Trialoghi Icastici #380

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13/07/1924 – ore 19:59 – #380 – appunti sparsi

Vero è che dell’omo ch’or stagna coll’acque fin li cubiti ì ne chioso l’affanni e ‘l sale ch’alle gote sottende, sin lungarmi perocché in sulle cagioni ch’a tan fiele fan d’istoria. Ebbene, de’ danni che meco traggo ì paio ser codeste succitate, quan vinto del senno che viene allo scemar dell’euforie ammettomi, qual come tale che l’occhi serra menando pe’ le calli e sfuria solerte e sordo rimpetto al muro che ratto del suo sembiante s’è fatto specchio. Quivi le pugna di contro ì medesimo porgo, ch’or dì s’è fatto di comandar la provvidenza, ‘sì qual che l’altre genti credono fan li dèi. Se presto s’oblia la fiamma d’iulio al venir de’ primi ghiacci, in vero in le grotte dell’alma essa sopisce e, in vero, savio non è lo ch’alla nona luna di pronto s’incendia ma lo che diario s’attizza i fuscelli del sopito foco.[i]


[i] Nota all’entrata #380 – L’entrata è la quindicesima del Libro Secondo e la terza consecutiva degli sparsi che occupano quasi ininterrottamente la prima metà del luglio 1924. Si colloca tra la #379, nella quale Arthur formulava la possibilità di un «patto nuovo, meno severo» con se stesso, e la #381, che sarà una delle pagine più fisicamente violente del corpus, con il nero che «rutta e spandesi pe’ cogiti, arti e fin dentro e dietro l’occhi». La #380 sta in mezzo, e non è né tregua né esplosione. È una sentenza.

Il registro è il primo dato da segnalare. Questo è tra gli sparsi più arcaizzanti dell’intero corpus. La sintassi non è soltanto contorta, come di norma negli sparsi, è deliberatamente elevata: «Vero è che», «perocché», «in sulle cagioni», «savio non è lo ch’alla nona luna». Arthur non scrive a caldo, scrive in latino volgarizzato. La struttura del periodo è periodica nel senso classico: protasi, apodosi, chiusa sentenziosa. Il lessico è depurato da ogni residuo domestico, da ogni oggetto concreto. Non ci sono scendibotta, setolati, grembiali, credenze. Non c’è April Street. C’è un uomo che stagna con l’acqua ai gomiti e un muro che si fa specchio. Il testo funziona come un’orazione, e il fatto che Arthur la pronunci a se stesso la rende non meno solenne, ma più crudele.

L’apertura pone Arthur nella posizione dell’uomo che «stagna coll’acque fin li cubiti» e che ne «chiude gli affanni e ‘l sale ch’alle gote sottende». L’acqua è ferma, non scorre. Le lacrime — il sale sulle gote — vengono chiuse, non asciugate. Arthur si rifiuta di addentrarsi nelle cause di tanto fiele: «sin lungarmi perocché in sulle cagioni». Non vuole spiegare. Vuole constatare. E la constatazione è immediata: i danni che si porta dietro sono quelli che lui stesso ha provocato. Li enumera senza nominarli, li dichiara «succitati», come se il lettore — che sia il diarista stesso o l’ipotetico futuro — sapesse già di cosa si parla. Lo sa, perché la #378, due giorni prima, aveva esplicitamente nominato Valerie e l’«involucro immondo» che il rapporto con lei ha fatto di Arthur.

Il passaggio centrale è la scena del muro. Arthur descrive se stesso come chi «l’occhi serra menando pe’ le calli e sfuria solerte e sordo rimpetto al muro che ratto del suo sembiante s’è fatto specchio». Cammina per le strade a occhi chiusi, sbatte contro un muro, e il muro gli restituisce la propria immagine. Il riflettente, che nella #379 accoglieva con una certa pacatezza le «pieghuzze» e l’«opacità» del volto, qui diventa violento: Arthur non si guarda, vi si scontra. E ciò che vede non gli viene offerto, gli viene «porto» sotto forma di pugni: «le pugna di contro ì medesimo porgo». I pugni sono per sé, non per il muro. Il nemico e il combattente sono la stessa persona.

La frase che segue è la più ambiziosa del frammento e la più rivelatrice del tono dell’intera entrata: «ch’or dì s’è fatto di comandar la provvidenza, ‘sì qual che l’altre genti credono fan li dèi». Arthur dichiara che il giorno si è fatto, per lui, un giorno in cui si comanda la provvidenza, così come le altre genti credono facciano gli dèi. Non sta bestemmiando. Sta diagnosticando la propria hybris. Si è posto nella posizione di chi pretende di governare il destino, e il testo lo dice con la stessa severità con cui un predicatore denuncerebbe un peccato di superbia. La provvidenza compare anche nella #35, dove Arthur si domanda se essa gli «lasserà capitare» qualcosa di simile a ciò che ha perso, e nella #200, dove invoca una «provvidenza inaspettata» d’un incontro nuovo. In entrambi i casi, la provvidenza è qualcosa che si attende. Qui è qualcosa che si pretende di comandare, e la differenza misura lo scarto tra l’Arthur della #35 e l’Arthur della #380.

La chiusa è costruita sull’immagine del fuoco. «Se presto s’oblia la fiamma d’iulio al venir de’ primi ghiacci, in vero in le grotte dell’alma essa sopisce.» L’entrata è datata 13 luglio. La «fiamma d’iulio» è dunque letterale: Arthur parla del fuoco del momento presente, dell’estate, dell’euforia che il caldo e la luce portano con sé. Ma la sentenza finale rovescia il significato: «savio non è lo ch’alla nona luna di pronto s’incendia ma lo che diario s’attizza i fuscelli del sopito foco». Chi è saggio non è chi si incendia improvvisamente a settembre, quando il freddo è già arrivato; è chi ogni giorno, con disciplina, alimenta i ramoscelli di un fuoco sopito. Il «sopito foco» è il fuoco che resta nelle grotte dell’anima dopo che l’estate è finita, e Arthur sta dicendo che la vera saggezza è la manutenzione quotidiana di quel fuoco, non l’esplosione estemporanea. È una dichiarazione di metodo, quasi stoica, che si collega direttamente all’«educazione lentata al permanere» della #379 e che anticipa, per contrasto, la deflagrazione incontrollata della #381, dove il fuoco non è governato ma erutta.

Ciò che rende la #380 singolare nella sequenza è la sua compostezza. Arthur sta malissimo: la #378 lo documenta, la #381 lo urlerà. Ma qui, per un giorno, sceglie di non cedere né all’introspezione che lacera né alla tregua che consola. Sceglie la sentenza. Parla come un moralista, si giudica come un giudice, e il verdetto non è né assoluzione né condanna: è un programma. Attizzare i fuscelli. Ogni giorno. Anche quando il fuoco pare morto. (Solbourne, 1997)

dai Diari di Arthur Parker, Libro Secondo, “Trialoghi Icastici”

Quasafrasi – by E. Ashcroft

È vero che dell’uomo che ora ristagna con l’acqua fino ai gomiti io ne racconto gli affanni e il sale che ha sulle guance, senza dilungarmi sulle cause che a tanto fiele hanno fatto da storia. Ebbene, i danni che mi porto dietro pare che siano proprio quelli che ho appena citato, quando, vinto dal senno che arriva allo scemare delle euforie, mi ammetto per quello che sono, come uno che chiude gli occhi camminando per le strade e sbatte furioso e sordo contro il muro che, all’improvviso, del suo volto si è fatto specchio. È lì che i pugni li porgo contro me stesso, perché oggi si è fatto il giorno di comandare la provvidenza, così come le altre genti credono facciano gli dèi. Se la fiamma di luglio si dimentica in fretta al venire dei primi geli, in verità nelle grotte dell’anima essa si assopisce e basta, e in verità saggio non è chi alla nona luna all’improvviso si incendia, ma chi ogni giorno si attizza i ramoscelli del fuoco sopito.


Glossario Minimo – by M. Solbourne

Chioso: Prima persona del presente indicativo di chiosare, cioè commentare, glossare, parlare di qualcosa. Arthur «chiosa» gli affanni dell’uomo che stagna nell’acqua, li commenta, ne discorre, senza volersi dilungare sulle cause.

Iulio: Forma latineggiante di luglio. Usata per conferire al mese una solennità classica coerente con il registro dell’intera entrata.

Fuscelli: Ramoscelli secchi, piccoli pezzi di legna minuta usati per accendere o alimentare un fuoco. Qui indica i gesti minimi, quotidiani, con cui si mantiene viva una fiamma che altrimenti si spegnerebbe.


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