Verranno giorni, ‘sì mi vien narrato,
Che delle vespri andate, e quelle ch’or calco,
Nulla sopravvivrà fuorché l’eco inchiodato
E ‘l vapor d’un lamento spento e scalco.
Un poco desio d’aver tal sogni e brame,
E un poco mi compiace ‘l ver sapere
Che ben porrìa ser, com’ella pare infame,
Ma forte ‘ncora sona ciò ch’occhi ‘n sa perdere.
Ché mentre m’inchino sovra ‘l foglio oscuro,
O ne son tolto da forza estranea e fiera,
Gusto l’acuto, l’amaro più sicuro
Dell’anni che spinsero la mano a sera.
Di questo e di poco più, s’osservi stretto,
Or ch’in versi remoti giaccio celato,
Le mille citazioni e ‘l nodo riflesso
A ciò che ‘n fugge, ma stringe il fato.
Spesi dell’ore oggi fuor de’ mio tetto,
Col fiato dimezzato per fumo e vampo,
E tutti i vizi che tengono ‘l sospetto
Ogni mal noto e d’eterno stampo.
E presso l’erbe d’un campo dimenticato,
E nell’arsura d’agosto che m’offendea
Le guance coi tagli, non t’ho scordato,
Né il nome per cui la mente mia s’abbattea.
Sono tali pagine com’altre mille scritte,
Ch’ancor si stringono pur se mal disposte,
A ‘l passato che forse passato non stette,
Per tema d’un futuro senz’urne nascoste.

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