13/08/1923 – ore 09:17
D’in tra i visi stracchi d’uno de’ mie’ tomi disfatti ov’ormai la carta pare più attendere che vivere, ho trovato i resti d’un fiorello compresso e vinto, ridotto a nervature dalle stagioni. Innioro ‘l momento del suo ricovero quivi, innioro perfino se fosse la mia di mano a spingerlo didentro, innioro se fosse atto o errore. Pur all’estrarne cauto i resti, fumenti vacui di Berenice s’han fatto largo, qual sagome oniriche ch’han vite e voce coll’occhi chiusi e ch’alla mane paiono evadere frettolosamente. Ella danzava ne’ dì d’altre vite, quand’anche ‘l meriggio ne durava due. Poco permane, tuttavia, che ‘n sia una nuvolosa scenetta d’in tra le panche d’un oratorio o un brandello fugace tra le seggiole d’una carrozza. Mi dimando se l’anni vissuti senza appigli ‘n memoria siano rifiuto o deposito, avanzo da serbare pur sin uso. L’ito, ‘sicché, m’apparve come materia immobile, ch’insiste sin offrirsi per vero. Il fiorello, pressato fin a perdere ogni pretesa d’aver forma, se n’è stato lìvi, sin attesa o boria, e ora mi pareva ch’avesse la sfacciataggine di voler insegnarmi tutto lo ch’avrei già dovuto. Come se Berenice, ita compagna che forse un poco di cuore m’avea incrinato, tornò com’obbligo di cogito, qual schiaffo vendicativo d’un fiorello deluso. Ella non stava ‘n ciò che rammento, bensì in lo che non riesco a fare, in lo che manca. Ì col vegetale ‘n le dita, restai a pesare s’il tempo che fu fosse vero e reale nella misura ‘n cui resiste all’anni – o se resiste soltanto quan continuo ostinato al tentare di rammentarlo.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Primo, “Vanvere Terapeutiche”

Analisi – by T. Brooke
La #45 cade di lunedì 13 agosto 1923. Arthur scrive alle 09:17 del mattino, un orario presto per un’entrata di riflessione che non accenna a obbligazioni lavorative imminenti. Non c’è trasferta in programma, non c’è fabbrica da raggiungere, non c’è Tinsteel o Barweight da incontrare. Arthur è al suo scrittoio di April Street, con un libro fra le mani e un fiore morto fra le dita.
L’innesco è materiale. Arthur sta sfogliando uno dei propri tomi, “disfatti” e con la carta che “pare più attendere che vivere”, e vi trova i resti di un fiore pressato fra le pagine, “ridotto a nervature dalle stagioni”. Non sa quando quel fiore è stato messo lì, non sa se sia stato lui a farlo, non sa se il gesto fu intenzionale o casuale. Tre volte “innioro” in apertura, una triplice dichiarazione d’ignoranza che nel registro parkeriano è un modo di dire: il fatto non importa, importa ciò che il fatto produce.
Ciò che il fiorello produce è Berenice.[1]
Il nome compare qui per la prima volta nel corpus diaristico, sebbene le memorie giovanili di Arthur documentino il rapporto con maggiore ampiezza. Berenice Coach fu compagna di classe di Arthur negli anni di Newbrick, quando il diarista aveva tredici o quattordici anni, e il contesto in cui Arthur la introduce nella #45, senza presentazioni, senza coordinate, come se il nome dovesse bastare a se stesso, è coerente con una figura che appartiene a uno strato della memoria anteriore al diario e alla vita adulta a Bolinthos. Arthur non spiega chi sia Berenice per la stessa ragione per cui non spiega chi sia Valerie nelle primissime entrate: queste figure esistono prima della scrittura e il diario le incontra già formate, già cariche di un peso che il lettore è chiamato a ricostruire da altri indizi.
La definizione che Arthur fornisce è calibrata con una precisione che sconfina nel pudore: “ita compagna che forse un poco di cuore m’avea incrinato”. “Ita” colloca il rapporto nel passato concluso. “Compagna” indica una relazione, non un’amicizia. “Forse” introduce un dubbio che suona retorico, un modo di sminuire per cortesia un’incrinatura che evidentemente c’è stata. “Un poco di cuore” è il territorio del danno contenuto: non una rottura, non una devastazione, ma una crepa. Nulla, nel lessico della #45, assomiglia alla catastrofe cosmica con cui Arthur parla di Valerie o al rimpianto strutturale con cui tratterà Allison nella #50, cinque giorni dopo. Berenice ha incrinato, non spezzato. E il fiorello è il residuo fisico di quell’incrinatura, sopravvissuto per anni fra le pagine di un libro senza che nessuno lo cercasse, trascinato probabilmente da Newbrick a Bolinthos dentro un tomo che Arthur non ha più riaperto.
Le memorie che Arthur associa a Berenice sono di una vaghezza che lui stesso riconosce e tematizza. “Poco permane, tuttavia, che ‘n sia una nuvolosa scenetta d’in tra le panche d’un oratorio o un brandello fugace tra le seggiole d’una carrozza.” Due immagini, entrambe di interni, entrambe in transito: le panche di un oratorio e le seggiole di una carrozza. Sono ricordi di ragazzino, frammenti di una Newbrick che Arthur ha lasciato da anni e che nella memoria si è ridotta a scenette senza contorno. Arthur si domanda se gli anni vissuti “senza appigli ‘n memoria” siano “rifiuto o deposito”, se l’oblio sia un atto volontario o un processo di conservazione passiva. La domanda è fra le più dense del Libro Primo, e il fatto che nasca da una figura remota nel tempo, non da Valerie, non da Allison, le conferisce un peso inatteso. Non è il dolore a farla sorgere, è la distanza.
Il passaggio finale rovescia il rapporto fra soggetto e oggetto. Non è più Arthur che trova il fiore: è il fiore che trova Arthur. Il fiorello ha “la sfacciataggine di voler insegnarmi tutto lo ch’avrei già dovuto”. Berenice “tornò com’obbligo di cogito, qual schiaffo vendicativo d’un fiorello deluso”. L’inversione è completa: il vegetale secco diventa agente, il ricordo della donna diventa una punizione inflitta dall’oggetto a chi lo ha dimenticato. E la lezione che il fiore pretende di impartire non riguarda Berenice in sé, ma ciò che Arthur non sa fare: “ella non stava ‘n ciò che rammento, bensì in lo che non riesco a fare, in lo che manca”. Berenice è l’incarnazione di un’assenza di capacità, non di una presenza perduta. Non è ciò che Arthur aveva e non ha più. È ciò che Arthur non è mai stato in grado di fare: custodire, rammentare, dare peso a ciò che non esplode e non devasta ma si limita a incrinare, piano, e poi scivola via.
La chiusa pone una domanda che resta aperta alla data della #45: “s’il tempo che fu fosse vero e reale nella misura ‘n cui resiste all’anni, o se resiste soltanto quan continuo ostinato al tentare di rammentarlo”. È la questione della memoria come atto creativo o come atto conservativo. Arthur non la risolve qui. Il fiore resta fra le sue dita, ridotto a nervature, e non sappiamo se lo rimette nel libro o lo getta via. Il gesto che segue la riflessione è, come spesso accade in Arthur, il primo che viene omesso.
La #45 va letta nel contesto della settimana che la circonda. L’agosto 1923 è il mese più saturo di presenze femminili del Libro Primo. Nella #33, Arthur attende i passi di qualcuno che non verrà, “avviluppata ne’ tuo’ dressi fini”, in un passaggio rivolto a Valerie con un’intensità che rasenta l’apostrofe. Nella #34 e nella #35, sogni e fantasie producono figure di donne senza nome che popolano l’onirico. Nella #44, lo sparso del giorno prima, tre sagome femminili “baltano a tre di volta” nel pensiero di Arthur, ciascuna con le proprie caratteristiche e il proprio modo di ferire: l’”immonda ch’ancor bramo”, la “inniora” che il cuore di Arthur sa essere stata la scelta migliore, e “la che ‘n coda” che lo conosce come nessuna prima. Nella #49, quattro giorni dopo, Arthur rievoca David Jones e il circolo teatrale, una parentesi maschile e lavorativa. Nella #50, Allison riceve la sua entrata più lunga e più composta. Berenice non è nessuna delle tre della #44, e in questo sta la sua singolarità. Le tre figure che “baltano” nel pensiero di Arthur sono le presenze attive del suo presente emotivo, quelle che ancora producono conflitto e deseo. Berenice appartiene a un’altra categoria: non è chi ferisce, è chi è scivolata via senza lasciare abbastanza traccia, e il cui ritorno avviene per caso, per un fiore dimenticato in un libro dimenticato. La sua posizione nel corpus è quella della figura più lontana nel tempo e la più vicina alla dissoluzione nella memoria. Valerie brucia, Allison pesa, le tre della #44 si avvicendano. Berenice sfuma. E ciò che sfuma, Arthur lo intuisce nella #45, è ciò che più rischia di perdersi per sempre, proprio perché non ha mai fatto abbastanza rumore per farsi custodire.
[1] Il cognome Coach è stato ricostruito a partire dalle memorie giovanili di Arthur, dove Berenice compare come compagna di classe negli anni di Newbrick. L’incrocio fra i testi giovanili, i registri scolastici dell’istituzione frequentata da Arthur e le fotografie annotate del periodo ha permesso di identificare la Berenice menzionata nella #45 con Berenice Coach.
Analisi di Theodore Brooke, tratta da The Quiet Machinery, Vol. II (Hillfoot University Press, 2003).
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