12/01/1926 – ore 13:49
‘N una già fredda sera del novembre scorso, io e la signorina Rommer ci siamo recati presso la Foamy Carpet, una taverna al margine settentrionale di Bolinthos pe’ qualche ciarla riassuntiva. Non credo d’averne discusso ‘n qualche entrata del diario e, quissà, v’era una cagione; tuttavia, oi non la rammento e, d’ogni modo, tal memoria m’ha compagnato sin epifanie tutta la mane. Nell’ebbrezza del filotto di chiare agrumate ch’entrambi abbiamo invitatoci vicenda, ben so d’aver manifestato sprazzi nostalgici riguardo l’avventure che giunti avemmo scorso, per quanto circoscritti a qualche luna o poco meno. Lo che d’ella fàscinami tutt’ora, pur poscia ‘l palese rifiuto d’una riconciliazione differente da quella che si limita a un incontro annuale, pare ser la semplicità colla quale i dialoghi scivolano ‘n tematiche impegnate, dalli commenti sulli studi accademici alla condivisione dell’opinioni sulle politiche imperiali. Raro m’è interagire co’ compagni delle mie giornate potendo affinare la dialettica sperimentale o discutendo dell’implicazioni ch’hanno le mie assidue ricerche riguardo, sia d’uno spiraglio etico e morale, che d’uno più dimostrabile e concreto. Da quel vespro ito del quale tesoro qualche frammento ancora effervescente credo d’aver ricevuto solamente due brevi missive d’ella. Non ch’ì n’abbia iscritto milliaia, di contro, son lassàtomi pareggiare, dàtasi la palese aberrazione del contrario ch’ho potuto scorgere nell’occhi d’ella al sondare ‘l terreno pe’ ‘n qualché di dissimile. Non che ciò m’azzoppi, per chiaro, or ch’il solo zonzare pei dì s’alleggerisce un poco sempre più, e or ch’in fine paio d’aver appreso a non cercar dell’altri malta pe’ sanare i buchi de’ mie’ muri. Tuttavia, è agrodolce cotanta distanza epistolare e d’inviti, esacerbata dallle memorie d’ella che pìttanomi come null’altro ch’una sciancata macchina di tortura. Ebbene, doveo trovare quiete nel rogo ch’appiccai al rapporto fin dalle prime settimane e quiete maggiore nella quiete stessa che derivava dall’aver lassato all’intemperie la capannina ch’andavamo issando giunti. Lo feci, ben lo so, ‘sì com’ella fece, e ben so anche questo. Ciononostante m’è arduo biasimarla pe’ ‘l quadro d’Arthur ch’ha da scarrozzare in dosso ogniqualvolta ne traverso un respiro o ne condivido una pinta. Resta, di contro, a prescindere dell’eventuale lista di roveti ch’ho omesso ‘n quest’entrata, uno de’ rapporti meno malsani ch’ho avuto modo di ruinare, bieco e cieco qual fui.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”

Analisi – by T. Brooke
La #927 cade di lunedì 12 gennaio 1926. Arthur scrive alle 13:49, un orario che suggerisce una pausa fra le obbligazioni del mattino e quelle del pomeriggio, probabilmente durante il tragitto fra una fabbrica e l’altra o al rientro anticipato in April Street. Non descrive tabulazioni né spostamenti, il che lascia aperta la possibilità che sia un giorno di sosta, coerente col ritmo alterno che il corpus documenta per le settimane di gennaio.[1]
L’intera entrata è dedicata al ricordo di un incontro con Susan Rommer avvenuto “una già fredda sera del novembre scorso”, dunque nel novembre 1925, presso la Foamy Carpet, una taverna al margine settentrionale di Bolinthos.[2] Arthur dichiara di non aver parlato dell’incontro in nessuna entrata precedente e di non rammentare la ragione dell’omissione, sebbene ammetta che “quissà, v’era una cagione”. L’ammissione è significativa alla luce della #926, scritta il giorno prima, dove Arthur rifletteva proprio sulle omissioni intenzionali del diario, quelle “artigliate ‘n volto e core” tralasciate e destinate a riemergere. La Foamy Carpet è, con ogni evidenza, una di quelle artigliate.
La cronologia del rapporto con Susan Rommer è fra le più frammentarie del corpus. Sappiamo dalla scheda biografica che Arthur la conobbe “grazie a un amico comune nel 1922” e che dopo “una breve relazione piuttosto problematica” i due intrapresero “percorsi differenti, tagliando ogni sorta di comunicazione”. Nella #49, agosto 1923, Arthur la colloca nel novero delle figure femminili che esercitano una presa sul suo “benestare” e “vagheggiare”, distinguendola dalle altre per la capacità di “divincolarsi delle costrizioni razionali nel minor tempo”. Nella stessa entrata si interroga sulla necessità di “limitare tale elucubrazione romantica ricorrente pe’ declassare ‘l tutto a una cordialità, a un rapporto sciapo e com’altri tanti”. La domanda è rimasta aperta per oltre due anni.
Ciò che la #927 rivela è che nel novembre 1925, dopo mesi di silenzio o di contatti sporadici, Arthur e Susan si sono incontrati di persona per una serata di bevute e conversazione. L’atmosfera che Arthur ricostruisce è quella di una familiarità pericolosa: chiare agrumate offerte a vicenda, “sprazzi nostalgici” sulle avventure condivise, dialoghi che scivolano verso tematiche impegnate. Arthur elenca con precisione ciò che lo affascina di Susan: la facilità con cui la conversazione raggiunge profondità che con altri interlocutori non riesce a toccare, dai “commenti sulli studi accademici” alla “condivisione dell’opinioni sulle politiche imperiali”. Per un uomo che nella #52 definiva la maggior parte delle proprie interazioni sociali come esercizi di superficie, e che nella #53 descriveva il proprio mostrarsi cordiale come “allenamento perpetuo di adattamento”, la qualità dell’interlocuzione con Susan è un dato non trascurabile. Arthur non dice che Susan gli piace. Dice che con Susan riesce a parlare, il che nel sistema parkeriano è molto di più.
Ma la serata ha prodotto anche un tentativo di sondaggio. Arthur scrive di aver potuto “scorgere nell’occhi d’ella” la “palese aberrazione” di una riconciliazione che andasse oltre l’incontro annuale. La formulazione è contorta, come sempre quando Parker affronta il rifiuto, ma il senso è chiaro: ha tastato il terreno per qualcosa di diverso da un’amicizia e ha trovato un no, non dichiarato a parole ma visibile nello sguardo. Da quel momento, due sole missive di Susan sono giunte, e Arthur, dal canto suo, si è “lassato pareggiare” invece di insistere, avendo appreso, scrive, “a non cercar dell’altri malta pe’ sanare i buchi de’ mie’ muri”.[3]
La metafora della malta è la seconda immagine edilizia dell’entrata, dopo la “capannina ch’andavamo issando giunti” che Arthur dichiara di aver lasciato “all’intemperie”. Il campo semantico è quello della costruzione interrotta: un rapporto che aveva una struttura in divenire, abbandonato prima del completamento. Arthur ne attribuisce la responsabilità a entrambi, “lo feci, ben lo so, ‘sì com’ella fece”, ma la distribuzione del biasimo è asimmetrica. Di Susan riconosce il diritto di tenersi a distanza dal “quadro d’Arthur ch’ha da scarrozzare in dosso”, ossia dall’ingombro emotivo che lui rappresenta. Di se stesso dice di essere stato “bieco e cieco”, formula che nel lessico parkeriano indica la combinazione di cattiva volontà e cecità davanti all’evidente.
La chiusa è un bilancio asciutto: il rapporto con Susan resta “uno de’ rapporti meno malsani” che Arthur ha avuto modo di rovinare. La gradazione è parkeriana al midollo. Non dice “il migliore” o “il più sano”. Dice “il meno malsano”, il che implica che nel catalogo delle sue relazioni il parametro non è la salute ma il grado di patologia. E di questo catalogo, Susan occupa la posizione meno danneggiata, il che la rende, per paradosso, la perdita più assurda.[4]
[1] Il ritmo delle trasferte di Arthur in questo periodo alterna giorni di tabulazione nelle contee, come la giornata a Wedgeville della #920, quella a Naught Port della #923, quella a Yeworld della #924, a giornate di sosta in Lylcoin dedicate alla scrittura, al riordino e alla gestione domestica. La domenica è quasi sempre giorno di sosta, ma il lunedì non segue uno schema fisso: nella #920, il lunedì 5 gennaio era giorno di trasferta e riunione Fox Reprise, mentre qui Arthur non segnala alcun impegno esterno.
[2] La Foamy Carpet è una taverna collocata al margine settentrionale di Bolinthos, una zona che Arthur frequenta saltuariamente e che ricomparirà come sede del Neighborhood Theatre, il luogo dello spettacolo della Fox Reprise previsto per il marzo 1926 (Brooke, 2003). La coincidenza topografica fra la taverna dell’incontro con Susan e il teatro dello spettacolo a venire è probabilmente casuale, ma vale la pena segnalarla per completezza.
[3] L’immagine della malta per i muri è coerente col sistema metaforico della costruzione e della manutenzione che Arthur utilizza fin dal Preambolo, dove paragona le proprie relazioni ai “quarti d’April Street ove l’ordine e la funzionalità prevalgono sull’estetica”. Nel contesto della #927, la malta cercata negli altri è il complemento affettivo che dovrebbe compensare le carenze strutturali proprie: Arthur riconosce che tale ricerca è un difetto, non una necessità.
[4] Questo bilancio troverà il suo epilogo nel marzo 1926, quando Arthur scriverà il telegramma conclusivo a Susan dalla scrivania di April Street, definendolo “l’ultimo” e dichiarando che il proprio trasferimento a Powles nasce anche dalla necessità di “abbandonare anche fisicamente le storie e l’individui ai quali non riesco a porre in dosso la parola fine” (#984). La capannina lasciata all’intemperie nella #927 sarà, due mesi dopo, una capannina deliberatamente demolita.
Analisi di Theodore Brooke, tratta da The Quiet Machinery, Vol. II (Hillfoot University Press, 2003).
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