Il Primo Giorno D’Estate – Frammento

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Il primo bagliore della stagione calda giunse colla cautela d’una confessione esitante, strisciando lungo ‘l selciato che più ‘n conservava nitide le proprie linee, solo frantumi e smarrimenti, macerati dal lungo fermento dell’intemperie. Era, quella luce, appena un riflesso svagato che s’addensava tremulo sulli vetri_infranti, sulla schiena ricurva d’un dì già logoro nel sorgere, casi chiedesse perdono per l’azzardo d’esistere ancora. Sul bordo d’un tavolo zoppo, in precario equilibrio sopra ciottoli che oscillavano sfiniti dal gravame d’ogni ticchettio sprecato, sedea — orbene, giacea — un uomo, or più forma di vestigia che carne viva; d’in tra le dita reggea, con tenerezza immobile, un calice esausto, nel cui fondo s’attardava appena il ricordo opaco d’un vino mai per vero goduto. Le labbra, socchiuse ‘n muto discorso, sussurravano versi sin sequenza, subordinate slegate che si rincorrevano sin mai volersi raggiungere, aggrovigliate nel torpore d’un pensiero or fin troppo languido pe’ giungere a compimento. Nel vicolo accanto, avulso da sguardi indiscreti e attenzioni indebite, un sassofono rantolava a stento note timide e sfibrate, ciascuna sfregata contro l’altra, torturate da un musicista invisibile, quissà già disvanito nel medesmo vento che ne disperdeva il suono. A quelle note d’ottone e caramello, l’uomo coccolava i propri preziosi rimpianti, scandendoli ‘i’n preghiere che si perdevano nel vacuo, che nessuno avrebbe udito se non le mura esauste dei palazzi circostanti, incapaci di replicare per quanto volenterosi. Dopo un lungo esitare sin cagioni, abbandonò il suo giaciglio urbano e procedette in un’inerzia che mimava vagamente la vita, claudicando lungo marciapiedi dissestati che sembravano ritirarsi sotto i suoi passi, negandogli pur il conforto d’una destinazione. Riflesso alle vetrine opache, il suo incedere sfilacciato parea lo d’una criatura che tenta d’allontanarsi dalla propria ombra, sin riuscire mai nell’impresa; ogni vetrina gli restituiva una smorfia deforme, una maschera sfigurata dall’affanno di troppe partenze mancate. S’arrestò nel buio d’un portone, laddove muri spogli_e_infedeli lassavno trasparire un’umidità densa – o una densa umidità che si vollia – che gli scorreva sulla pelle com’un rimprovero ‘n taciuto. Chiuse l’occhi, abbandonandosi all’oscurità che s’insinuava lentamente in lui, evocando presenze suo malgrado facili da percepire: una figura lontana, remota come la prima promessa tradita, sfocata al punto d’essere reale soltanto nel modo più doloroso possibile. Da quel nero si mosse, improvvisa e tenue come un’allucinazione, una sagoma sottile, fatta di contorni irregolari e chiaroscuri incerti; ei la riconobbe colla certezza irrazionale delle cose sognate ogni luna. Niun motto fu detto, ché nel silenzio risiede l’ultima saggezza dell’amanti falliti; la mano di lei si tese verso la sua, offerta sin alcuna garanzia, come chi porge un filo d’aria sperando regga il peso del mondo. Lui l’afferrò, con lento ricamo di dita, esitando il minimo indispensabile per riconoscere ch’ogni decisione non è altro che l’accettazione d’un rischio inevitabile. Procedettero giunti, con cadenze caute e sincronizzate, in una quiete sorda che l’isolava dal resto dell’esistere; d’intorno, la realtà parea disfarsi, rallentando fin casi a dissolversi, lassando ogni cosa sospesa in un equilibrio precario, come quello d’un viaggio onirico sul punto di sfuggire all’alba. Arrivò anch’il pioggino, poi, gocce minute e silenziose che pareano cadere solo per scusarsi d’interrompere quella tregua; una farfalla, sgualcita come carta strappata da vecchi quaderni, compì un ultimo giro torno le loro esistenze silenziose, poi svanì, com’ogni simbolo troppo delicato per sopravvivere all’irrazionalità. Ei tentò allora un discorso, ma dalle labbra non sortì ch’un bisbiglio indistinto, soffocato dall’incertezza e dal timore di rovinare quel silenzio perfetto che s’eran riusciti a regalare; era un dire fragile, tremulo, subito sommerso da un’altra ondata di quiete. Lei non rispose con voce alcuna; la sua stretta appena più decisa bastò a fargli intendere d’esser stato compreso, quissà perdonato. ‘Sì avanzarono, delicati, didentro quel meriggio ch’avea perduto ogni traccia di normalità, divenendo un luogo ove tempo e spazio s’erano arresi, rinunciando alle loro esigenti misure costrittive. Lìvi, ei ristette, lassandosi macerare sulle morali e l’infinite opzioni d’uno scrivere: ogni incontro, ogni silenzio, ogni attesa vana non è che il riflesso d’un’altra possibilità, mai colta pienamente, ma sufficiente a concedere un’illusione di compiutezza. ‘Sì ognuomo cammina, sin darsi conto, didentro al cerchio dello che desidera e di ciò che teme, colla bisacca piena di speme segreta, la brama che, in fondo, ogni perdita contenga almeno il germe nascosto d’un riscatto. E quel giorno, prolungato oltre ogni ragionevole durata, si fece metafora d’ogni esistenza: un lungo esitare tra ciò che s’è perduto e ciò che potrebbe ancora tornare, non ora, non dimani, non questa esistenza, un dì quando dì non saranno, fragile, incompiuto, eppur infinito.

4 risposte a “Il Primo Giorno D’Estate – Frammento”

  1. Avatar Eletta Senso

    ogni incontro, ogni silenzio, ogni attesa vana non è che il riflesso d’un’altra possibilità… Tu sei uno scrittore che fa, anche, filosofia. Complimenti mi ricordi Marias

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    1. Avatar Marco Delrio

      Sei esageratamente gentile, è un complimento spiazzantemente lusinghevole; e apprezzo anche il tempo che ti sei presa per lasciare un commento 🙂 grazie 💜

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  2. Avatar Eletta Senso

    Non sono solita a lasciare encomi… Non certo per lo stile, il tuo più aulico e naturalmente personale, ma per certi contenuti direi “,esistenziali” mi è venuto il paragone. Buona giornata Marco

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    1. Avatar Marco Delrio

      E ti ringrazio ancora. Ti auguro una favolosa giornata 💜

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