sì rimane codesta cronistoria confusionaria, perplessa e più sincera di quant’avrei potuto financo maginare al primo dì ‘n cui mi gittai col naso sulla carta sin nulla di che dire ma con ‘sì tanto di che scrivere. Ed è allo scrutare qua e là qualche paragrafo, nel ricollezionare tutti i frammenti dell’anno, ch’ogni volta mi parea che fosse un’altro tizio ad aver lassato al tempo un’elemosina del suo dì, compresso in lo che trovava di più saliente nel momento della solitanza. Chi sa se voialtri che d’altra parte del mio essere siete potrete mai comprendere lo ch’è scritto, ‘l peso d’alcune immagini, i termini stessi che di tant’in quando sonano strampalati pure al sottoscritto; chi sa s’anche solo un breve sussurro riflessivo ha sfiorato colle medesime parole anche i di voialtri giorni ma, per un motivo oll’altro, mai v’occorse di porlo su ‘n pezzo di carta. Eppure, ancor non mi importa s’il tutto e ‘l niente che quivi han trovato dimora potranno mai esser scrutati da occhi altrui poiché ‘l regalo più grande che potrei consegnare a un chiunque altro non sarebbe fargli scialacquare meriggi leggendo delle mie vanvere terapeutiche ma fargli iniziare un proprio libello di tutto e nulla. E codesto tutto e nulla funge in una qualche maniera? V’è un qualché d’estrapolare ch’ì possa vantare che ‘n sarebbe giuntomi s’ì non avessi frontato codesto scomodo tragitto di cronistoria? Ebbene, quissà v’arrivo colla parte della moneta di ch’in fondo ha effettuato ‘l lavoro consigliatomi e nell’illusione di chi ‘n principio bramava un qualche cangiamento ben definito ‘sì che lo vo’ cercando anche se non v’è; eppure non v’è motivo di mentire ‘n codeste pagine come mai ve ne fu ne’ dì ch’ho pittato a seguire. Or mi trovo colla sobria consapevolezza di ser fuggito dall’individuo ch’avea iniziato codesto libello colle dita gialle di tabacco, il cogito cementato sull’uscio ad attendere una campanella che mai sonò, le mensole fitte di rimandi, sogni ed errori. Qualche pubblicazione indietro, un circolo teatrale ‘n meno, un introito d’impiego dimezzato, e ‘sì tanti libri non letti ancora, ecco chi cominciò codesto archivio. Quell’Arthur che sin la dottoressa Nauer non riusciva a consolidare un rapporto sociale poiché basato sul timore di restare solo seco, non riusciva a maginare un solo salto nel buio delli ch’ho fatto ne’ più di trecento giorni, ebbene, nell’anno, or trascorso. Percentualizzare ‘l beneficio che ‘l discernere ogni singola perturbazione del mio spirito m’ha consegnato sin dimandare nulla sarebbe per vero infattibile ma, dal mio settare cheto ora delli scalini più ‘n alto ch’ho raggiunto, ebbene, sarebbe una cifra che ‘n avrei divinato. Compiacimento, per vero, quissà boria o dirompente superbia, temi ricorrenti nell’entrate dell’oggetto, ma ancora più salda al mio spirito è l’incapacità di tornar indietro di queste ‘sì sospette sensazioni. Far amicare tali virtù, poiché tali sono d’ogni modo, all’empatia che abbisogno pe’ districarmi tra le relazioni necessarie e volontarie, è uno dell’aspetti su cui ancor mi vedo travagliare e studiare; enormi successi ne son derivati, sebbene sovente codesti son stati determinati dal preservare l’orgoglio e la purezza d’un’empatia incorrotta dall’implicazioni lussuriose o di specie, vedasi l’esilio forzato dai rapporti con Allison, con Susan, la demarcazione d’un finito recinto con Samuel e Dalila, sin menzionare l’elisione di Theodore dalle funzioni inerenti. Il mio approccio a William e Stewart, verso l’ultimo mese del primo anno d’entrate fu ‘l culmine d’un’alzata d’una bandiera di resa alli capricci del fanciullo che didentro mi movea com’un burattino. E di Lei, tuttavia, ebbene di Lei si parlerà ‘n ogni spazio in fra le righe e non desidero dilungarmi a riguardo pure in codesto preambolo, quissà ché non è mia intenzione ser prolisso su tale argomento d’ora in poi. Valerie permane pe’ ovvie cagioni ch’ancor non credo d’aver citato, saldamente impigliata al mio esser lo che sono, sebbene d’ella, oramai, sia rimasto nulla più che ‘l riflesso scomposto ch’ì e sol ì ancor coccolo pe’ inerzia, più che per affetto. Nel migrare d’una solitanza all’altra, d’un estremo all’altro de lo spettro d’emozioni umane, ho abbracciato ‘l biasimo, la nostalgia, l’odio puro e sincero ‘sì come l’infinitamente effimero amor poeta, l’ira e ‘l furore, e sempre più, di poco a poco, ‘l nulla, ‘l niente, ‘l fumo ch’ingloba memorie e speme, vite intere, le mai vissute e le sprecate. ‘Sì tanto ne discorro ancor meco ma ‘sì brevi or sono tali monologhi prima ch’un palmo impietoso ne scioi ogni barlume. Sin fame ho raccolto e ingollato le briciole, una ad una, ch’avrebbero saputo riportarmi sull’uscio di lo che financo a un eretico come son ì parea ‘l cielo eterno e infinito d’un divino universo. ‘Sì ho incipito a considerare ‘l mio contorno umano come i quarti d’April Street ove l’ordine e la funzionalità prevalgono sull’estetica e l’agrodolce d’un cumulo di memorie: ‘sì come ‘n un secchio di rifiuti e cartacce son terminati molti de’ ninnoli e dell’oggetti ch’in fondo non ho mai e mai avrei utilizzato, ebbene, genti e le di loro memorie ho pressato ‘n fondo allo stesso secchio. Arduo, quissà, al maginarlo, s’il lettore tenta di farlo. Arduo mai fu per me nel momento che lo decisi, nel momento che lo scalino corretto giungeva a sorreggermi d’un poco più ‘n alto del precedente. E tali sono codeste pagine, memorie sbiadite che m’oblio di citare e lassare nella storia, monologhi e rimproveri con cui mi copro e sovente nascondo del mondo di fori ch’ancor non ho compreso, accettato o che, chi sa, in fondo per nulla m’aggrada. Son digressioni, sproloqui, tentativi casi mai riusciti di lassar un qualché d’utile al seguitare del tempo, quissà tutto ciò per vero non sarà altro ch’un complesso ritratto del labirinto del quale sol ora mi par di vederne l’uscita. E di fondo, ancor poco mi importa, come mai m’è importato che tali vanvere fossero lette da un chiunque o qualunque. Tali non nacquero per esser lette, pe’ accumulare fama o pecunia, pe’ sbilanciare i posteri o soverchiare regimi.
Esse furono terapeutiche a mie’ fini. Nulla più. 

dai Diari di Arthur Parker, Libro Primo, “Vanvere Terapeutiche”

Una risposta a “Vanvere Terapeutiche #0 (Preambolo)”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Comincerei a non pagare più la professoressa di pazzie e nevrosi…

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