Frammento Ventuno

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Vidi, in fine, sgusciati tra l’incastro de’ ferrigni, d’alcova in sbadiglio e barlumi disciolti, que’ lenti guizzi di grigioruggine che tra l’unghie si torceano a vampa, ché già ’l calpestìo s’era dato per rotto, sgranato ’n cespi d’umori e crinito d’alghe seccate, e ’l poggio, quel medesmo dal cui margine scucito d’era fatto balzo ’l cogito mio, s’era imbastito di zolle che ’n teneano piute, ché sbriciava, l’intero, in calve d’un rigoglio finito, con striscianti iridi smorte ’n corona d’incrostazioni sbeccate, ruvidenti, di vernice fessa e d’ossido piansepolto.
Una tasca, scucchiaiata, rigonfia d’ambigue, s’era fatta orlo d’un maneggio rappreso, ché ’l bordo sudava crepe e, nel fondo, le gromme si pigliavano a vicenda, orbicole silicee, spezzettate in guizzi da carie. Giacean, o sobbalzavan, ché già ‘l ciglio s’era dato per trampolino e ‘l gesto non più gesto, ma rifiuto d’un tremore stanco; le presi, sentii il cuoio molle strozzar le falangi, gettai, con slancio che s’era disfatto già prima del braccio, svicolato tra stento e spreco. E crollaron, le rotte, sul palustre cencioso, ‘n guizzicchii da carcassa si smagliaro, ché l’andamento s’era già sfondato in rantolo di pietra cotta, fastidio bagnato che stinge senza suono. Nel mezzo vi si piantarono le dita, ché ’l gelo scrostava senza ferire, e ’l derma, in sue squame, ridea di male, ché la pelle s’era fatta crepa e le unghie cozzavano come chiodi d’osso su vetrame. Pigliar quel sasso fu com’arpione da guaina svelluto, ché l’atto, già ruttura, si rifilò su se stesso, in bisso da cucitura cavo. Più in là, l’acqua strisciava in parvenza di sacca, con bisbiglio gonfiato e già disfatto, ché l’ondulato s’era scucito in flappa, e la flappa in muto, e ’l muto s’era fatto siero, e il siero in torbidezza smunta. Eppure vi restava un che, né scorrente né finiente, come bestiola che va su vetro unto e vi si affonda ‘n tremolanza, spalmata d’appiglio, fessa d’aderenza, aggrumata all’invisco.

A metà. ‘N ogni fare, ‘n ogni riso gaio,
‘N ogni schiaffo che mi debbo dare,
In questo soqquadro ch’è ‘l ginepraio
Del saper di doverti lasciar andare.


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