Son fuggite le stagioni, tutte quante,
Anch’esse le che mai vivremo (o) sveleremo,
Lassarono ben poco ‘n questa amante
Dimora, ch’ancor non scorgesti per intero.
Me ne favellan l’ore del meriggio,
Nel tacito ch’io mal posso patire,
Ché lavo in sofismi e fallacio desìo
Ciò ch’imita un sogno, pria di svanire.
E ciò sol mi tocca a patir sovente,
Poiché poco so di ciò ch’or tu componi
Nel modo che m’insegnasti dolcemente
Quand’ancor la mia mano iva_a tentoni.
Ne parlano le litanie e i livori
Che s’appoggian su ‘st’emicrania ria,
Donde balbetto, tergiverso e fori
Mi vanto, qual saggio di vana follia.
E me ne parla l’insonnia, la mia
Nemica splendida, in nodi ordita e tesa,
Dipinta ‘n tinte ch’io ben desirrìa
Obliare, ma più ‘n m’è data resa.
Quant’ho smarrito di quel ch’era disteso,
Quel cedere, poggiato al tuo costato,
Con ventre colmo, ‘n pace e senso atteso,
Mentre ascoltavi ‘l russar mio beato.

Digressione (Im)pertinente
V’è una casa.
Sia detto così, pianamente, prima che il racconto si faccia più difficile: v’è una casa, e ancora sta, e le stagioni vi sono passate attraverso come l’acqua passa per le mani di chi ha cessato di raccoglierla con alcun proposito. Vennero, le stagioni, recando i loro varî offici e insegne; il gelo con la sua bianca ordinanza, il fiore con la sua breve e poco convincente argomentazione, il lungo stupore dorato del declinare dell’estate; e si dipartirono senza saluto, e portarono con sé tali porzioni di tempo quante ne erano state loro assegnate, e altresì certe porzioni che non lo erano, che appartenevano ad anni non ancora giunti, a pomeriggi non ancora patiti, a una vita non ancora pienamente dispiegatasi, le quali portarono via nondimeno, come i cursori portano via i beni di coloro che non possono pagare.
E quel che rimane nella casa è poco.
L’uomo che vi dimora ha imparato, per lunga e involontaria pratica, a muoversi attraverso i pomeriggi con una certa studiata cautela, come colui che cammina su un ghiaccio di spessore incerto e ha calcolato, imperfettamente, dove esso possa reputarsi atto a reggere il suo peso. I pomeriggi sono le ore più insidiose. Le mattine hanno le loro urgenze, le loro piccole violenze di abitudine, il loro rumore, il quale serve, se non a tacitare la voce interiore, almeno a rendere necessario che quella voce si levi alquanto al di sopra d’un sussurro per poter essere ascoltata. E le notti. Le notti appartengono all’insonnia, che è tutt’altra faccenda, e sarà trattata nella sua propria stagione.
Ma i pomeriggi. Oh.
I pomeriggi parlano.
Non in alcuna lingua che possa essere trascritta ed esaminata, non in sillabe che possano essere contestate o confutate, ma alla maniera della luce su una parete a una certa ora, ovvero del suono che una casa produce quando tutti i suoi abitanti se ne sono andati ed essa si mette all’opera del lento lavorio della propria sussidenza; uno scricchiolio, un assestarsi, un sospiro da qualche parte nel legname che non ha pronta spiegazione. In queste cose i pomeriggi parlano, e ciò di cui parlano è colei che è assente, la quale non guardò mai veramente questa casa, che vi passò forse con occhio distratto e fugace, che non avrebbe potuto dire con certezza alcuna di che colore fossero dipinte le pareti, né come la finestra della stanza orientale desse la sua luce nelle tarde ore d’un giorno d’inverno.
Eppure la casa la conosce. Questa è l’ingiustizia della cosa, l’assurdità della cosa, la cosa che l’uomo non riesce a mettere in ordine con argomento alcuno: la casa la conosce, e parla di lei con la sua voce pomeridiana, ed egli deve stare in mezzo ad essa e ricevere ciò che viene detto.
Egli ha escogitato rimedi. Non è privo di risorse. Ha un armadietto da speziale di menzogne, di tinture di sofismi, di preparati che, assunti in quantità sufficiente, producono nella mente una condizione somigliante all’assenza di pensiero; o, se non all’assenza di pensiero, almeno al suo sufficiente appannamento sì da privarlo di precisione, e ciò che non può essere sentito con precisione non può forse ferire con altrettanta precisione. Egli somministra questi preparati con la solennità di chi ha da lungo tempo perduto fede nel farmaco ma non ha ancora escogitato un corso migliore, e quindi prosegue per quello tra tutti gli impulsi più umani: l’incapacità di stare fermo e ricevere.
Mormora. Bighellona. Si ribella, alla foggia di chi non ha nozione molto chiara di che cosa si ribelli, né verso quale fine la ribellione tenda, ma ha scoperto che il contegno della ribellione, l’orgoglio, il rifiuto, il modo di tenere la mascella, occupa il corpo in una maniera che lascia alquanto meno spazio all’altra cosa. È la vanità d’un saggio, egli lo sa. Non conclude nulla. Anche questo lo sa. Ciò nondimeno persevera.
Poi la notte. Oh.
La notte.
L’insonnia è una compagna eccellentissima e terribile, e l’uomo ne ha frequentato la compagnia abbastanza a lungo da conoscerne le mode e gli stratagemmi. Ella non è, come suppongono gli ignoranti, la mera assenza del sonno: ella è una presenza intera, volitiva e particolare, con le sue ore predilette e i suoi argomenti prediletti di discorso. Ha una smania particolare per l’ora tra le due e le quattro, nella quale il buio è più assoluto e il resto del mondo più compiutamente consegnato al suo oblio; è allora ch’ella giunge alla sua più elaborata apparenza, adornandosi di ansie e di complessi apparati, distendendo dinanzi alla mente sveglia tali arazzi di terrore e di desiderio e di futile calcolo che sarebbero l’invidia di qualunque artigiano, se qualunque artigiano avesse motivo d’invidiare i prodotti della sofferenza.
Parla di ciò che è perduto.
Ne parla con la scrupolosità di chi ha catalogato ogni articolo e trova l’inventario fonte di inesauribile fascinazione. Parla delle lettere che egli non riceve più; ella scrive ancora, suppone, alla maniera un tempo familiare, la mano che si muove sulla pagina nel suo consueto modo, formando parole indirizzate ora a qualche altro quartiere del mondo; e della strana e amara novità dell’ignoranza, del non sapere che cosa accada nella mente che egli aveva un tempo avuto occasione di conoscere alquanto meglio, o credeva di conoscere, il che forse ammonta alla medesima cosa.
E poi, nelle veglie più profonde, quando anche l’insonnia si è fatta alquanto rauca per le fatiche della notte, ella trae fuori il suo strumento più particolare e più devastante, quello per il quale egli non ha rimedio in tutto il suo armadietto:
Il ricordo della pace.
Non della gioia, si badi; la gioia è una condizione grande e drammatica e può, con sufficiente esercizio, essere resistita. Ma della pace. Di quella pace più specifica e irripetibile che non ha nome in alcuna delle filosofie, perché le filosofie si occupano delle grandi condizioni dell’anima e non si sono curate di notare questa cosa più piccola e più ordinaria: la pace del corpo soddisfatto e a riposo, del ventre sazio, delle membra distese senza alcuna intenzione di servizio o di prestazione, del peso d’un altro calore accanto a sé nel buio.
Lei stava in ascolto. Questa è la cosa che alla fine lo disfà, quando tutti gli altri strumenti dell’insonnia hanno fatto il loro peggio ed egli li ha sopportati: il ricordo che lei stava in ascolto. Che nel passaggio dalla veglia al sonno, quando il corpo abbandona il suo governo e la mente scioglie la sua consueta ordinatezza e la bocca si apre di suo moto e produce quali suoni le aggrada, che in quel momento di più completa e ingovernata resa ella rimanesse sveglia, o semisoveglia, e stesse in ascolto, e non si ritirasse, ma dimorasse.
Egli diventava mostruoso nel sonno. Lo sapeva. Il corpo che si presentava al mondo vigile con sì ansiosa attenzione alla proprietà diveniva nel sonno una cosa ingovernatissima, grande, calda, oscura, respirante con grande e indiscriminata energia, riempiendo la sua parte del letto e forse alquanto oltre, proferendo le sue varie dichiarazioni inconsce senza scusa alcuna. E lei stava in ascolto. E lei dimorava.
Questa è la cosa di cui la luce pomeridiana parla, nella casa che ella non vide mai veramente. Questa è la cosa che l’insonnia reca infine alla luce, nel suo più destro e crudele apparato.
Non le grandi perdite. Non i grandi e nominabili dolori, i quali hanno almeno la dignità delle proprie proporzioni.
Ma questa: il senso del cedere. Il piegarsi. La pace al di là di ogni misura. L’essere udito nel sonno, e trovato, nella propria ora più mostruosa e più indifesa, sufficiente.
Le stagioni continuano il loro passaggio per la casa. Prendono ciò che vogliono.
L’uomo sta nella luce del pomeriggio, e riceve ciò che viene detto, e tende la mano verso il suo armadietto, e lo trova alquanto meno fornito dell’occasione precedente.
Fuori, il mondo persegue il suo enorme e indifferente negozio. In qualche luogo, una mano si muove su una pagina. Che cosa scriva, egli non può dire.
La casa si assesta. Sospira. Sa.
Lascia un commento