Frammento Ventisette (Vanvere Terapeutiche)

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26/12/1923 – Ore 08:30 – #180 – appunti sparsi[1]

Slargava i calcagni su d’uno scendibotta viscido, ché la trama, lassa d’orditura e madida d’assillo, s’appiccicava ai planti com’un muscigno senza fogge, ché la pedata più che passaggio parea cedimento, e ‘l cavo dell’anca si svincolava sin trazione, non per andare ma pe’ spostare ‘l peso d’un trasporto immotivato. Sotto le falangi, didentro dello svellume d’un’impugnatura rimasta incastonata tra poltiglia e semigelo, tralucea l’ultimo barlume d’un calore stitico, remanente più per materia che pe’ fervore, e la broda, s’ancor tale, s’intignava in giravolta d’amarume, senza vampa né imbocco. Tra il muciglio d’un parato scucito e lo stento d’una gobba da credenza, si frangea l’aspetto d’un mobilìo d’altri, cinto di roviname e graffiato d’aracnia, e ‘n quel torpore che s’addensa prima della veglia decisa, cada_elemento tessea più lo stare che l’offrirsi. La soglia, ché pur v’era, non si porgea a passo, ma s’opponeva com’una giuntura che ripugna snodo, e il lucore trapassava il filato con sbavatura d’ocra, simile a fermento d’orciuolo dimenticato. Ogni sollevamento si contraeva per decoro, ché il tremito di fianco che rincorre l’avanzo d’un giorno appena prefigurato già sapeva d’essere tutto. E ‘l sorbire, sin fosse avvenuto, non avrebbe guadagnato rintocco. Solo il lasciarsi reggere da cosa calda bastava a fingere un principio.


[1] L’entrata #180 appartiene alla categoria degli appunti sparsi e, come tale, va letta secondo le coordinate che Arthur stesso fornisce nella sua nota preliminare: non cronaca, ma «scarabocchi d’alma», materiale espulso con urgenza e reinserito a posteriori nel flusso diaristico. Tuttavia, anche all’interno di questa sottospecie testuale, il frammento in questione occupa una posizione singolare, e merita qualche osservazione. La prima riguarda il soggetto, o meglio la sua sistematica dissoluzione. Nei sparsi più tipici (si vedano le entrate #51 o #887, per restare su esempi già noti al lettore) Arthur conserva un ancoraggio, per quanto precario, a un io che osserva, che cammina, che raccoglie un foglio dal selciato. Qui il soggetto grammaticale è presente ma deprivato di ogni volizione: «slargava i calcagni», «svincolava sin trazione, non per andare ma pe’ spostare ‘l peso». L’azione è puramente meccanica, e ogni verbo di moto viene immediatamente neutralizzato da una clausola che ne nega la finalità. Arthur non si alza: cede alla verticalità. Non cammina: redistribuisce un peso. L’intero frammento è costruito su questa grammatica della sottrazione, dove il gesto esiste solo nella misura in cui fallisce come gesto. La seconda osservazione è d’ordine sensoriale. Il tessuto percettivo dell’entrata è straordinariamente coerente nella sua opacità: lo scendibotta è «viscido», la trama è «madida d’assillo», la broda gira «in giravolta d’amarume, senza vampa né imbocco», la luce trapassa il filato con «sbavatura d’ocra» paragonata a un «fermento d’orciuolo dimenticato». Ogni stimolo, tattile, visivo, gustativo, è degradato, reso stantio, privato della nitidezza che consentirebbe di ancorarlo a un presente vivibile. È un mondo di residui: il calore è «stitico», il barlume è «l’ultimo», il mobilìo appartiene ad «altri». Arthur costruisce un intero ecosistema percettivo del rimasuglio, dove nulla è fresco, nulla è proprio, nulla è intero. La terza, che ci preme segnalare, è strutturale. Il frammento non possiede né incipit né chiusa nel senso consueto. Comincia in medias res con un’azione già in corso e termina con una frase, «Solo il lasciarsi reggere da cosa calda bastava a fingere un principio», che è, a rigore, una dichiarazione di non-inizio. L’ultima parola del testo è principio, eppure tutto ciò che la precede ha lavorato a demolire la possibilità stessa di cominciare qualcosa. È una struttura circolare al negativo: il testo si chiude dove avrebbe dovuto aprirsi, e quel «fingere» denuncia la consapevolezza che anche il gesto minimale, tenere in mano qualcosa di caldo, presumibilmente una tazza, non costituisce un vero avvio, ma soltanto la sua simulazione. Va infine notata la data: 26 dicembre, il giorno dopo Natale, ore 8:30 del mattino. Arthur non menziona la festività, non fa alcun cenno a compagnia, visite, auguri ricevuti o dati. Il silenzio è eloquente, e si allinea con quanto sappiamo della sua condizione in quel periodo. La solitudine dell’entrata non è dichiarata: è inscritta nella sintassi stessa, nell’assenza totale di un «tu», di un nome, di una voce che non sia quella opaca e riluttante del corpo che si trascina verso nessun luogo.

Meredith Solbourne

Un altro mattino un po’ più scuro
Per lo che sbircio_oltre le tende
E ‘n dì com’oi,
ma reine, par ‘sì duro
Saper ch’è già finito ‘l per sempre.


Quasafrasi – by E. Ashcroft

26/12/1923 – Ore 08:30 – #180 – appunti sparsi
Trascinava i talloni su uno scendiletto viscido, perché il tessuto, dalla trama lenta e inzuppato di sudore ansioso, si attaccava alle piante dei piedi come un muschio senza forma: il passo, più che un movimento, sembrava un cedimento, e l’incavo dell’anca si sbloccava a fatica, non per andare da qualche parte, ma solo per spostare il peso di un corpo trascinato senza motivo. Sotto le dita, dentro lo sforzo di un’impugnatura rimasta incastrata tra il fango e il semigelo, traspariva l’ultimo residuo di un calore debole, che resisteva più per inerzia della materia che per vero ardore; e il brodino, se ancora si poteva chiamare così, girava in un mulinello amaro, senza calore né verso in cui berlo. Tra l’ammasso di una tappezzeria scucita e la fatica di una gobba da credenza, si intravedeva un mobilio che apparteneva ad altri, circondato da rovine e graffiato di ragnatele; e in quel torpore che si addensa prima che ci si decida davvero a svegliarsi, ogni elemento sembrava più fatto per restare fermo che per offrirsi a qualcosa. La soglia, che pure c’era, non si offriva al passo, ma si opponeva come un’articolazione che rifiuta di piegarsi, e la luce filtrava attraverso il tessuto con una sbavatura color ocra, simile al fermento di un orcio dimenticato. Ogni gesto di sollevarsi si contraeva per pudore, perché quel tremore lungo il fianco — quello che insegue il residuo di una giornata appena immaginata — già sapeva di essere tutto ciò che ci sarebbe stato. E anche il sorseggiare, se mai fosse avvenuto, non avrebbe meritato nessun rintocco. Bastava lasciarsi reggere da qualcosa di caldo per fingere un inizio.


Una risposta a “Frammento Ventisette (Vanvere Terapeutiche)”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    L’effetto, in effetti, è stato straniante.

    "Mi piace"

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