Dystoria (a)

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Era il 1357. Erano decenni, oramai, che la stanza di Floorguard non era altro che una frase sui libri di storia e un cumulo dimenticato di detriti polverosi appena mossi dalle soffici intemperie ovattate di quell’angolo di universo. Marcus passeggiava da solo fra gli sbuffi di cenere troppo fini per obbedire alla gravità; sulle spalle, oltre a uno zaino malridotto, pesava l’obbligazione del suo fine, allungandone le ombre dei passi sulle stradone bulbose. Queste, un tempo animate dal fragore del quotidiano, tentennavano silenti nel ticchettare rallentato d’un panorama atavico. Intorno, i gusci mangiucchiati degli edifici una volta imponenti si vergognavano a mostrare per intero il volto sfigurato al cielo grigio: le finestre parevano bocche dai pochi denti, le pareti esterne vellutate dal fumo e puntellate di bozzi pietrosi come visi appena barbuti. Marcus non aveva opinioni riguardo al passato, non aveva considerazione per l’ansimare sommesso della metropoli deceduta, non gli importava della decadenza intrinseca che mugolava con ogni suo passo. Con un movimento ormai quasi istintivo, aggiustò le bretelle dello zaino che sibilarono fra le fibbie rugginose, il peso dei libri all’interno della sacca parevano tossire impazienti. Da bibliotecario qual era, aveva dedicato la sua vita – e forse qualcosa di più – alla conservazione della saggezza, alla ricerca di un crogiolo di verità universali, alla difesa di ciò che una catastrofe di quelle dimensioni avrebbe ingoiato per prima: striscioline di inchiostro su rettangoli di carta. Marcus si arrestò di fronte a quella che molte lune addietro era una maestosa biblioteca, la facciata che ora sbrodolava sassolini ad ogni soffio di vento, il cranio divelto e i saloni interni esposti al pallido sole indifferente. Il cuore, più che le mani, muoveva gli occhi dell’uomo da una pila di mattoni all’altra, da un cumulo di travi a un cratere di ghiaia, in cerca d’un respiro silente, d’una schiena di cuoio, d’un paragrafo evaso, d’un brandello di storia. Scricchiolavano anche le ore tra le secche rimanenze degli scaffali scaraventati in tutte le direzioni dalle remote esplosioni che ancora parevano echeggiare nelle sue orecchie. Nulla. Nulla che non fosse l’ombra stiracchiata lanciata da una mensola frantumata che reagiva al rossiccio tramonto inesorabile. Nulla tranne una pila di sabbia quasi troppo fine dove ora immergeva le stanche mani tagliuzzate. Nulla tranne il fruscio dei rigagnoli di ciottolini, lo sfregare delle ginocchia sul suolo ancora abbronzato dagli incendi. Poi un soffice spiegazzarsi fra le dita, fragili tentacoli appena ruvidi che assecondavano i movimenti sempre più celeri dell’uomo, il quale, ora col fiato incapace di operare autonomamente, lanciava manate di grigia sabbia da ogni lato finché non riuscì a estrarre il suo mutilato tesoro. Era grosso come un suo palmo, con la copertina ridotta solo a qualche frammento appeso tenacemente al dorso, visibili ciuffi di pagine strappate adornavano il contorno, sbucando irregolari dai pochi fogli ancora rilegati di dentro. Il libello giaceva immobile sotto lo sguardo apparentemente impassibile dell’uomo che ora si ricordò di prendere fiato.

[Continua]



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