02/07/1924 – ore 21:08 – #4 (#369)
All’ottava ora del dì mi trovavo già in Glasspool, nella contea di Augustine, per completare le obbligazioni presso la Whiton del luogo. Con mia piacevole sorpresa, ho avuto modo di incrociare nuovamente la responsabile del ricevimento personale esterno della fabbrica che non vedeo da qualche mese. Ho acciuffato il nome, se non erro, poiché ella è stata appellata da un collega nel mentre del mio passaggio e posso incipire a rivolgermi ad ella in codeste pagine come Sarah. Quissà un dì ne acciufferò anche il cognome. La mane ha scorso sin imprevisti e seguendo l’ottima disciplina che mi sto costringendo, fin a Augustine, Henchester e Little Castle. Datesi l’ore che mi restavano prima dell’assemblea in Streamver della sera, mi son diretto verso Chesterville per completare altre urgenze prima che le forze m’abbandonassero. La soddisfazione odierna è stata un’ottima boccata d’aria fresca e una perfetta dimostrazione di come debbo essere innanzi a tutto io stesso il severo capo di me stesso; coll’apporre, inoltre, mire diarie ben fuori dalla portata del completabile nell’ore di luce, ho modo di sfoderare alcuni aspetti ottimizzanti del mio vagare che quissà non verrebbero a galla s’ì m’adagiassi sull’allori d’un semplice obiettivo cotidiano. Inoltre, un’alternanza di giornate eccellenti e giornate povere di traguardi non si rifà per nulla alle implicazioni de’ mie’ mantra. Tal concetto, tuttavia, significa che dimani dovrò apporre un qualché di più alla mia migrazione d’impiego pe’ giungere a uno scalino più elevato ‘n tale chiocchiola di marmo che segue fianco del mio percorso e, per vero, non è per nulla infattibile; di contro, veo molta divinabile ovvietà in codesta maniera d’approcciare ‘l dì. Ciononostante, debbo ammettere d’aver tentennato e di continuare sin volontà a giacere d’un poco su alcuni flussi di coscienza ch’ho bellato e debellato ‘sì tante volte, complici alcuni frammenti onirici sin pietà che vengon a sbraitarmi nelle recchie poco prima della levata. Ne’ mie’ tentativi d’assestamento v’è l’accoglimento di tali sensazioni – siano esse nostalgia, desei, rammarico e grigia malinconia labrintica e beffarda, probabilmente strascichi d’innamoramenti non del tutto sbriciolati – seguito dall’ostentazione d’un rispetto nobile per essi e dai tentativi di razionalizzazione di codesta irrazionalità. Per quanto paradossale possa parere, il riconoscimento di codesta irrazionalità, della sua inutilità all’obiettivi diari, carrieristici e personali, e l’accettazione del suo esistere doloroso son lo ch’in fondo ne permettono mano a mano il suo sfumare lento fra le azioni diarie. Che vi sia una bisogna di colmare alcune voragini lassatemi didentro coll’elisione di molti individui e storie, ebbene, non v’è dubbio: al momento non credo ch’una reintegrazione nel sociale, per quanto periferico, tuttavia, possa soddisfacere tali necessità, considerato ch’andrei a coprire solo con un grosso telo l’echeggiante buco che percepisco didentro. Di contro, la mia costante ricerca d’amicarmi tale vuoto interiore è il tentativo di lassare che ‘l buco si chiuda per sé. O, di modo, che ‘n si chiuda, ma che perpetui silente ‘l suo essere, ‘sì com’è, sin darmi timori, insicurezze o lo che d’altro ha da cagionarmi pe’ sentirsi necessario. Ammetto d’esser ancor lontano dall’ideale che ‘sì tante volte addietro penso pure d’essermi vantato d’essere. Tuttavia, fra i libelli e codesti ragionamenti, fra l’albe che scorrono e i sentieri che scelgo, ebbene, non mi paiono più ‘sì tanti i passi di che fare.

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