Il tempo sembrava essersi arrestato, quel giorno. Arianna osservava il mondo attorno a sé senza riuscire a sentirlo davvero. Ogni stimolo appariva spento, ogni slancio faticoso da tradurre in gesto. Si sedette sul divano, chiuse gli occhi e si affidò al respiro, come fosse fonte dell’energia che le pareva smarrita.
Le assenze le danzavano intorno. Forse per invitarla a non cedere, forse solo per beffarsi di lei, che di quella solitudine aveva ormai fatto una dimora accogliente. Si muovevano su frammenti levigati dal tempo, eppure ancora affilati. Le ferite non le consumavano, anzi sembravano nutrirle, lasciandole intente nei loro passi leggeri, in una serenità quasi inquietante.
Un rumore proveniente dalla strada la destò. Arianna si accorse di essersi assopita. La stanza intorno a lei era vuota, ora che la mente aveva ripreso dentro di sè ciò che per qualche minuto aveva liberato. Inspirò a fondo per rigenerarsi, poi tornò alle sue cose, cercando di non dar peso a quel sogno tanto vivido quanto impalpabile.

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