Trialoghi Icastici #381

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14/07/1924 – ore 17:21 – #16 (#381) – appunti sparsi

Radi son l’attimi cui alli fogli mi vien di cantare pur lo che temo più ch’altre sventure, più che l’altri mondani erri, falli e doli del comun viaggiare e ser omo. Vien ‘sì del nulla sin acclamo pria, e pur sorprendermi non riesce ch’il nero didentro fondo, piccicato a l’alma e le viscere non cheta mai, per quanto sommesso e ligatosi al contentarsi di sol bisbigli. Finché rutta e spandesi pe’ cogiti, arti e fin dentro e dietro l’occhi, fumando i righi dello che veo. Or tartaglian le mani froste, surge sino ‘l collo e le mialgie che tenaglianmi. Chete in fori, torva e mala, e d’in pe’ le coste sannami ‘l dimone torno il core e i pulmi ‘sì che tosso e lagrimo, solo, settato sulla rocca più erema ch’ebbi scorto in fra le mille tentate. Nera fiuma spissa e fredda ch’or l’ossa crepi, se’ tu morte o passato son già?[i]


[i] Nota all’entrata #381 – L’entrata è il sedicesimo sparso del Libro Secondo e il punto più basso della sequenza che va dalla #374 alla #382. È il frammento che la #379 temeva e che la #380 cercava di prevenire con la disciplina dei fuscelli. Qui i fuscelli hanno preso fuoco da soli, e il fuoco non è governato: è eruzione.

L’apertura è una dichiarazione di rarità. Arthur dice che è raro che gli venga di «cantare» sui fogli ciò che teme più di ogni altra sventura, più degli errori, dei fallimenti e degli inganni «del comun viaggiare e ser omo». Il verbo «cantare» non è casuale. Arthur non dice «scrivere», non dice «cronacare», non dice «narrare». Dice cantare, il che colloca immediatamente il frammento nella dimensione lirica degli sparsi e non in quella diaristica. Ciò che sta per descrivere non è un evento: è uno stato che può essere solo intonato, non raccontato.

Il nero che Arthur descrive possiede una fisiologia propria. Non è una metafora del dolore: è una sostanza. È «piccicato a l’alma e le viscere», incollato, attaccato come materia organica. Non «cheta mai», non si placa, anche quando si riduce a bisbigli. E quando rutta e si spande, lo fa «pe’ cogiti, arti e fin dentro e dietro l’occhi, fumando i righi dello che veo». La progressione è esatta: prima i pensieri, poi le membra, poi gli occhi, e infine ciò che gli occhi vedono. Il nero non offusca la vista dall’interno: fuma le righe di ciò che Arthur guarda, come se la realtà stessa fosse un testo che brucia. L’immagine è tra le più originali dell’intero corpus e non ha paralleli nelle entrate regolari, dove il malessere viene analizzato, non rappresentato.

La parte centrale registra l’impatto fisico. Le mani «tartagliano», froste. La mialgia sale fino al collo e lo tenaglia. Ma il corpo è «cheto in fori»: silenzioso all’esterno. «Torva e mala» è la condizione interna, invisibile. E qui entra il dimone. Arthur lo sente «d’in pe’ le coste», dalle costole, intorno al cuore e ai polmoni, «’sì che tosso e lagrimo». Tossisce e piange. I due atti fisici sono accostati senza gerarchia, come se fossero la stessa cosa, due espulsioni del corpo che non riesce più a contenere ciò che ha dentro. E lo fa «solo, settato sulla rocca più erema ch’ebbi scorto in fra le mille tentate». Arthur è seduto, solo, sulla fortezza più isolata che abbia trovato tra le mille che ha provato. La rocca non è un luogo fisico: è la posizione mentale dalla quale scrive, l’ultima difesa, la più remota, quella dove nessuno arriva.

La chiusa è un’apostrofe diretta al nero stesso. «Nera fiuma spissa e fredda ch’or l’ossa crepi, se’ tu morte o passato son già?» Arthur si rivolge alla «nera fiuma», il fiume nero, denso e freddo, che gli crepa le ossa, e gli chiede: sei la morte, oppure sono già morto? La domanda non è retorica. O meglio, lo è nella forma, ma non nel peso. Arthur non sta filosofeggiando sulla morte. Sta chiedendo se ciò che sente è il processo del morire o se il processo è già concluso e ciò che resta è il dopo. La distinzione è sottile e terribile: se il nero è la morte, c’è ancora qualcosa da perdere; se Arthur è già passato, il nero è semplicemente la condizione in cui si esiste d’ora in poi.

La #382, scritta il giorno dopo, conferma che Arthur è sopravvissuto. Vi dichiara che «lo ieri» è stato «di pronto sepolto», e il tono, pur cupo, è già quello del reduce, non del combattente. La sera dello stesso 15 luglio, alle ore 20:06, Arthur è in poltrona, parla di temperature, di tabulati, di Wedgeville. Il rientro nel registro regolare è avvenuto. Ma la #381 rimane nel corpus come la prova che il rientro ha un costo, e che il nero non viene sconfitto: viene contenuto, ridotto a bisbigli, finché non rutta di nuovo.

Nella tassonomia degli sparsi, la #381 appartiene a una famiglia ristretta di frammenti in cui Arthur non osserva il proprio malessere dall’esterno, ma lo abita dall’interno e ne restituisce la percezione sensoriale senza filtro analitico. La #376, tre giorni prima, ne è il precedente immediato, con le lacrime che sortono «pure e docili» e al tempo stesso «straziate e dirompenti». Ma la #381 va oltre: non piange soltanto, tossisce. Il corpo non esprime emozione, espelle materia. E l’ultima domanda, rivolta alla «nera fiuma» in seconda persona, è l’unica entrata del corpus in cui Arthur si rivolge direttamente alla propria sofferenza come a un’entità separata e le chiede di identificarsi (Solbourne, 1997).

dai Diari di Arthur Parker, Libro Secondo, “Trialoghi Icastici”

Quasafrasi – by E. Ashcroft

Rari sono i momenti in cui mi viene di mettere su carta perfino ciò che temo più di ogni altra sventura, più degli altri errori, fallimenti e inganni del comune viaggiare e dell’essere uomini. Arriva così dal nulla senza preavviso, eppure non riesce a sorprendermi che il nero nel fondo, appiccicato all’anima e alle viscere, non si plachi mai, per quanto sommesso e ridotto ad accontentarsi di soli bisbigli. Finché erutta e si spande per i pensieri, le membra e fin dentro e dietro gli occhi, affumicando le righe di quello che vedo. Ora balbettano le mani gelate, sale fino al collo e le fitte muscolari mi tenagliano. Silenzioso all’esterno, torvo e maligno all’interno, e dalle costole mi azzanna il demone intorno al cuore e ai polmoni così che tossisco e piango, solo, seduto sulla fortezza più isolata che abbia trovato fra le mille tentate. Nera fiumana densa e fredda che ora mi crepi le ossa, sei tu la morte o sono già passato?


Glossario Minimo – by M. Solbourne

Piccicato: Incollato, appiccicato con forza. Voce di area meridionale e popolare, indica un’adesione che non si stacca, una materia che si è fusa con la superficie su cui si è depositata.

Sannami: Forma verbale arcaica, terza persona singolare di sannare o azzannare. Il dimone azzanna Arthur intorno al cuore e ai polmoni. La forma contratta intensifica la violenza del gesto.

Fiuma: Femminile arcaico di fiume. La scelta del femminile conferisce alla corrente una qualità diversa: non è il fiume che scorre, è la fiuma che avvolge, che preme, che crepa le ossa. Hapax nel corpus.

Erema: Femminile di eremo, aggettivato. La rocca più erema è la più solitaria, la più remota, quella dove l’isolamento è massimo.


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