21/06/1924 – Ore 21:03 – #358
Porrìa discorrere dell’impiego operativo presso l’avulso e ignoto loco ove la Kryomont m’ha spedito stamane oppure del meriggio speso con Lily fra empori e ciarle divertite; ma oi necessito d’un salto che quissà fin troppe volte mi promisi di non fare. Tre lunghi anni son trascorsi dal dì ch’ha fatto di questa data un momento di che rammentare e tenere puntato sui calendari che compero e, quissà mi verrebbe di ser chiaro codesta volta e narrare di lo ch’in fondo oramai è meglio compiere pe’ scrivere la fine d’un capitolo, no, d’un libro intero, quissà molti a dir il vero. Ebbene vi son parecchie testimonianze della coerenza de’ mie’ consolidati sentimenti riguardo nel mio cotidiano, a prescindere dalle decisioni prese ‘n quest’ultimi dì, sia ‘l ritratto ch’ancor tengo piccicato al muro nel mio quarto, sia le miniature dai righi subliminali ch’ancor definiscono le mie signature e ‘l mio stesso araldo identificativo, sia ‘l mucchio fremente di liriche e libelli ch’imperituri narreranno di tutto lo che fummo e non fummo; eppure, per quanto la consapevolezza al confino tra la speme e l’istinto, l’irrazionalità e ‘l senno, ch’un eternità condivisa ci attenda dal momento ‘n cui le nostre vite terrene termineranno con un mugolio sommesso e distante, slegare le mie solitanze, le mie scritture, il mio ancor limitato presenziare ne’ luoghi ove so di potermi far trovare, si fa dovere; ì vissi questi tre anni nel ventuno giorno del mese di giugno del 1921 sin riuscire a sortirne, né colle buone maniere, né colle infime, né cantando cotidianamente dell’amor ch’ancor permea inesorabilmente cada battito o respiro che rubo ai giorni, né detestando l’incompatibiltà di due corpi colorati de’ mie’ vagheggiamenti a tratti volgari, a tratti giustificati ma sempre e d’ogni modo infantili. E ‘n codesti tre anni d‘immobile girovagare nel cercare ‘l sentiero che mi riporti all’ingresso di quel parco verde, fra le note d’un musico lontano, le nubi di zanzare affamate, lo sfiorarsi l’animi per fallo o ‘sì credendo, ebbene, scrivo in le lagrime ch’un sentiero da condividere non v’è e, quissà, non v’è mai stato, non in codesta esistenza, sebbene le di noi due strade s’incrociarono per ‘sì tanto, ‘sì delicate al passo, ‘sì oniriche e irreali al suono delle promesse. Ma debbo lassarti, Valerie, come tu già riuscisti a fare con me ‘sì tante volte addietro. Poiché v’è l’unica parte sin ragione o cagione che sa ch’il nostro tempo ‘n codesta stanza terminò già da molto ma che l’infinito scorrere de’ giorni giunti l’uno all’altro ha ancor di che cominciare, non con siffatte sembianze, non limitato dall’ore, dal sonno, dalle parole, dall’esistere. Vi sarà un’inarrivabile orizzonte che seguiremo fatti d’una cosa soltanto, l’ultima descrizione di lo ch’in fondo la gioia è e che colle parole non si pote esplicare, s’anche fosse il lampo dell’ultimo cogito che scorre dinnanzi all’occhi nell’ultimo istante del mio viver terreno. Esso è il fato che, di fondo, sotto l’agrodolce sorriso deluso ch’entrambi vestiamo, oramai distanti vite intere, sappiamo d’avere. E lo vidi nell’occhi che ‘sì tanto mi fecero sentire minuscolo, fanciullo, servo d’un regno che solo ne’ mille libri vedeo pittato, sin riuscirne a scorgere la magnificenza celata ‘n ogni rigo. E tu ch’osservasti un insieme di rantoli che tentavan di giungere allo stesso scalino ove leggiadra posavi ‘l piede. Rantoli di cui ancor canto, scrivo e vivo, cotidianamente, poiché nell’eoni che verranno, giunti condivideremo l’unico gradino di cui siam in grado d’apprezzarne la fattura: l’ultimo, il più elevato, il più grande, lo ch’ha spazio per entrambi. E ‘sì ti lascio, salvatrice de’ mie’ giorni, ‘sì lascio che sfumino sin biasimo o rimorso le mani e i meriggi a lassar un lume acceso pe’l dì che torni. E ‘l mio spengo, di rimando, ch’or non servirà luce, non servirà cantar di noi, non servirà la speranza, il rammarico, la nostalgia, le lotte. Poiché tutto saremo quando questi noi non saranno più nulla ch’un vuoto involucro d’errori e memorie sbiadite. E l’Arthur che ‘sì tanto bene fece e ancor più male compì, ebbene in codeste confessioni muore poiché non era elli ch’il fato t’avea affiancato. Ti terrò pe’ la mano al comincio dell’eterno e saremo solo noi, come sempre è dovuto essere, come sempre sarà. Alla prossima esistenza, Rirì.

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