01/08/1923 – ore 05:51 – #33
Capita, poi, sempre nell’ore del meriggio che vorrei dedicare all’altre cose che mi fan bene, aimè: venuta la quinta ora del dopopranzo mi vedo a tender le recchie verso l’uscio, anelando ‘l rumore di que’ passi tanto delicati quanto acciottolanti pe’ le suole dure che solevi portare e lì m’arrocco, a metà fra la poltrona e ‘l corridoio silente, nella penombra cui lasso ogniddì ‘l mio appartamento casi per non vedere tutti i minuscoli difetti che ne punzecchiano i fugigli. Lì a trattenere il respiro quasi contassi i giri delle lancette, al contrario, colla brama di scender fino la strada e scrutare fin dove la calle volta a sinistra e sparisce didietro l’angolo donde n’usciresti tu, avviluppata ne’ tuo’ dressi fini e cercati, dissimili de lo che l’altri indossano, sfumata dalla stessa nube di profumo speziato ch’ancor mi pare di scorgere ogni volta che rientro ‘n casa. Ed ogniddì vengon le diciannove e le venti, infine, e si cheta perfino la fame trepidante che m’incatena ‘n un’attesa vana e sciocca. O forse è lo che scrissi ieri, per vero? Chi son io pe’ discerner tutte le pieguzze di codesta deriva sentimentale? Mi lasso scivolare nell’abbraccio di questi rimasugli piccicosi, giorno dopo giorno, per imparare a conoscerli, tentare di comprenderli, detestarli quel tanto che serve per frontarli con più razionalità di lo che meritano. E ve’ quant’ancora mi s’annidano indosso le macerie d’ogni attesa se la mane successiva ancora son qui, a scribacchiarne invaghito, a commiserare la debolezza della mia risolutezza e infine ad accettare che tal par sia il mio fato, attendere, attendere e farti trovare lo ch’anni addietro credevi d’aver trovato. E a me uguale. Ché riverà ‘l dì ch’allo specchio pur io vedrò lo ch’anni addietro pensavo già d’esser divenuto.
Ore 21:00
Quante volte potrei, avrei potuto e vorrei sorriderti ‘ncora, tenera vanvera, or che mi compagni priva della bisogna e d’ogni conseguenza; ché sì, per vero, sarebbero solamente semplici e naturali contrazioni dei muscoli, delli soliti muscoli che tanto adoran contrarsi nell’arcigno risentimento gratuito e mai giustificato. Eppure potremmo trascendere le tanto complicate barriere dialettiche e rivelare svergognati que’ bagliori dell’essenza come poc’altre se non niuna azione fisica pote fare. Ghignare e lassarselo fare in risposta alli stimoli pare ser utile quanto porsi di forza all’atto stesso che per ciò ne diviene cagione e conseguenza, diviene matrice dell’ottimizzazione umorale ‘sì necessaria pe’l compromesso sociale a cui siamo tutti ascritti.

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