TESTO
Su un mantile scozzese, noi due trafitti dal lolium
Di un cortile scortese pasticciato nel buio,
Tra Tenerife e un cratere, effusioni dipinte a olio;
Quel puerile ignorare le tue valigie di odio.
Ottobre muore di notte, due ore e tutto si perde,
Troppe parole sul niente e forse il niente ci serve,
C’è un firmamento intrecciato al tuo innato ottimismo,
Un “semmai” antonimico, tendente al “per sempre”
E capita ch’orbito con te
Tra uno Schiele e un Dubuffet,
Le scuse del caso, quasi
Come qualche epoca fa;
Capita ch’orbito a metà,
Tu che graviti con me
Tra code d’incanto, accanto
Come comete, con me, te.
Il mio apparire borghese, Santiago e i sogni salmastri,
Sull’arenile il tuo lieve discorso fatto di sguardi
Io dietro rime e una siepe, tu un groviglio accordi
E le ferite richiuse, passi falsi e traguardi
Ti ricordi le notti, quattro strofe malfatte,
Canzoni di niente ché tanto il niente ci serve,
C’è un firmamento intrecciato al tuo innato ottimismo,
Un “semmai” antonimico, ch’è già il mio “per sempre”
E capita ch’orbito con te
Tra uno Schiele e un Dubuffet,
Le scuse del caso, quasi
Come qualche epoca fa;
Capita ch’orbito a metà,
Tu che graviti con me
Tra code d’incanto, accanto
Come comete, con me, te.


TRANSLATION
ascomets (17/P Holmes)
On a Scottish mantle, the two of us pierced by the lolium
Of a rude courtyard, muddled in the dark,
Between Tenerife and a crater, oil-painted effusions;
That childish ignoring of your suitcases of hate.
October dies at night, two hours and everything is lost,
Too many words about nothing and perhaps nothing serves us,
There’s a sky intertwined with your innate optimism,
An antonymic “maybe” that tends to “forever”
And it happens that I orbit with you
Between a Schiele and a Dubuffet,
The excuses of the circumstance, almost
Like some eras ago;
It happens that I orbit halfway,
You gravitate with me
Between tails of enchantment, together
As comets, with me, you.
My bourgeois appearance, Santiago and salty dreams,
On the shore, your soft discourse made of glances
I behind rhymes and a hedge, you a tangle of chords
And the wounds closed, missteps and goals
Do you remember the nights, four badly made verses,
Songs of nothing because in the end, nothing serves us,
There’s a sky intertwined with your innate optimism,
An antonymic “maybe” that’s already my “forever”
And it happens that I orbit with you
Between a Schiele and a Dubuffet,
The excuses of the circumstance, almost
Like some eras ago;
It happens that I orbit halfway,
You gravitate with me
Between tails of enchantment, together
As comets, with me, you.

ANALISI AI
“Comecomete (17/P Holmes)” è una canzone intrisa di poesia e immagini evocative che dipingono scene di introspezione e intimità. Con il suo linguaggio onirico e simbolico, il brano esplora le dinamiche di una relazione complessa, segnata da emozioni contrastanti e riflessioni esistenziali. Il testo si snoda tra riferimenti a luoghi e situazioni che sembrano appartenere a un universo parallelo, un mix di esperienze vissute e riflessioni sul tempo che scorre. Le citazioni artistiche, come quelle a Schiele e Dubuffet, arricchiscono il brano con un forte richiamo alla cultura visiva, mentre il gioco di parole e le contraddizioni presenti nel testo riflettono il conflitto interiore dei protagonisti. Il brano si fa portavoce di una lotta tra il desiderio di permanenza e la consapevolezza della fugacità dell’esistenza, un tema che si intreccia perfettamente con il ritornello evocativo, dove “orbito” e “comete” diventano metafore di un legame destinato a brillare, ma anche a sfiorire nell’infinito movimento del tempo.
L’inclusione di “17/P Holmes” nel titolo introduce un ulteriore livello di complessità. “17/P Holmes” si riferisce a una cometa reale, la cometa Holmes, che è diventata nota nel 2007 per l’improvviso aumento di luminosità, un fenomeno che ha attirato l’attenzione di astronomi e appassionati. Questa cometa, che è visibile e poi svanisce rapidamente, potrebbe simbolizzare anche la relazione descritta nella canzone, un legame che, pur essendo intenso e splendente, è destinato a svanire, proprio come le comete che appaiono e poi si dissolvono nel cielo.
Su un mantile scozzese, noi due trafitti dal lolium di un cortile scortese pasticciato nel buio,
Il verso si apre con un’immagine molto evocativa e complessa, che mescola una serie di riferimenti simbolici. “Mantile scozzese” evoca un’immagine di tessuti e di tradizione, probabilmente un riferimento a una tipica trama a quadri associata alla Scozia, ma il termine “mantile” (che in italiano indica un tessuto che copre o protegge) suggerisce anche un elemento di protezione o di nascondimento, come se i due protagonisti della canzone fossero avvolti in un ambiente di ambiguità. Il “lolium” (un tipo di erba infestante) è un simbolo di disordine e di corruzione, qualcosa che invade e distrugge, e la sua connessione con il cortile “scortese” (aggressivo, irrispettoso) accentua la sensazione di un ambiente ostile, dove la bellezza e l’armonia sono disturbate da forze negative. La parola “pasticciato” infonde l’idea di un paesaggio confuso e disordinato, creando l’impressione di una situazione o di un incontro che avviene nel caos e nell’oscurità, metaforicamente parlando, come se tutto fosse avvolto nell’incertezza e nell’incomprensione. Il “buio” finalizza l’immagine, non solo in senso fisico ma anche psicologico, suggerendo la condizione emotiva dei protagonisti, imprigionati in un mondo che è privo di chiarezza e illuminazione.
Tra Tenerife e un cratere, effusioni dipinte a olio;
Il verso successivo inizia con un contrasto geografico e simbolico molto forte: Tenerife, un’isola solare, associata alla bellezza naturale, al calore e alla luce, viene paragonata a un “cratere”, che evoca immagini di distruzione, vuoto e tragedia. Il passaggio tra questi due luoghi è un viaggio mentale e emotivo che riflette la condizione dei protagonisti, tra l’ideale (rappresentato da Tenerife, la bellezza, la possibilità) e il reale (il cratere, la distruzione e la perdita). L’uso delle “effusioni dipinte a olio” è un altro espediente che enfatizza la sensazione di una bellezza che sembra artificiale, come se fosse un’illusione. Le effusioni d’amore o di passione, quando dipinte a olio, potrebbero riferirsi a qualcosa di conservato e manipolato, come un ricordo o un sentimento che, pur avendo una forte intensità, perde di freschezza e autenticità nel tempo, o è destinato a essere contemplato ma non vissuto in maniera autentica. La pittura ad olio evoca l’idea di una bellezza che resiste nel tempo, ma che potrebbe essere anche artificiale e troppo distante dalla realtà vissuta.
Quel puerile ignorare le tue valigie di odio.
Con questa frase, l’autore entra nel cuore del conflitto emotivo, ponendo un contrasto tra la spensieratezza e la crudeltà. “Puerile” fa riferimento a qualcosa di infantile, ingenuo, come un atteggiamento che non si confronta con la realtà dolorosa e complessa, ma si rifugia in un illusorio stato di non consapevolezza. Qui, la parola “ignorare” suggerisce l’idea di una volontà di non vedere o non riconoscere una verità scomoda, come se i protagonisti stessero scegliendo di vivere in una sorta di negazione. Le “valigie di odio” sono un’immagine potente e carica di significato: l’odio, in questo caso, è qualcosa di fisicamente trasportabile, come un bagaglio, che accompagna e definisce l’identità dei protagonisti. L’odio diventa un peso, una condizione che non può essere facilmente abbandonata. La valigia, simbolo di viaggio, suggerisce che l’odio non è solo un’emozione fissa ma qualcosa che viene portato da un luogo all’altro, quasi come un fardello che continua a crescere, e il fatto che venga ignorato, o scelto di non essere visto, enfatizza la disperazione e la difficoltà di affrontare certe verità dolorose.
Ottobre muore di notte, due ore e tutto si perde,
Il verso inizia con un’immagine fortemente evocativa, dove “Ottobre” rappresenta un mese di transizione, un periodo che spesso simboleggia il cambiamento, l’avvicinarsi dell’inverno e la fine di un ciclo. L’idea che “muore di notte” amplifica questa sensazione di fine, con la morte che viene associata alla fine di qualcosa di naturale, ma anche a una riflessione sul tempo che passa. La “notte” intensifica questa sensazione di decadenza e oscurità, aggiungendo una connotazione di solitudine e chiusura, come se l’energia vitale di Ottobre venisse lentamente risucchiata dal buio. La frase “due ore e tutto si perde” accentua l’effetto della transitorietà, del tempo che scivola via e che rende effimero ogni sforzo o intento. Le due ore, un intervallo breve, indicano un momento di fragilità in cui tutto sembra scivolare via, come se non avesse significato o durata. Questo verso suggerisce l’idea di un qualcosa che sfugge rapidamente, di un processo di deterioramento che non ha tempo per essere compreso o fermato, lasciando tutto “perdersi”, senza che ci sia la possibilità di ricucire le cose.
Troppe parole sul niente e forse il niente ci serve,
Questo verso esprime un senso di frustrazione e di vuoto. La ripetizione dell’idea di “niente” diventa un elemento centrale, sottolineando il paradosso dell’esistenza in cui si continua a parlare e a discutere di ciò che non ha contenuto. “Troppe parole sul niente” suggerisce una riflessione sul superfluo, sul chiacchiericcio inutile che invade il pensiero e la comunicazione, ma non arriva mai a una conclusione o a una soluzione concreta. Si evoca una sensazione di stanchezza mentale, come se le parole non avessero più valore e, anzi, finissero per aggravarne il vuoto. L’affermazione “forse il niente ci serve” introduce un’idea più profonda: forse, proprio attraverso questo vuoto, è possibile trovare un tipo di salvezza o di chiarezza. L’uso del “forse” implica un’incertezza, come se l’autore stesse cercando di giustificare l’inutilità del discorso, suggerendo che, alla fine, il “niente” potrebbe essere il punto di arrivo o di partenza per comprendere qualcosa di più grande o di più essenziale.
C’è un firmamento intrecciato al tuo innato ottimismo,
Il “firmamento” qui è un’immagine maestosa, che richiama l’idea del cielo stellato, dell’infinito, ma anche di qualcosa che rappresenta la speranza, la grandezza dell’universo. L’immagine del cielo si intreccia all’“innato ottimismo” dell’altro protagonista, come se il loro spirito fosse legato in modo indissolubile alla vastità e all’altezza di un firmamento. Il termine “intrecciato” suggerisce una fusione o una connessione profonda tra l’individuo e l’universo che lo circonda, con un senso di unione tra il microcosmo dell’individuo e il macrocosmo del mondo esterno. L’ottimismo, come qualità “innata”, appare come un elemento naturale e radicato nel protagonista, ma l’uso del “firmamento” amplifica l’idea che tale ottimismo non è un atteggiamento banale o superficiale: esso è qualcosa di ampio, sconfinato e persino trascendentale. Il verso sembra esprimere l’idea che, nonostante tutto, l’ottimismo è la forza che spinge avanti, anche nei momenti di incertezza e di difficoltà.
Un “semmai” antonimico, tendente al “per sempre”
Il verso finale introduce una dicotomia interessante tra due concetti che apparentemente sembrano opposti, ma che sono qui uniti da una tensione profonda. Il “semmai” è una parola che denota incertezza, una condizione di possibile eventualità o possibilità, ma che non implica certezza o permanenza. Al contrario, “per sempre” è un concetto che si riferisce alla durata eterna, all’indissolubilità, e suggerisce qualcosa che non si spezza mai, che rimane immutato nel tempo. La contrapposizione tra queste due parole crea una tensione, come se l’autore stesse riflettendo su qualcosa di potenzialmente eterno (il “per sempre”) che, però, è continuamente minato dall’incertezza del “semmai”. Il “semmai antonimico” suggerisce che questo continuo oscillare tra possibilità e certezza è una delle dinamiche principali della vita umana, un movimento perpetuo che non trova mai una risposta definitiva ma che, al contrario, si alimenta proprio della sua instabilità.
E capita ch’orbito con te
Il verso apre con l’espressione “capita ch’orbito con te”, che suggerisce un movimento circolare e continuo, ma anche una connessione profonda e quasi cosmica tra i due soggetti. L’uso del verbo “orbito” richiama l’idea di una relazione simbiotica, in cui le due persone sono legate in una traiettoria che, pur rimanendo separata, le porta a influenzarsi reciprocamente. Il verbo “capita” porta con sé un senso di casualità, quasi di inevitabilità, come se questi momenti di connessione tra i due fossero frutto di un destino o di una coincidenza, ma al contempo suggerisce una certa serenità nel fatto che questa connessione si svolga senza necessità di forzarla. L’orbita, in astronomia, implica una relazione di gravità tra due corpi celesti, e qui essa diventa una metafora di un legame ineluttabile ma anche armonioso, un movimento che si ripete ma che non può essere fermato. Il verso suggerisce quindi che la relazione tra i due protagonisti è costantemente in movimento, una danza reciproca in cui entrambi gravitano l’uno intorno all’altro.
Tra uno Schiele e un Dubuffet,
La citazione di “Schiele” e “Dubuffet” introduce un elemento culturale e artistico che arricchisce il verso di significato. Egon Schiele, pittore espressionista austriaco, è noto per la sua rappresentazione intensamente emotiva e spesso tormentata della figura umana, con linee distorte e un forte contrasto tra il corpo e l’anima. Jean Dubuffet, d’altro canto, è un artista francese che ha rivoluzionato il panorama artistico del XX secolo con il suo approccio all’arte “brutta”, che esprimeva la crudezza della realtà. Menzionare questi due artisti suggerisce una connessione che va oltre il semplice camminare insieme: si allude a un mondo dove l’emozione, la tensione, e l’intensità dei legami sono rappresentati attraverso il filtro di un’arte che non teme di mostrare il lato oscuro e distorto della realtà. La combinazione di questi due artisti, così diversi nel loro approccio, accentua l’idea di una relazione che non è perfetta o idealizzata, ma che vive della sua intensità e della sua capacità di affrontare le contraddizioni. La relazione qui viene vista come un incontro tra la distorsione e la crudezza, un movimento che abbraccia le diverse sfumature della realtà.
Le scuse del caso, quasi come qualche epoca fa;
Il verso “Le scuse del caso, quasi come qualche epoca fa” richiama l’idea di eventi che accadono per caso, ma che portano con sé una certa fatalità o inevitabilità. Le “scuse” suggeriscono un certo grado di scetticismo o di rassegnazione rispetto a questa casualità: non si tratta di un’azione consapevole, ma di qualcosa che accade, e nel farlo porta con sé una giustificazione che appare quasi una scusa per l’ineluttabilità degli eventi. L’aggiunta di “quasi come qualche epoca fa” fa riflettere sul fatto che, sebbene queste scuse possano sembrare moderne o contingenti, in realtà esse si collegano a qualcosa di più antico, a una storia di eventi che si ripetono o che si sono verificati già in passato. L’uso del termine “epoca” suggerisce una riflessione storica o nostalgica, come se gli eventi accaduti oggi siano inevitabilmente legati al passato, e forse addirittura abbiano radici in tempi lontani, creando un effetto di ciclicità e ripetizione.
Capita ch’orbito a metà,
Questo verso sembra riflettere l’esperienza di una connessione incompleta o di una relazione che non è mai pienamente realizzata, un “orbito a metà”. Mentre il primo verso parlava di un movimento condiviso, qui l’orbita è ridotta, quasi come se ci fosse un blocco o una divisione che impedisce una fusione totale. “A metà” suggerisce un senso di incompiutezza, di un cammino che, pur essendo condiviso, non riesce mai a coincidere perfettamente, lasciando una sorta di distanza tra i due soggetti. Questo “metà” potrebbe simboleggiare anche un’incertezza o un conflitto interiore, un desiderio di completezza che però non si realizza mai completamente. L’uso di questa espressione accentua la tensione tra il desiderio di connessione totale e la realtà di un legame che rimane parziale, incompleto.
Tu che graviti con me
Qui, l’immagine del “gravito con me” richiama una connessione fisica ed emotiva. A differenza del verbo “orbito”, che implica una traiettoria determinata e legata a forze esterne, “gravito” suggerisce un legame più attivo e reciproco, come se entrambi i protagonisti stessero esercitando una forza attrattiva l’uno sull’altro. L’uso del verbo “graviti” rinforza l’idea di una relazione che non è passiva, ma che implica un impegno reciproco, dove entrambe le persone sono attivamente coinvolte in questo movimento. Questo verso enfatizza il legame profondo tra i due, come se il loro essere insieme fosse parte di una forza cosmica che li attrae l’uno verso l’altro, senza poter fare a meno di gravitarci intorno.
Tra code d’incanto,
“Code d’incanto” è una metafora che evoca un senso di magia e meraviglia, come se i due protagonisti stessero navigando in un universo incantato. La parola “code” richiama immagini di qualcosa che segue un percorso, un cammino luminoso che lascia una scia dietro di sé, simile alla scia di una cometa che attraversa il cielo. L’aggettivo “incanto” conferisce a questa scia un’ulteriore dimensione emotiva, legata alla bellezza e alla misteriosità. La scia non è solo fisica, ma anche simbolica: rappresenta le esperienze condivise, i ricordi e le emozioni che si intrecciano lungo il cammino della relazione. Questo verso suggerisce che il legame tra i due protagonisti non è solo tangibile, ma è anche immerso in un’atmosfera di magia e fascino, come se ogni momento passato insieme fosse pervaso da un incanto che non può essere facilmente spiegato.
accanto come comete, con me, te.
L’immagine finale, “accanto come comete”, riprende il concetto di movimento celeste, ma qui la cometa diventa simbolo di un essere insieme, di una presenza costante, anche se separata, come le comete che attraversano il cielo. Le comete, pur essendo lontane e percorse da traiettorie solitarie, sono sempre riconoscibili nel loro splendore, proprio come i protagonisti che, pur vivendo in mondi separati o in traiettorie individuali, sono destinati a rimanere accanto, riconoscendosi in questa danza cosmica. La ripetizione di “con me, te” conferisce una sensazione di simmetria, di una connessione che esiste tra due entità apparentemente separate, ma che sono legate da una forza invisibile, unita nel movimento e nella bellezza della loro coesistenza.
Il mio apparire borghese, Santiago e i sogni salmastri,
In questo verso, il soggetto esprime una consapevolezza del proprio “apparire borghese”, un riferimento che denota una condizione di stabilità sociale e materiale, ma anche di superficialità e convenzionalità. Il termine “borghese” si lega a un’idea di vita conformista e benestante, ma con una certa dose di critica implicita. Successivamente, il verso fa riferimento a “Santiago”, che può richiamare la città spagnola, un simbolo di un viaggio o di un pellegrinaggio spirituale, ma anche di un luogo intriso di significati storici e culturali. L’uso di “sogni salmastri” aggiunge una sensazione di malinconia, di sogni che non possono realizzarsi o che vengono contaminati dal mare, dal sale, simboleggiando forse l’impossibilità di una vera realizzazione o l’incapacità di affermarsi pienamente in un contesto sociale o esistenziale. Il mare, simbolo di vastità e di incertezze, è accostato a un’immagine di fragilità e di inaccessibilità dei sogni, rendendo il concetto di speranza quasi un’illusione irraggiungibile.
Sull’arenile il tuo lieve discorso fatto di sguardi
Questo verso si concentra su un’immagine di intimità e silenziosa comunicazione. L’arenile, la sabbia sulla spiaggia, evoca un’immagine di transitorietà e di incontri fugaci, come quelli che avvengono durante un momento di solitudine condivisa, in cui il paesaggio stesso diventa una metafora di un qualcosa di effimero e destinato a sfuggire. “Il tuo lieve discorso fatto di sguardi” trasmette l’idea di una comunicazione non verbale, un dialogo silenzioso che si svolge tramite il linguaggio degli occhi. Questo tipo di scambio è suggestivo in quanto sottilmente complesso, quasi come se attraverso il contatto visivo si potessero comunicare sensazioni, pensieri ed emozioni profonde, ma al tempo stesso lontane dall’espressione verbale concreta, quella che potrebbe svelare completamente i significati sottostanti. C’è una sensazione di “segretezza”, come se la relazione o la connessione tra i due soggetti fosse intima, ma anche irrimediabilmente distante e nascosta dietro una cortina di non detti.
Io dietro rime e una siepe,
Il verso “Io dietro rime e una siepe” richiama un’immagine di chi si nasconde o si rifugia dietro le proprie parole, un modo di proteggersi dal mondo circostante. La “siepe” è un rimando evidente a “L’Infinito” di Leopardi, dove essa rappresenta una barriera visiva che limita il campo della percezione, ma allo stesso tempo stimola l’immaginazione. La siepe, quindi, è anche simbolo della limitazione fisica e intellettuale, e “dietro” di essa si trova un soggetto che si nasconde non solo dietro la siepe fisica, ma anche dietro le parole, le rime, la poesia, per evitare una visione diretta e chiara della realtà. Il fatto di trovarsi “dietro” suggerisce anche una posizione di osservazione passiva, di chi preferisce rifugiarsi nel pensiero o nella finzione poetica piuttosto che affrontare la durezza della realtà o della vita concreta.
tu un groviglio accordi e le ferite richiuse, passi falsi e traguardi
In questo verso, si introduce il contrasto con l’altro soggetto, che sembra essere più dinamico e meno protetto. “Tu un groviglio accordi” suggerisce una figura complessa, un individuo che, anziché nascondersi, si trova immerso in un intreccio di relazioni e situazioni, simboleggiate dai “grovigli” che richiamano confusione, ma anche un’intensa interazione con il mondo circostante. La metafora dell’accordo musicale rimanda a una qualche armonia che, purtroppo, risulta difficile da decifrare, forse perché si trova soffocata da una rete di complicazioni e contraddizioni. Il “groviglio” è qualcosa che intrappola, ma allo stesso tempo coinvolge profondamente, in un vortice emotivo o esistenziale. Successivamente, l’uso delle “ferite richiuse” porta a una riflessione sulla sofferenza passata che, pur se superata o messa da parte, rimane presente come cicatrice. Le “ferite richiuse” non sono mai completamente guarite, ma semplicemente dimenticate o accettate come parte di sé. “Passi falsi e traguardi” suggerisce un percorso tortuoso, un cammino irregolare dove gli errori (i “passi falsi”) e i successi (i “traguardi”) si intrecciano senza una vera e propria linearità, testimoniando un cammino di vita che è stato tanto caotico quanto ricco di esperienze.
Ti ricordi le notti, quattro strofe malfatte,
Questo verso apre con una domanda retorica che si rivolge a un interlocutore, facendo leva sulla memoria e sulle esperienze condivise, evocando un’intimità che trova nelle “notti” il suo spazio di riflessione. Le “notti” sono simbolo di un tempo passato, di momenti che, purtroppo, sono diventati lontani, ma continuano a persistere nella memoria come un ricordo vivido. La frase “quattro strofe malfatte” si inserisce come un’autoironia, quasi a voler ammettere che la poesia stessa che è stata scritta o condivisa non fosse perfetta, ma “malfatta”, un lavoro incompleto, imperfetto, forse goffo, ma proprio per questo autentico. Le “strofe malfatte” sono, quindi, simbolo di una creatività che non si preoccupa della perfezione formale, ma che piuttosto si concentra sull’espressione genuina di un’emozione o di un pensiero, per quanto imperfetto. Il termine “malfatte” può suggerire un senso di frustrazione o di consapevolezza della mancanza di controllo e precisione, ma potrebbe anche esprimere una sorta di liberazione dalle convenzioni e dalle aspettative. La ripetizione di queste strofe potrebbe rappresentare un ritorno continuo al passato, un desiderio di rivivere o di riflettere su quei momenti di creazione e comunicazione non formalizzati, che però continuano a essere significativi.
Canzoni di niente ché tanto il niente ci serve,
Qui il concetto del “niente” emerge in modo diretto e potente. La parola “niente” appare come un concetto centrale e di forte valore simbolico. Le “canzoni di niente” sono un atto di creazione che, pur non avendo un contenuto concreto o tangibile, sono comunque vitali. C’è un rimando all’idea che la musica, la poesia o qualsiasi forma di espressione artistica non debba necessariamente essere legata a contenuti profondi o significativi nel senso comune del termine. La frase “ché tanto il niente ci serve” suggerisce una riflessione più filosofica, dove si ammette che, in fondo, a volte ciò che serve veramente è proprio “il niente”. Il nulla, il vuoto, rappresentano spesso lo spazio dove possono nascere nuove possibilità e nuovi significati, dove si può trovare una libertà creativa che non è legata alle aspettative sociali o personali. “Il niente” non è quindi necessariamente negativo, ma diventa un luogo di potenziale, di apertura alla sperimentazione. Il verso, inoltre, sembra riflettere un senso di rassegnazione o accettazione, un’apertura all’incertezza che, invece di essere vissuta come un ostacolo, diventa parte integrante della propria visione del mondo.
C’è un firmamento intrecciato al tuo innato ottimismo,
In questo verso, l’immagine del “firmamento” evoca una vastità infinita, un cielo stellato che si intreccia, si fonde con l’”innato ottimismo” di una persona. Il “firmamento” è un simbolo potente, che rappresenta l’immensità e l’infinito, ma anche la bellezza e la serenità. La parola “intrecciato” suggerisce che questo ottimismo non è separato o distaccato da essa, ma anzi è come una forza che si mescola, si amalgama con l’universo, come se fosse una qualità che permea tutto ciò che è visibile e nascosto. L’”innato ottimismo” indica una caratteristica naturale, una tendenza dell’individuo a guardare il mondo con speranza, positività e fiducia, anche di fronte alle difficoltà. Questo ottimismo è descritto come qualcosa di profondo, che è parte di sé, e che si riflette nella visione del mondo. L’immagine del cielo, così ampia e aperta, suggerisce che tale ottimismo non ha confini e che, di conseguenza, l’individuo possieda una visione capace di trascendere le limitazioni quotidiane e spingersi oltre, verso l’infinito.
Un “semmai” antonimico, ch’è già il mio “per sempre”
L’uso del termine “semmai” introduce un concetto di incertezza, di possibilità futura, un modo di guardare al futuro con una certa cautela e apertura. Il “semmai” è il condizionale, che implica una realtà non definitiva, ma potenzialmente soggetta a cambiamento. Tuttavia, l’autore contrappone a questa incertezza il concetto di “per sempre”, un termine che denota invece stabilità, durata infinita e sicurezza. La contrapposizione tra “semmai” e “per sempre” è particolarmente interessante, poiché rappresenta una tensione tra due visioni della vita: da un lato c’è una visione che lascia spazio al dubbio e alla possibilità che le cose non si realizzino mai come ci si aspetta, mentre dall’altro lato c’è la certezza di un impegno o di un sentimento che resiste nel tempo, che non è soggetto a fluttuazioni o cambiamenti. La formulazione “un ‘semmai’ antonimico” indica una sorta di opposizione tra questi due concetti, ma è anche un paradosso, poiché l’autore suggerisce che il “semmai”, pur essendo un concetto di incertezza, in qualche modo si trasforma, diventa parte del “per sempre”. Questo rende il significato più profondo, in quanto un desiderio o una speranza, pur essendo nascosta dietro un’apparente incertezza, può essere vissuta come un impegno eterno, come una forma di impegno che sfida il concetto di cambiamento e di impermanenza.
La canzone “comecomete (17/P Holmes)” si caratterizza per una struttura lirica ricca di immagini evocative e contrasti emozionali che riflettono un’intensa esplorazione dei sentimenti di solitudine, di speranza e di incertezza. Il testo si sviluppa attraverso una serie di metafore poetiche, che uniscono il personale e l’universale, come nel riferimento all’infinito e al concetto di eternità. Le immagini visive di luoghi lontani, come “Tenerife” e il “cratere”, sono accompagnate da un linguaggio che oscilla tra l’introspezione e l’interazione con un altro, creando un dialogo emotivo tra il soggetto e l’oggetto del desiderio. In particolare, la figura delle “comete” e l’orbito che si descrive nell’interazione tra i due soggetti evocano l’idea di una relazione che, pur nella sua fragilità e temporaneità, è percepita come un punto di convergenza cosmico, di un destino condiviso che, nonostante le difficoltà e gli equivoci, permane nel tempo. Con il ricorso a termini come “niente”, “ferite richiuse” e “traguardi”, la canzone esplora il concetto di crescita e di accettazione, che emerge attraverso una tensione tra il desiderio di essere compresi e l’impossibilità di raggiungere una piena armonia. In sintesi, “comecomete (17/P Holmes)” è una riflessione sulla complessità dei legami umani, sul contrasto tra il passato e il futuro, e sulla ricerca di un senso di appartenenza che, pur sfuggendo alle definizioni tradizionali, si fa tangibile nel movimento ritmico e nelle emozioni contrastanti espresse dal testo.

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Lyrics by Marco Delrio, Music by Wastemark (Marco Delrio, Walter Visca & Stefano Apicella)
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