Cardialgie Acroniche #897

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12/12/1925 – ore 20:25 – appunti sparsi

S’adagiava sul costato d’un’asse convessa, ché ‘l sedile si pendeva sin sprofondo, e l’assetto d’ossa parea cavarsi dal peso medesmo, ché più che sostegno parea stipite d’oblio. Le giunture, raggrinzite nel loro stesso languore, vantavano un sudore interno che ‘l corpo ‘n sentiva, ma tenea. Lo zoccolo della panchina, incrostato d’alghe e limatura, raspava sul ciglio del prato come chi scolla l’ultimo margine prima del getto. L’intorno, ché pur si muoveva, non seguiva misura. Le fronde, in silenzio, sbattevano tra esse come mani che si scordano il compito. Ogni fogliame era ridotto a superficie riflessa, ché lo sguardo ne lambiva il profilo sin pretesa, e le corolle vi si sporgevano come pentole scolme. Il busto, da ore statico, tremava di cedimento solo quan la radice d’una coscia ne dichiarava la scucitura. La luce v’era, ma scivolava, ché s’infiltrava d’in tra i rami com’umore da vena forata. Le dita, a pettine sul femore, non premeano, non sentiano, si mantenean fisse per imitazione. Il dovere, ché pure s’annidava tra le costole, taceva. Ogni muscolo s’era fatto garza. La mente non dava comandi. La scena bastava. Il resto s’era sciolto, disfatto, disfibrato nel vedere. L’occhio si teneva lì, su quella oscillazione non più foglia, non ancora vento.[1]


[1] Nota all’entrata #897 – L’entrata si colloca il giorno dopo la #896, in cui Arthur narrava una giornata di spostamenti tra Naught Port e Greenrice e rifletteva sulla propria capacità paradossale di essere socievole a teatro e retratto nella vita privata. La #896 si chiude con un sentimento di stanchezza che convive con un «moto che pare procedere nella direzione giusta». La #897 non prosegue quel moto. Lo sospende.

Il frammento è una scena d’esterni, il che lo separa immediatamente dalla quasi totalità degli sparsi del Libro Quarto, che si svolgono negli interni di April Street o negli spazi chiusi della ruminazione mentale. Arthur è seduto su una panchina, in un prato. Siamo a dicembre, e il testo non nomina il freddo: nomina le alghe, la limatura, lo zoccolo incrostato della seduta. L’inverno non è nel clima, è nella materia.

La prima metà del frammento è interamente dedicata al corpo. Arthur descrive la propria posizione su un’asse convessa, inclinata «sin sprofondo», dove l’assetto delle ossa «parea cavarsi dal peso medesmo», come se lo scheletro non reggesse il corpo ma vi affondasse dentro. Il sedile non è un sostegno, è uno «stipite d’oblio»: un telaio di dimenticanza, una cornice entro la quale il corpo smette di esistere come strumento e diventa pura massa inerte. Le giunture «vantavano un sudore interno che ‘l corpo ‘n sentiva, ma tenea»: il sudore è là, ma non viene percepito, viene solo trattenuto. La dissociazione tra ciò che il corpo produce e ciò che il corpo sente è uno dei tratti più inquietanti del frammento. Arthur non descrive dolore, non descrive freddo, non descrive scomodità. Descrive un corpo che ha smesso di inviare segnali a chi lo abita.

La seconda metà si sposta sull’intorno. Le fronde «sbattevano tra esse come mani che si scordano il compito». Il fogliame è «ridotto a superficie riflessa». Le corolle si sporgono «come pentole scolme». Ogni elemento naturale viene descritto attraverso un paragone che ne svuota la funzione: le mani che dimenticano cosa fare, le pentole che non contengono più nulla, le foglie che non sono più foglie ma superfici. Arthur non guarda la natura: guarda la cessazione della natura, il momento in cui ogni cosa smette di essere ciò che è e diventa ciò che appare. È un’operazione che richiama direttamente la #887 dello stesso periodo, in cui Arthur scopre che scrutare «’l filtrare obliquo d’un lume sulle mattonelle» gli dà la sensazione di poter «incastrare la mia forma in ciò che palpo». Qui l’incastro è avvenuto: Arthur non si distingue più da ciò che osserva.

Il passaggio sulle dita è il punto di massima rarefazione. «Le dita, a pettine sul femore, non premeano, non sentiano, si mantenean fisse per imitazione.» Le dita non fanno nulla. Non premono, non sentono. Imitano la posizione di dita che premono e sentono. Il verbo «imitazione» è devastante nella sua precisione: Arthur non è seduto su una panchina, sta imitando qualcuno seduto su una panchina. Il corpo compie il gesto senza che il gesto contenga intenzione. È lo stesso meccanismo del sacrestano della #418 che officia «pe’ memoria del polso e non del verbo», e del gabelliere che «officerà d’ogni modo perocché l’officiare gli s’è fatto ossame». Ma in quelle entrate c’era ancora un atto, per quanto vuoto. Qui non c’è nemmeno un atto. C’è un corpo fermo che imita la fermezza.

La chiusa è dove il frammento raggiunge il suo punto di massima intensità attraverso la massima assenza di intensità. «La mente non dava comandi. La scena bastava. Il resto s’era sciolto, disfatto, disfibrato nel vedere.» Tre verbi in climax discendente: sciolto, disfatto, disfibrato. L’ultimo è un neologismo che porta il processo di dissoluzione fino alla fibra, fino alla struttura minima della materia. La mente ha smesso di comandare, e ciò che resta non è vuoto: è il vedere puro, senza soggetto, senza scopo. L’ultima frase conferma: «L’occhio si teneva lì, su quella oscillazione non più foglia, non ancora vento.» L’occhio guarda qualcosa che ha smesso di essere ciò che era e non è ancora diventato ciò che sarà. Il frammento si chiude su un’immagine di transito assoluto: lo spazio tra la foglia e il vento, tra la materia e il movimento, tra l’essere qualcosa e il non essere ancora nient’altro.

Questo sparso non documenta un crollo. Non documenta dolore, né angoscia, né la spirale autodistruttiva di tante entrate precedenti. Documenta uno svuotamento che non è né piacevole né spiacevole, ma che è, e basta. Arthur è seduto su una panchina e guarda. Non cerca, non aspetta, non rimugina. Guarda. E nel guardare si dissolve. È uno dei pochissimi sparsi del corpus in cui il diarista non combatte contro se stesso. Si è arreso, ma la resa non ha la forma della sconfitta. Ha la forma della trasparenza (Solbourne, 1997).

Passeo d’ora ‘n per l’oscura stiva
Coll’arie prese ormai istintive
Poichè s’il rammentarti arriva
Mi scordo pur come si vive.


Quasafrasi – by E. Ashcroft

Si adagiava sul fianco di un’asse convessa, perché il sedile si inclinava verso lo sprofondamento, e l’assetto delle ossa sembrava cavarsi dal peso stesso, perché più che sostegno sembrava il telaio dell’oblio. Le giunture, raggrinzite nel loro stesso languore, producevano un sudore interno che il corpo non sentiva, ma tratteneva. Lo zoccolo della panchina, incrostato di alghe e limatura, raspava sul bordo del prato come chi scolla l’ultimo margine prima di gettarsi. L’intorno, che pure si muoveva, non seguiva una misura. Le fronde, in silenzio, sbattevano tra loro come mani che si dimenticano il compito. Ogni fogliame era ridotto a superficie riflessa, perché lo sguardo ne lambiva il profilo senza pretesa, e le corolle vi si sporgevano come pentole non più piene. Il busto, da ore immobile, tremava di cedimento solo quando la radice di una coscia ne dichiarava lo scucirsi. La luce c’era, ma scivolava, perché si infiltrava tra i rami come umore da una vena forata. Le dita, a pettine sul femore, non premevano, non sentivano, si mantenevano fisse per imitazione. Il dovere, che pure si annidava tra le costole, taceva. Ogni muscolo si era fatto garza. La mente non dava comandi. La scena bastava. Il resto si era sciolto, disfatto, disfibrato nel vedere. L’occhio si teneva lì, su quell’oscillazione non più foglia, non ancora vento.


Glossario Minimo – by M. Solbourne

Stipite: Montante verticale di un telaio, di una porta, di una finestra. Qui usato per la struttura del sedile, trasformato in cornice dell’oblio: non regge, inquadra.

Disfibrato: Neologismo. Portato oltre il disfacimento, fino alla dissoluzione della fibra stessa, della struttura minima che tiene insieme la materia. Indica il grado ultimo della dissoluzione percettiva.

Pentole scolme: Non vuote, scolme. L’aggettivo indica un recipiente che ha contenuto qualcosa e ne mostra ancora la traccia, il segno del livello precedente. Le corolle non sono vuote: sono state piene e ora non lo sono più.


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