Vanvere Terapeutiche #43

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11/08/1923 – ore 05:59 – #43 – appunti sparsi
Longhe l’ore postemi nanzi, paio casi contarle quivi lineate ritte in la gianca ovatta d’un dì che vole ser più d’altri addietro. Una d’elle, la prossima, la ch’or scruta dal pulver posato, ciarla d’asciolvere e cicche rare, di netti quarti e ‘n dresso che m’è d’uopo pur oi ch’il reposo deveria sovranare. Adempio alle d’ella dimande e paziento ‘l verbo dell’altre didietro ch’han di che far delle ruine novo empireo. E intanto ‘l lume, fioco, s’attarda sulli margini del tavolo, ove ‘l legno sputami la memoria di palmi stanchi e d’ogni posa rimandata. L’ore, quivi, s’addensano, e ciascuna reca ‘n grembo un litaniare che ‘n osa farsi voce. L’aere puzza di stantio e di cenere fredda, e ‘l respiro stesso pare misurarsi a passi cauti, sì qual temesse di rompere l’assetto già precario della mane. Quella ch’io seguo con più fede è greve e mansueta ad un tempo, promette fine e non compimento. Pòrgemi ‘l conto d’ogni gesto minimo, del gotto sciacquato a mezzo, del pane mozzato con cura, del silenzio che si slunga d’in tra ‘n battere di ciglia ell’altro. Lìvi mi fermo, e lasso che le mani apprendano l’arte lenta del nulla operare. Ma l’altre, di contro, impazienti, fremono salivando sullo sfondo, sussurrano d’impalcature e martelli, di polvere che cade e subito reclama una qualsivoglia forma, di nomi ‘ncor non usati da incidere su mura già sbrecciate. L’ascolto senza dar segno, ché so quanto pesa ‘l concedere loro anche solo la parvenza d’un varco. ‘Sì sto, tra ‘l compiere nulla e ‘l rinviare, sospeso in la vigilia d’una mane che ‘n promette alba, ma solo un indugio un poco più nitido dell’ore appena ite.

dai Diari di Arthur Parker, Libro Primo, “Vanvere Terapeutiche”

Quasafrasi by E. Ashcroft

A seguire, una versione meno “parkeriana” del testo.

Le ore che ho davanti mi sembrano quasi disposte qui, allineate nella bianca ovatta di un giorno che vorrebbe essere diverso da quelli passati. Una di loro, la più vicina, quella che ora mi osserva dalla polvere depositata, parla di colazione e di sigarette rare, di ordine e di doveri che mi aspettano anche oggi, quando invece il riposo dovrebbe dominare. Rispondo alle sue richieste e metto in attesa le altre ore che stanno dietro, pronte a costruire dalle rovine un nuovo cielo immaginario. Intanto la luce, debole, si trattiene sui bordi del tavolo, dove il legno mi restituisce la memoria di mani stanche e di pause sempre rimandate. Le ore qui si accumulano, e ognuna porta con sé una specie di litania che non osa farsi voce. L’aria sa di chiuso e di cenere fredda, e anche il respiro sembra muoversi con cautela, come se temesse di disturbare l’equilibrio fragile del mattino. L’ora che seguo con maggiore convinzione è insieme pesante e quieta: promette una fine, non un compimento. Mi presenta il conto di ogni gesto minimo: il bicchiere sciacquato a metà, il pane tagliato con attenzione, il silenzio che si allunga tra un battito di ciglia e l’altro. Mi fermo lì e lascio che le mani imparino la lenta arte del non fare. Le altre ore, invece, impazienti, fremono sullo sfondo: sussurrano di impalcature e martelli, di polvere che cade e subito chiede una forma, di nomi ancora mai pronunciati da incidere su muri già incrinati. Le ascolto senza reagire, perché so quanto costerebbe concedere loro anche solo l’apparenza di uno spiraglio. Così resto, sospeso tra il non fare e il rimandare, in una vigilia mattutina che non promette un’alba, ma soltanto un’attesa un poco più chiara delle ore appena trascorse.


2 risposte a “Vanvere Terapeutiche #43”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Leggendo la traduzione si apprezza un dato molto preciso: il cesello e la ricercatezza non stanno solo nel lessico o nella “lingua passata”, ma anche in strutture estremamente studiate, compiute. Complimenti davvero. Anche solo per riuscire a pensare così!

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    1. Avatar Marco Delrio

      Sempre molto apprezzato il tempo che dedichi per commentare. Che sia una lieta serata!

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