08/07/1925 – ore 13:15 – appunti sparsi[1]
Quissà eliger chino e fumo ‘sì di presta l’ora ha di che controdire alli voti ch’ier e dì avanti fecimi, vuolsi pe’l fosco nebbiare ch’or carezza i mie’ congetti o pe’l devermi ammettere ch’ancor v’è di che tollerare l’io morente; di contro, dalla pece inincui le calli quivi ancor sollazzano, gaudio e nove spemi fannosi largo in fra li molti bivi che l’ore fronte son postemi. Scenne soave dissulla groppa il tepido conforto della precoce giubba cremisi ch’oi compagnerammi in fra le valli a settentrione. M’ho di che canoscermi a nuovo al riflettente, casi abbeano scorso lustri del vespro passato. E pur, mentre l’alito della mane si disfa ‘n una luce esitante, sento che la mansueta resa non è tradimento ‘n sé quanto tregua concessa a chi troppo a lungo ha serrato ferree le ganasce. Le promesse antiche ch’ un tempo pretendeano rigidità e costanza, or giacciono qual carte piegate volte su volte, leggibili ancora, ebbene, ma in fine incapaci di reggere ‘l maestrale. In questo allentarsi non vi è vergogna, sol una stanca miseria ch’ha imparato il proprio nome. E ch’ì ho appreso a richiamare.
[1] Il frammento si apre con un’ammissione di cedimento e si chiude con una rivendicazione di quel cedimento. La traiettoria è breve ma non scontata, e merita attenzione perché rappresenta uno dei rari momenti negli sparsi in cui Arthur non si limita a registrare uno stato, ma lo nomina e, nominandolo, lo riconosce come proprio. L’attacco è confessionale in senso quasi liturgico: il chino e il fumo del mattino presto contraddicono i voti fatti a se stesso nei giorni precedenti. Arthur lo sa, lo dichiara, e non tenta di giustificarlo. Tuttavia, anziché sprofondare nella spirale di autoaccusa che caratterizza tanti altri sparsi del periodo, il testo compie una deviazione inaspettata. Quel «di contro» non è retorico: segna davvero un cambio di direzione. Dalla pece delle strade dove ancora cammina, spuntano «gaudio e nove spemi», e il lessico si alleggerisce percettibilmente. La «giubba cremisi» che scende «soave dissulla groppa» è un’immagine quasi cavalleresca, inconsueta nella tavolozza degli sparsi, dove il corpo è di norma qualcosa che si trascina, non qualcosa che viene rivestito con dolcezza. Il momento di svolta è il riflettente, lo specchio. Arthur si guarda e non si riconosce, o meglio, si riconosce come nuovo, «casi abbeano scorso lustri del vespro passato». Il tempo percepito è enorme, sproporzionato: un pomeriggio equivale a lustri. È una distorsione tipica della scrittura a caldo di Arthur, ma qui non produce angoscia. Produce, al contrario, una sorta di stupore pacato. La seconda metà del frammento abbandona del tutto il registro sensoriale e diventa riflessiva, con una lucidità che negli sparsi è rara e, quando appare, va presa sul serio. Le promesse antiche che «giacciono qual carte piegate volte su volte» sono un’immagine di straordinaria precisione materiale: Arthur non dice che le promesse sono infrante, dice che sono ancora leggibili ma hanno perso la capacità di reggere la forza delle cose. La differenza è sottile e importante. Non c’è tradimento, c’è usura. E l’ultimo periodo chiude con quella che mi pare una delle formulazioni più oneste dell’intero corpus: «una stanca miseria ch’ha imparato il proprio nome». L’atto di nominare la propria condizione non la riscatta, non la guarisce, non la trasforma. La rende semplicemente pronunciabile. E per Arthur, che negli sparsi precedenti lotta costantemente con l’informe, con ciò che «non si fa stringere», questo è già moltissimo. Va notata, infine, la posizione cronologica. Siamo nel luglio del 1925, nel cuore del Libro Terzo, in un periodo in cui le entrate regolari documentano un’attività lavorativa intensa e una socialità più sostenuta del consueto. Questo sparso non contraddice quel quadro: vi si incastra sotto, come un respiro trattenuto tra due frasi pronunciate ad alta voce (Solbourne, 1997).
dai Diari di Arthur Parker, Libro Terzo, “Contraddizioni Epifaniche”

Quasafrasi – by E. Ashcroft
Forse scegliere l’amaro e il fumo così presto, stamattina, contraddice i propositi che mi ero fatto ieri e nei giorni precedenti, vuoi per la cupa nebbia che ora accarezza i miei pensieri, vuoi per il dovermi ammettere che c’è ancora da tollerare questo io che si spegne. Eppure, dalla pece in cui le strade dove cammino ancora si crogiolano, gioie e nuove speranze si fanno largo tra i molti bivi che le ore a venire mi hanno messo davanti. Scende soave lungo la schiena il tepido conforto della giacca cremisi, quella che mi ha preso prima del tempo, e che oggi mi accompagnerà tra le valli a settentrione. Devo conoscermi di nuovo allo specchio, come se fossero passati lustri dal pomeriggio di ieri. E pure, mentre il respiro del mattino si disfa in una luce esitante, sento che questa resa mansueta non è un tradimento in sé, quanto una tregua concessa a chi per troppo tempo ha tenuto serrate le mascelle. Le promesse antiche, quelle che un tempo pretendevano rigidità e costanza, ora giacciono come fogli piegati e ripiegati troppe volte: ancora leggibili, certo, ma ormai incapaci di reggere il vento. In questo allentarsi non c’è vergogna, solo una stanca miseria che ha imparato il proprio nome. E che io ho imparato a chiamare.
Glossario Minimo – by M. Solbourne
Congetti: Forma arcaizzante e probabilmente parkeriana di concetti, con sonorizzazione della velare. Indica i pensieri nella loro fase ancora grezza, prima che assumano forma compiuta.
Calli: Strade strette, vicoli. Voce di tradizione urbana antica, qui usata per indicare i percorsi abituali, battuti e ribattuti, del quotidiano.
Dissulla: Forma contratta di di su la (giù dalla, lungo la). Preposizione articolata tipica del registro parkeriano più lirico.
Riflettente: Sostantivazione dell’aggettivo. Lo specchio, nominato non per ciò che è ma per ciò che fa.
Inincui: Forma rara, probabilmente da in incui o crasi di in in cui. Indica un luogo o una condizione dalla quale qualcosa proviene, con sfumatura di provenienza oscura o opprimente. La pece è il contesto, le calli vi sono immerse.
Chino: Nel lessico parkeriano, termine generico per liquori amari, digestivi o spiritosi consumati di norma a fine pasto, ma che Arthur si concede talvolta anche al mattino, in aperta violazione dei propositi di sobrietà che ricorrono nel corpus.
Scrivi una risposta a Domenico Mortellaro Cancella risposta