Talora valanga altera si finge il ciottolo,
E sola cagion che t’induce a cammino
È compiere il colloquio che seco nòttolo
Ordinasti, calcando l’aree del tino
Còlla medesma lucenza che bramasti,
E con quelli stessi ammonimenti tardi
Ai qual mai voce per dire tu prestasti
Fin al suggello de’ tuo’ ultimi sguardi.
Qui torco la favella ‘n modi strani
P’ogni sottil arte che saper m’insegni,
Tentando serbar in mie’ vaghi arcani
Il senso, o forse far si celi e regni
Oltre l’usata rima e ‘l sonar noto,
Che più ‘n tienen grazia di poema
Ma fanno esorcismo e sacro vòto,
Purga d’un essenza sin o troppo tema
Ché ne’ meriggi torbidi, alfine,
Trovai fioca candela, onde si mosse
A mostrar fugiglio tra le rovine,
Che ‘l mio sembiante, logoro, ricosse.
Sì, certo, un volto smorto e tutto guasto,
Saccàte di cagioni e motti traviati,
Corpo scarno, diafano e di stremo infausto,
E fiera presenza e bòria ‘n tuttilati,
Pur sempre volto, sì, e bastò a rilevare
Il debile raggio che dritto mantiene
La capanna mal concia, a riparare
Dal sogno troppo lungo ch’ei tiene.
Le epoche mie finiscono, e molte nuove
S’avviano, non paghe dell’ito rovo
Ch’insieme passammo; le saluto, laddove
S’attrita, nove epifanie or vengono ‘l covo.
Come può uno esser uomo ed eroe insieme
Se cotanta voragine s’apre d’orlo a zonte?
Come può l’immortalità ser speme
S’anche un dì soltanto è fardello pesante?

Digressione (Im)pertinente
In quella stagione nella quale la montagna mantiene la propria ordinanza e non consente ad alcuno di leggerne i disegni, v’era che percorreva l’alto e sassoso cammino un uomo d’anni incerti, i cui piedi avevano calcato molti siffatti passi per l’addietro e in niuno di essi avevano trovato il loro proprio compimento. Egli non si avanzava con alcuna urgenza che potesse essere nominata, né indugiava alla maniera degli oziosi, ma si portava nondimeno come colui in cui giace ancora inadempiuto un antico appuntamento, un parlamento contratto con la propria medesima persona in qualche oscura ed anteriore stagione, i cui termini non erano mai stati né adempiuti né rinunziati, ma solamente differiti, come un debito che accumula interesse nel silenzio di innumerevoli mezzogiorno.
L’aria attorno a lui era spoglia e di una lucentissima trasparenza, quale egli aveva lungamente bramato con tutto il fervore del suo più giovane desiderio; ed era fredda, e indifferente, come l’aria è sempre stata alle faccende degli uomini.
Or mentre egli ancora saliva, cadde al suo orecchio un suono come del gran mondo che si slaccia dalle proprie profonde fondamenta e precipita a rovina. E vedasi, non era che un solo ciottolo, smosso dal suo giaciglio dal più negligente dito del vento, che discendeva il bianco e silenzioso declivio in piccolo e solitario passaggio. Eppure a lui giungeva con tutta la maestà e il terrore della più piena furia d’una valanga, ché tale è l’usanza della mente troppo gravata, la quale conferisce alla più esigua occasione l’intera e terribile eredità della propria tempesta interiore, e fa d’un ciottolo il presagio d’una catastrofe.
Si fermò, e il tuono immaginato lo attraversò come attraversa un vaso al contempo vuoto e timoroso, e si dissolse.
Poi discese, né come uno vinto sul campo né come uno che vada di buon grado, ma in quella terza e innominata maniera che appartiene a cotali uomini in cotali ore, in una valle di profondità rotta e malsana, dove i mezzogiorni non giungevano nella loro propria chiarezza, ma si trascinavano attraverso le ore in una tetraggine e confusione, quasi che anche il sole avesse perduto ogni lena per il proprio officio. E quivi, al lume d’un cero tanto fievole e vacillante che appena poteva dirsi che desse luce alcuna, una fiamma così misera che le tenebre vi premevano d’attorno da ogni parte e parevano in certi momenti aver prevalso, gli fu mostrata una cosa ch’egli non aveva contemplato nel compasso di molti anni.
Il proprio volto.
Smorto era, e tutto disfatto, come il volto di colui che ha speso lunghi ed infruttuosi anni in discorso su strade che non conducevano ad alcuna dimora e non restituivano risposta alcuna. La carne giaceva magra e ingratamente sull’osso. Il suo portamento era fiero ad un modo, eppure era di quella fierezza che serve più a contraddire che ad affermare, che si tiene eretta in virtù del negare ciò che non può sopportare di riconoscere. Tuttavia, per tutto questo, e qui stava la faccenda di momento, il nodo che non si scioglieva, era suo proprio. Segnato da lungo intemperie, consumato da lungo sognare, travagliato da un troppo prolungato soggiorno in compagnia di fantasmi che poi erano dipartiti; eppure suo, riconoscibilmente ed inalienabilmente suo, recando nella propria rovina la fioca e tenace filigrana dell’uomo il quale aveva creduto un tempo, in stagioni di più propizio lume, d’essere destinato a qualche più grande rendiconto.
Non pianse. Non fece alcuna esultanza. Alzò il cero alquanto più in alto, sì che il suo povero dominio potesse alquanto ampliarsi, e guardò quel volto come un uomo guarda un antico atto di possesso sopra una terra lungamente contesa, e continuò nel suo guardare finché il guardare stesso non divenne una fatica ch’egli poteva sostenere, e poi un poco oltre, e poi ancora un poco più.
Coloro che avevano camminato al suo fianco lungo il lungo corso del suo andare, pochi dapprima, e poi ancor meno, si erano dipartiti, uno ad uno o a due a due, con maggiore o minore cerimonia, taluni contendendo, taluni in silenzio, taluni col sembiante di chi non è dispiaciuto d’esser sciolto dalla strada condivisa. Egli aveva accolto il loro andarsene come meglio aveva potuto, e aveva poi dimorato nell’aspettativa di quali nuove epifanie la strada, nella propria stagione, potesse ancora consentire che gli fossero elargite.
Con quale arte un uomo possa sostenersi in eroica perseveranza quando l’ampiezza di ciò ch’egli porta spalanca bocca come un oceano da una sponda all’altra, questo egli non poteva comprendere in alcuna locuzione, né aveva linguaggio con cui formare la risposta. Solo questo sapeva: che la capanna ancora stava, per quanto fosse stata battuta e vituperata dall’inclementissimo lungo sogno. Che il cero ancora teneva la propria fiamma contro il premere delle tenebre. E che il suo volto, per quanto consunto e per quanto disfatto, era rimasto.
E che questo era, per la presente ora, sufficiente.
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