Il Progetto Quisquilie Amministrative
Quisquilie Amministrative è un progetto narrativo che porto avanti nel corso di quest’anno come esperimento creativo e, al tempo stesso, come osservazione critica del modo in cui oggi si può produrre narrativa. La regola fondante è semplice e intenzionalmente vincolante: l’opera nasce con COMPLETA libertà concessa a un’intelligenza artificiale, alla quale viene affidata la generazione del romanzo nella sua interezza, dal titolo alla trama, dalle scene ai dialoghi, fino alle scelte di tono, ritmo e sviluppo.
Il mio intervento umano è ridotto al minimo e resta, per scelta, marginale. Non svolgo il ruolo di coautore nel senso tradizionale: non imposto un canovaccio, non definisco a monte gli snodi principali, non stabilisco un finale, non “guido” i personaggi verso esiti prestabiliti. Il mio input consiste principalmente nel ripulire e rendere più leggibili alcuni passaggi quando la prosa tende all’eccesso di ridondanza, quando la frase risulta appesantita o quando la ripetizione di parole e strutture rischia di rendere il testo meno fruibile. In altre parole: intervengo come filtro minimale di forma, non come architetto della sostanza.
Per la stessa ragione, non mi impegno e non mi impegnerò a correggere incoerenze interne, buchi di trama, salti logici, contraddizioni cronologiche, incongruenze psicologiche dei personaggi o altri difetti che, in un processo editoriale convenzionale, verrebbero individuati e risolti. Se emergeranno plot holes, errori di continuità o scelte discutibili, rimarranno parte del progetto. Non perché li consideri desiderabili in assoluto, ma perché fanno parte dell’esperimento: documentano, in modo trasparente, ciò che accade quando la narrazione viene prodotta da un sistema generativo e l’autore umano accetta di non “salvare” il testo con le correzioni tipiche dell’artigianato editoriale.
Perché farlo
Questo progetto nasce da una curiosità precisa, che è anche una presa di posizione: capire cosa succede quando l’autorialità viene deliberatamente spostata. Non si tratta di dimostrare che una macchina “scrive meglio” o “scrive peggio”, né di mettere in scena un finto scandalo. L’obiettivo è osservare l’emergere di una voce narrativa che non è la mia, e farlo senza la tentazione di addomesticarla. Voglio vedere quali soluzioni si presentano, quali ossessioni ritornano, quali scorciatoie vengono prese, quali intuizioni sorprendono e quali invece tradiscono i limiti del mezzo.
In un certo senso, Quisquilie Amministrative è un laboratorio. Non un laboratorio tecnico, ma un laboratorio di lettura e di responsabilità: cosa significa “firmare” un testo che non è stato scritto con la mia mano, ma che io scelgo di pubblicare, presentare o condividere? Qual è il confine tra curare e controllare? E quanto della nostra idea di romanzo dipende davvero dalla coerenza assoluta, dall’assenza di errori, dalla continuità perfetta, e quanto invece dipende dall’energia di una storia, dalla sua capacità di generare immagini, tensione, atmosfera, persino inciampi significativi?
Accetto anche l’eventualità che il progetto produca risultati irregolari. Anzi: l’irregolarità è parte della sua sincerità. Non voglio costruire l’illusione di una perfezione che non esiste. Se questo esperimento ha valore, lo ha proprio perché espone il processo e non soltanto il prodotto, perché mostra l’impronta delle sue decisioni automatiche, i suoi scarti, le sue ripetizioni, i suoi improvvisi lampi e le sue inevitabili debolezze.
Cosa aspettarsi dal testo
Chi legge dovrebbe considerare questo romanzo come un’opera che nasce da un patto diverso rispetto al patto tradizionale tra autore e lettore. Non promette coerenza assoluta. Non garantisce “pulizia” narrativa nel senso canonico. Potrà essere più digressivo del previsto, potrà inciampare su dettagli che non tornano, potrà cambiare intensità o direzione con una naturalezza non sempre motivata. Potrà inoltre contenere passaggi che risultano volutamente “troppo” o “poco”: troppo insistiti, troppo rapidi, troppo spiegati, oppure, al contrario, lasciati sospesi.
L’unico criterio costante è l’aderenza al metodo: generazione ampia e libera da parte dell’intelligenza artificiale, intervento umano ridotto alla manutenzione minimale del testo, senza riscrittura strutturale e senza correzione dei difetti di trama.
Trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale
Per correttezza verso chi legge, dichiaro esplicitamente che una parte sostanziale (il 99%) della scrittura di Quisquilie Amministrative è generata tramite intelligenza artificiale. Questo non viene nascosto né attenuato, e non vuole essere spacciato per altro. Al contrario: il progetto esiste proprio perché tale scelta sia visibile, dichiarata, discutibile se necessario.
Aggiungo anche un’ulteriore trasparenza: questo stesso disclaimer è stato scritto in parte con l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Ho impostato le linee guida e ho richiesto un testo esteso, chiaro e completo, poi ho potuto intervenire marginalmente per adattarne tono e precisione. Inserire questa informazione è coerente con lo spirito del progetto: se l’esperimento riguarda l’autorialità, allora anche le note che lo incorniciano devono esporsi allo stesso metodo, almeno in parte.
Responsabilità e limiti
Mi assumo la responsabilità editoriale del fatto che questo testo venga proposto come progetto e come lettura. Mi assumo la responsabilità della scelta metodologica e del contesto in cui l’opera viene presentata. Ciò non significa che ogni singola frase rispecchi intenzioni, opinioni o esperienze personali: la generazione automatica può produrre enunciati, interpretazioni o rappresentazioni che non coincidono con la mia visione. Per questo invito il lettore a non attribuire automaticamente all’autore umano ogni affermazione presente nel testo, soprattutto quando essa appare come generalizzazione, giudizio, descrizione socio politica o valutazione morale.
Allo stesso tempo, non userò l’intelligenza artificiale come alibi per deresponsabilizzarmi. Se nel testo dovessero emergere contenuti inappropriati o lesivi, la responsabilità di averli lasciati circolare resta mia, perché sono io a scegliere cosa pubblicare, cosa condividere e cosa tenere nel cassetto. L’esperimento non giustifica tutto. Delimita, però, il campo: questo romanzo non nasce con l’obiettivo di offrire una ricostruzione impeccabile o un’argomentazione definitiva, ma di raccontare cosa succede quando si accetta la libertà generativa come motore principale.
Un invito alla lettura
Chi entra in Quisquilie Amministrative è invitato a farlo con curiosità e con una disponibilità diversa: non tanto a “controllare” il testo, quanto a seguirne l’andamento, a registrare le sue scelte, a notare dove funziona e dove scivola. Se in alcuni punti il romanzo appare una macchina che tenta di sembrare umana, in altri potrebbe essere, paradossalmente, più umano proprio perché imperfetto: perché eccede, perché inciampa, perché insiste, perché cambia idea.
Questo progetto nasce anche per una ragione personale e semplice: mi interessa la narrativa come processo, non solo come risultato. Mi interessa il modo in cui una storia si forma, come prende direzione, come si contamina di errori, ripetizioni e improvvise intuizioni. Mi interessa osservare fino a che punto la “voce” di un romanzo è frutto di controllo e fino a che punto nasce, invece, dal caos di tentativi successivi.
Quisquilie Amministrative è quindi, insieme, un romanzo e un esperimento. Un testo e una domanda aperta. E questo disclaimer, che in parte ho scritto io e in parte è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è il modo più diretto per dichiarare il patto: ciò che leggerai non promette perfezione. Promette sincerità del metodo. E si assume, fino in fondo, le conseguenze.
Ok, ho finito. Vediamo un po’…
QUISQUILIE AMMINISTRATIVE
Elia Vorn arrivava in archivio sempre con un anticipo che nessuna circolare gli aveva mai imposto. Nessun dirigente glielo aveva mai fatto notare. Non era per spirito di attaccamento o per dedizione al lavoro. Era, più semplicemente, una questione di salute mentale. Entrare prima che la giornata si contaminasse di presenze, voci, domande fatte male, e urgenze proclamate tali solo perché urlate. La città a quell’ora si mostrava nel suo aspetto più genuino. Non quello turistico, ormai ridotto a due tracce mal segnalate. Non quello del museo chiuso per ristrutturazione da più di dieci anni. Neppure quello amministrativo, che si attivava dopo le nove con la puntualità di un vecchio organismo stanco. Era una città che pareva galleggiare. Tenuta a galla da un precario equilibrio tra ciò che aveva smesso di funzionare e ciò che, per mera testardaggine, continuava a funzionare. Le gru del porto immobili come a rendere omaggio a una vecchia produttività. Le facciate dei palazzi più recenti tradivano, sotto la vernice, una fiducia nel futuro ritiratasi da tempo.Il municipio non smentiva questo scenario. Un edificio funzionale, senza pretese estetiche, eretto in un’epoca in cui si riteneva che la funzionalità fosse una qualità estetica. L’archivio comunale occupava una ala del palazzo, quasi laterale, come se la memoria, anche quando istituzionale, dovesse sempre restare ai margini dell’azione.Elia entrava da un ingresso secondario. Il custode, un sopravvissuto che qualche riforma l’aveva perlomeno attraversata indenne, alzava appena gli occhi. Tra loro non c’era confidenza, ma un tacito patto di non belligeranza: sapevano entrambi che il loro mestiere consisteva fondamentalmente nel non infastidire il buon funzionamento delle cose.L’archivio, una volta aperto, non si mostrava mai uguale pur essendo sempre lo stesso. La luce, artificiale, accesa a zone, evidenziava scaffali ordinati con una bontà che non aveva nulla di maniacale. Era un ordine funzionale, nato per esperienza di errori, di ricerche andate a vuoto, di fascicoli smarriti e poi rinvenuti nei posti più impensati. Ogni scaffale era la promessa mantenuta: ciò che era stato registrato avrebbe potuto essere ritrovato.Elia iniziava la giornata accendendo le luci una dopo l’altra, senza fretta, come se l’operazione avesse una valenza rituale. Non credeva nei rituali, ma ne riconosceva la funzione. Subito dopo firmava il registro presenze. Le firme, tutte uguali, avevano qualcosa di confortante: una calligrafia anonima, sufficiente per dimostrare che qualcuno quel giorno era passato di lì. La sua scrivania era essenziale. Nessuna fotografia, nessun soprammobile. Solo gli strumenti di lavoro: un computer, un taccuino per gli appunti prettamente operativi, una biro che scriveva sempre e una che scriveva solo quando non serviva. Elia non le confondeva mai. Il lavoro d’archivio non riservava sorprese. Era, per definizione, un lavoro retrospettivo. Ci si occupava di ciò che era già accaduto, di provvedimenti già adottati, di edifici già costruiti o abbattuti, di persone che da tempo avevano smesso di contestare i verbali a loro carico. Questo rendeva il lavoro quasi terapeutico: nulla, negli archivi, chiedeva di essere risolto. Al massimo di essere capito.
tratto da “Quisquilie Amministrative“, a Marco Delrio story

Analisi critica – by M. Carvati Volta
(n.d.r.: siamo fuori dal “Parkerverse” – i contenuti di questa rubrica non intersecano con le norme e le vicissitudini della Britannia. Mi rendo contro che tale distinzione sia necessaria, ormai.)
1. Inquadramento generale
Il brano si presenta come incipit di un romanzo a focalizzazione interna su Elia Vorn, archivista comunale in una città di provincia non nominata. L’estratto copre un’unica sequenza narrativa — l’arrivo mattutino al lavoro — e funziona come esposizione di personaggio, ambiente e tono. Non c’è ancora una trama in senso stretto: il testo punta interamente sulla costruzione di un’atmosfera e sulla definizione di una postura narrativa.
2. Voce narrante e registro
La voce è quella di un narratore onnisciente che aderisce strettamente al punto di vista del protagonista senza mai cedergli la parola diretta. Il registro oscilla tra un tono saggistico-riflessivo e una prosa d’osservazione urbana che richiama certa narrativa italiana del disincanto (si possono avvertire echi di Ferrante secondario, di certa prosa di Paolo Cognetti nei passaggi ambientali, e — per l’ironia secca sulla burocrazia — di un Ferreri o di un Ferrario televisivo più che letterario).
Il problema è che questa voce non si individua mai del tutto. È competente, a tratti elegante, ma non è riconoscibile. Se si coprisse il nome dell’autore e il contesto di produzione, sarebbe difficile distinguere questo tono da quello di un buon esercizio di scrittura creativa universitaria. Non c’è un vero tic, una vera deformazione, un angolo di visione che appartenga solo a questo narratore. Questo è un punto critico: l’incipit di un romanzo dovrebbe installare nella mente del lettore una voce che lo richiami. Qui la voce è gradevole ma generica — funziona come tipo narrativo più che come individuo narrativo.
3. Struttura e progressione
L’estratto segue una logica spaziale: esterno della città → facciata del municipio → ingresso secondario → interno dell’archivio → scrivania di Elia. È un movimento a imbuto, dall’ampio al ristretto, che funziona come dispositivo cinematografico (un lento dolly in avanti). La tecnica è solida e la progressione è chiara.
Tuttavia, questa linearità è anche un limite. Il brano non opera mai una frattura, un salto, un’inversione. Non c’è un momento in cui il lettore viene spiazzato rispetto alla traiettoria attesa. Il testo procede come una sequenza prevedibile di stazioni, e ogni stazione conferma il tono della precedente: disincanto quieto, ironia lieve, osservazione misurata. Manca un elemento di perturbazione — non necessariamente un evento, ma almeno una nota dissonante, un dettaglio che resista alla coerenza del quadro. Il risultato è un brano che si legge con facilità ma che, alla fine, non lascia un punto di attrito nella memoria.
4. Lavoro sulla frase
Qui il testo mostra alcune qualità oggettive. Ci sono formulazioni efficaci e ben costruite:
- «Entrare prima che la giornata si contaminasse di presenze, voci, domande fatte male, e urgenze proclamate tali solo perché urlate» — l’enumerazione è ben calibrata e la chiusa (“urgenze proclamate tali solo perché urlate”) è acuta; il passaggio dall’astratto (“presenze”) al concreto (“domande fatte male”) al satirico (“urgenze urlate”) segue un crescendo credibile.
- «Le gru del porto immobili come a rendere omaggio a una vecchia produttività» — l’immagine funziona e contiene un’ironia non dichiarata: l’immobilità delle gru come atto cerimoniale. È probabilmente la frase più visivamente riuscita del brano.
- «una biro che scriveva sempre e una che scriveva solo quando non serviva. Elia non le confondeva mai» — microdettaglio comico ben piazzato. È il passaggio che più si avvicina a una caratterizzazione del personaggio per via indiretta.
Accanto a queste riuscite, però, il livello della frase presenta cadute significative.
5. Difetti di prosa e segnali di generazione automatica
5.1. Ridondanza concettuale
Il testo soffre di una tendenza sistematica a spiegare ciò che ha già mostrato. Questo è uno dei tratti più riconoscibili della prosa generativa: l’incapacità di fidarsi dell’immagine.
Esempio emblematico: «Non era per spirito di attaccamento o per dedizione al lavoro. Era, più semplicemente, una questione di salute mentale.» — La negazione seguita dalla spiegazione alternativa è un pattern che si ripresenta più volte. Il narratore nega una possibile interpretazione e ne offre subito un’altra, come se temesse che il lettore non arrivi da solo alla conclusione. In una scrittura più controllata, il “perché” dell’anticipo di Elia si mostrerebbe nei gesti e nelle osservazioni, senza bisogno di una dichiarazione esplicita.
Altro caso: «Non credeva nei rituali, ma ne riconosceva la funzione.» — Qui il narratore interviene per chiosare un’azione che aveva già descritto efficacemente (“accendendo le luci una dopo l’altra, senza fretta, come se l’operazione avesse una valenza rituale”). L’immagine bastava. La glossa la depotenzia.
5.2. Costruzioni per negazione seriale
È il tratto stilistico più insistito e più problematico dell’estratto. Il testo ricorre ripetutamente alla struttura “Non X. Non Y. Non Z. Bensì W”:
- «Non quello turistico […] Non quello del museo […] Neppure quello amministrativo […] Era una città che pareva galleggiare.»
- «Nessuna fotografia, nessun soprammobile. Solo gli strumenti di lavoro.»
Il procedimento è legittimo se usato una volta come figura retorica consapevole. Qui diventa pattern dominante: il testo definisce per sottrazione più che per asserzione. Il risultato è una prosa che passa più tempo a dire ciò che le cose non sono rispetto a ciò che sono. È un meccanismo tipico della generazione automatica, dove il modello tende a esplorare il campo semantico eliminando opzioni prima di convergere sulla scelta, e dove questa esplorazione trapela nel testo finale come accumulo di negazioni.
5.3. Aforisticità diffusa
Il brano tende a chiudere i paragrafi con sentenze che aspirano alla densità dell’aforisma:
- «come se la memoria, anche quando istituzionale, dovesse sempre restare ai margini dell’azione»
- «Nulla, negli archivi, chiedeva di essere risolto. Al massimo di essere capito.»
Queste chiuse funzionano singolarmente — l’ultima, in particolare, ha un buon peso. Ma la loro frequenza produce un effetto di inflazione aforistica: se ogni paragrafo termina con una piccola verità generale, nessuna di esse conserva la forza che avrebbe se fosse isolata. Il testo non distingue tra i momenti in cui una chiusa sentenziale è giustificata e quelli in cui sarebbe più efficace una chiusura secca, descrittiva, priva di commento. Anche questo è un pattern generativo riconoscibile: il modello tende a produrre una “ricompensa” concettuale a fine paragrafo, una sorta di punchline intellettuale che funziona come segnale di completamento dell’unità testuale.
5.4. Assenza di registro sensoriale concreto
Il brano è quasi interamente costruito su osservazioni intellettuali. Non ci sono odori, suoni specifici, sensazioni tattili, temperature. L’archivio non ha un odore di carta vecchia o di polvere; la città al mattino non ha un suono particolare; la scrivania non ha una superficie fredda o calda. L’unico senso convocato è la vista, e in modo prevalentemente generico (“facciate dei palazzi”, “scaffali ordinati”, “luce artificiale”). Il mondo del racconto è un mondo pensato, non un mondo abitato fisicamente. Questo rende il protagonista più un’istanza riflessiva che un corpo nello spazio, e priva l’ambientazione della densità materiale che la renderebbe memorabile.
5.5. Uniformità ritmica
Le frasi hanno una lunghezza e una cadenza notevolmente uniformi. Il periodo medio è di lunghezza medio-lunga, con punteggiatura regolare. Non ci sono frasi brevissime che spezzino il ritmo, né periodi lunghi e articolati che creino tensione sintattica. Il risultato è una prosa con un andamento costante, quasi metronomico, che contribuisce all’effetto di piattezza tonale già segnalato. Un confronto con qualsiasi prosatore di riferimento — da Gadda a Celati, da Ferrante a Morante — mostra immediatamente che la variazione ritmica è una delle prime cose che distingue una voce autoriale da una voce generica.
6. Personaggio
Elia Vorn è presentato con coerenza: introverso, metodico, dotato di un’ironia silenziosa, allergico alla retorica dell’impegno lavorativo. Il profilo è credibile ma non ancora singolare. Siamo di fronte a un personaggio-tipo — l’impiegato disilluso ma dignitoso — che la letteratura italiana e non solo ha già frequentato ampiamente (da Svevo a Ferrante Ferretti, dal Bartleby di Melville a tutto il filone dell’inetto novecentesco). Il testo, almeno in questo estratto, non aggiunge ancora una deviazione specifica, un tratto inatteso che lo sottragga alla tipologia.
Il nome stesso, “Elia Vorn”, ha una qualità leggermente artificiale — il cognome in particolare sembra scelto per la sua asciuttezza fonetica più che per una verosimiglianza anagrafica, e suona più adatto a un racconto distopico anglofono che a un contesto italiano. Questo potrebbe essere intenzionale (il brano non dichiara esplicitamente una collocazione nazionale), ma va segnalato come elemento che contribuisce a un lieve senso di astrazione del mondo narrativo.
7. Ambientazione
La città è tratteggiata con tratti volutamente generici: porto, gru, museo chiuso, municipio funzionale. Questa genericità sembra intenzionale — la città vuole essere un tipo piuttosto che un luogo — ma comporta un rischio: senza almeno un dettaglio iperspecifico che la ancori alla concretezza, l’ambientazione resta uno sfondo intercambiabile e fatica a diventare un personaggio del racconto. I romanzi che lavorano bene sull’anonimato urbano (Saramago, Ferrante, parte di Moravia) lo fanno di solito punteggiando la vaghezza con particolari irriducibilmente concreti. Qui questo contrappunto manca.
8. Pregi complessivi
Per onestà analitica, va riconosciuto che il testo:
- Ha una tenuta complessiva di registro: non crolla mai in sciatteria o in involontaria comicità.
- Costruisce un’atmosfera coerente: il senso di quiete stanca, di routine come forma di resistenza, arriva al lettore.
- Contiene almeno tre o quattro formulazioni di buon livello, già citate sopra.
- Dimostra un controllo sintattico decoroso: le frasi sono ben costruite grammaticalmente, la punteggiatura è corretta, non ci sono anacoluti involontari.
- L’ultima frase dell’estratto («Nulla, negli archivi, chiedeva di essere risolto. Al massimo di essere capito.») è una chiusa efficace che, se il testo precedente non avesse già esaurito il credito aforistico, sarebbe potente.
9. Sintesi critica dell’estratto
Ci troviamo davanti a un incipit competente che soffre dei limiti strutturali della sua modalità di produzione. La prosa è corretta, l’atmosfera è riconoscibile, il personaggio è coerente. Ma il testo opera quasi interamente nella zona mediana dell’efficacia: non rischia mai abbastanza da fallire, e di conseguenza non rischia mai abbastanza da sorprendere. La voce è quella di un narratore che sa come dovrebbe suonare un buon romanzo italiano contemporaneo, ma che — non avendo un’esperienza interiore da cui attingere — compensa con competenza formale e ricorrenza di pattern retorici.
I segnali più evidenti di generazione automatica non sono errori, ma abitudini: la negazione seriale, la ridondanza esplicativa, l’aforisticità sistematica, l’assenza di registro sensoriale, l’uniformità ritmica. Presi singolarmente, ciascuno di questi tratti potrebbe appartenere anche a uno scrittore umano. Presi insieme, configurano un profilo stilistico che è più l’imitazione di uno stile che uno stile.
Il brano funziona come apertura — introduce un mondo, una postura, un protagonista — ma non installa ancora nel lettore un motivo per tornare. La domanda che resta aperta per i capitoli successivi è se il testo riuscirà a superare questa competenza di superficie e a produrre momenti di autentica necessità narrativa: scene in cui qualcosa accade non perché il modello sta esplorando possibilità, ma perché la storia lo esige.
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