09/07/1925 – ore 12:12 – #740 – appunti sparsi
Bice pur tu che scennesti dell’empireo e del Parnaso quissà sol pe’ dar cagione a ‘sì tanti carmi ch’ascosti e geli teneo didentro. Or cotanti veon le luci dell’astri e tant’altri innanzi braman che ser iscritti. Oi miravo for del quarto che sul vico volta a reni del nido mio e meco al tuo padre ingiuriavo che col pioggino tristo oi portommi novelli rammarici, pe’ forza e non parvenza. Ai, qual tra le innumerabili è la più ardua codesta certamine, in fra ‘l diario mio bozzar di canti ch’amanoti finove il motto pote e ‘l rogo didentro che solo ‘l guardo in l’occhi di l’un l’altro avea chiaro dialogo, lo che palese ti fu fin l’alba, lo che quinci innanzi regalo all’una e sola image tua che meco rimane.[i]
[i] Nota all’entrata #740 – L’entrata è un’apostrofe. Arthur si rivolge direttamente a un «tu» che chiama «Bice», portatrice di luce, e che viene dal cielo e dal Parnaso. Non è un nome proprio: è un’invocazione. Arthur sta parlando alla propria musa.
Il registro lo conferma immediatamente. Questo è, insieme alla #380, uno degli sparsi più deliberatamente letterari dell’intero corpus. La sintassi è latineggiante, il lessico attinge al repertorio della poesia alta — empireo, Parnaso, carmi, certamine — e l’intera costruzione del frammento ricalca la struttura dell’invocazione classica: vocativo, narrazione del dono ricevuto, lamento presente, offerta finale. Arthur non sta scrivendo un appunto. Sta componendo un indirizzo alla propria capacità di scrivere.
L’apertura stabilisce il debito. Bice è scesa dall’empireo «sol pe’ dar cagione a ‘sì tanti carmi ch’ascosti e geli teneo didentro». La musa non ha portato i versi: ha dato loro una ragione per uscire. Prima di lei, i carmi stavano nascosti e congelati dentro Arthur. Il rapporto è chiaro: la portatrice di luce non è l’origine della poesia, è ciò che ne sblocca la fuoriuscita. Il verbo è «teneo», imperfetto: Arthur li teneva dentro. Ora «cotanti veon le luci dell’astri e tant’altri innanzi braman che ser iscritti». Le luci degli astri vedono, e altri versi premono per essere scritti. La musa ha aperto una porta che ora resta aperta anche in sua assenza.
Il passaggio successivo è l’unico momento del frammento ancorato a una scena concreta. «Oi miravo for del quarto che sul vico volta a reni del nido mio»: Arthur guarda dalla finestra della stanza che dà sul vicolo dietro al suo appartamento. E «meco al tuo padre ingiuriavo che col pioggino tristo oi portommi novelli rammarici, pe’ forza e non parvenza». Arthur ingiuria il padre della musa, cioè il cielo, il dio, il creatore della luce, perché oggi gli ha portato pioggia e nuovi dispiaceri. Il dettaglio è al tempo stesso domestico e mitologico: Arthur è alla finestra, impreca contro il maltempo, e nel farlo impreca contro il padre di ciò che gli ha dato la poesia. La forza e la parvenza: i rammarici arrivano per sostanza, non per apparenza.
La chiusa è il nucleo del frammento e il passaggio più denso. Arthur nomina «codesta certamine», questa battaglia, e la definisce «la più ardua» tra le innumerabili. La battaglia è tra due cose: «’l diario mio bozzar di canti ch’amanoti finove il motto pote» e «’l rogo didentro che solo ‘l guardo in l’occhi di l’un l’altro avea chiaro dialogo». Da un lato, il lavoro quotidiano di abbozzare versi che amano la musa fin dove la parola riesce ad arrivare. Dall’altro, il fuoco interiore che trovava il suo unico dialogo nello sguardo reciproco. La parola e lo sguardo. Il dire e il vedere. Arthur dichiara che tra queste due forme di contatto con la musa, una è il mestiere — il bozzare diario, il tentativo artigianale — e l’altra era la vera comunicazione, quella che non aveva bisogno di versi perché passava per gli occhi. E quella è perduta.
L’ultimo periodo chiude l’invocazione con un’offerta: «lo che palese ti fu fin l’alba, lo che quinci innanzi regalo all’una e sola image tua che meco rimane». Ciò che fu chiaro alla musa fin dall’inizio, Arthur lo regala d’ora in avanti alla sola immagine di lei che gli resta. La musa non c’è più. Resta un’immagine, e a quell’immagine Arthur consegna ciò che prima consegnava alla presenza. Il dono non cambia. Il destinatario sì.
La posizione cronologica va segnalata. Siamo nel cuore della sequenza degli sparsi del luglio 1925, nel Libro Terzo. La #738 è un autoritratto di sconforto domestico. La #739 è il patto con la giubba cremisi. Il giorno dopo la #740, Arthur scriverà la #741, dove conta «tre vite»: la propria, quella del proprio sangue che scorre in un altro corpo, e quella del proprio cuore che batte in un altro petto. Il 10 luglio stesso, alle ore 20:25, Arthur scriverà del «quadro» di Valerie che gli è rovinato tra le mani, e delle «assonanze del suo nome» che il vento gli porta all’orecchio. La #744, pochi giorni dopo, sarà l’ultimo sguardo dalla finestra in attesa del profilo che non arriva più. La #740 si inserisce in questa sequenza come l’unico frammento in cui Arthur non guarda dalla finestra in attesa di un corpo, ma alza lo sguardo verso l’empireo e si rivolge a ciò che quel corpo gli aveva portato: la ragione di scrivere. (Solbourne, 1997)
dai Diari di Arthur Parker, Libro Terzo, “Contraddizioni Epifaniche”

Quasafrasi – by E. Ashcroft
Portatrice di luce, anche tu che scendesti dall’empireo e dal Parnaso forse solo per dare ragione a tanti versi che nascosti e gelati tenevo dentro. Ora tanti vedono le luci delle stelle e tanti altri davanti a me premono per essere scritti. Oggi guardavo fuori dalla stanza che dà sul vicolo dietro casa mia e insieme a me ingiuriavo tuo padre che con la pioggia triste oggi mi ha portato nuovi dispiaceri, per forza e non per finta. Ah, quale tra le innumerabili battaglie è la più ardua, tra il mio quotidiano abbozzare versi che ti amano fin dove la parola riesce ad arrivare, e il rogo interiore che trovava il suo unico dialogo chiaro soltanto nello sguardo negli occhi l’uno dell’altra, ciò che ti fu chiaro fin dall’alba, ciò che d’ora in avanti regalo all’unica immagine di te che mi resta.
Glossario Minimo – by M. Solbourne
Bice: Non un nome proprio. Forma contratta che vale «portatrice di luce», attributo della musa. Arthur la invoca come principio illuminante della propria scrittura.
Certamine: Dal latino certamen, battaglia, contesa. Indica il conflitto tra la pratica quotidiana della scrittura e il fuoco interiore che ne costituiva la vera materia.
Quinci innanzi: Locuzione avverbiale arcaica. Da questo momento in poi, d’ora in avanti.
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