“Seasons”

By

TESTO

There was a time
When we had time to dream
Of everything we didn’t need
And not a promise was a lie
And a thousand miles
Felt like an inch.
I memorized the songs you liked,
I’m wasting nights on memories,
I’m sick and tired
Of getting tongue-tied
When you ain’t even here
And I’m in my world alone
With all the words
I wrote upon
My bedroom walls
And you don’t even need
To know this all

‘Cause I fucked up my life
To get back to my past
When the light of your eyes
Meant much more than my breath
And you’re still here beside me
Though we’re planets away
And the seasons are passing
But I still feel the same.

There was a time
When I had everything
But all I needed,
I’ve been bleeding
Right before your eyes, you didn’t
Notice you were all I smiled for.
All the roads I walk alone
Are way too far from home
For home is where you keep
Your golden soul.

‘Cause I fucked up my life
To get back to my past
When the light of your eyes
Meant much more than my breath
And you’re still here beside me
Though we’re planets away
And the seasons are passing
But I still feel the same.

I fucked up my life
To get back to my past
When the light of your eyes
Meant much more than my breath
And you’re still here beside me
And I still cannot speak
Though the seasons are passing
But you’re all that I need.

ca. 2010


“Seasons” (Unmastered) from the 2027’s test_931030a EP – Marco Delrio feat. Chris McCarthy


TRANSLATION
Stagioni

C’era un tempo
In cui avevamo tempo per sognare
Tutto ciò di cui non avevamo bisogno
E nessuna promessa era una bugia
E mille chilometri
Sembravano un solo centimetro.
Ho imparato a memoria le canzoni che ti piacevano,
Spreco le notti nei ricordi,
Sono stanco, esausto
Di restare senza parole
Quando tu non sei nemmeno qui
E io sono solo nel mio mondo
Con tutte le parole
Che ho scritto
Sui muri della mia stanza
E tu non hai nemmeno bisogno
Di sapere tutto questo.

Perché ho mandato a puttane la mia vita
Per tornare al mio passato
Quando la luce dei tuoi occhi
Valeva molto più del mio respiro
E sei ancora qui accanto a me
Anche se siamo lontani come pianeti
E le stagioni passano
Ma io mi sento ancora allo stesso modo.

C’era un tempo
In cui avevo tutto
Tranne tutto ciò di cui avevo bisogno
Stavo sanguinando
Proprio davanti ai tuoi occhi, e tu non hai
Notato che eri tutto ciò per cui sorridevo.
Tutte le strade che percorro da solo
Sono fin troppo lontane da casa
Perché casa è dove custodisci
La tua anima dorata.

Perché ho mandato a puttane la mia vita
Per tornare al mio passato
Quando la luce dei tuoi occhi
Valeva molto più del mio respiro
E sei ancora qui accanto a me
Anche se siamo lontani come pianeti
E le stagioni passano
Ma io mi sento ancora allo stesso modo.

Ho mandato a puttane la mia vita
Per tornare al mio passato
Quando la luce dei tuoi occhi
Valeva molto più del mio respiro
E sei ancora qui accanto a me
E io ancora non riesco a parlare
Anche se le stagioni passano
Ma tu sei tutto ciò di cui ho bisogno.


Critica Sorda – by A. Grant

IL QUADRO GENERALE

“Seasons” è una canzone costruita intorno a un paradosso emotivo che il testo dichiara fin dal titolo e che si rivela appieno solo nel ritornello: il tempo passa, le stagioni cambiano, ma il soggetto resta fermo. È una canzone sulla stasi sentimentale. Non sulla nostalgia in senso generico, che sarebbe facile e pigro, ma su un tipo specifico di paralisi: quella di chi ha compiuto un atto di autodistruzione consapevole nel tentativo di tornare a un momento che non esiste più, e ora vive sospeso tra il presente in cui si è intrappolato e il passato che non riesce a smettere di abitare.

Questo tema non è isolato nella produzione di Delrio. Attraversa il canzoniere con una frequenza che lo rende quasi un asse portante: la distanza incolmabile tra il soggetto e l’oggetto d’amore, la scrittura come luogo di elaborazione e ossessione, il fallimento linguistico di fronte all’emozione. In “17 Little Wars” il protagonista affoga nei propri versi incapace di comunicare (“my clumsy tongue always lie”); in “Before You Leave Forever” scrive lettere senza volere una risposta; in “Loser” morde la propria fede e promette con una smorfia. “Seasons” si inserisce in questa costellazione come forse il suo episodio più essenziale, il più spoglio. Dove altri pezzi del catalogo accumulano immagini, metafore e densità verbale (penso alla complessità lessicale di “Aglais Io” o alla stratificazione figurativa del pezzo su Klimt), qui la scrittura è deliberatamente sottrattiva. E questo è un punto di forza, non una debolezza.


VERSE 1: IL CATALOGO DEI RICORDI

Il primo verso apre con un’anafora classica, “There was a time”, che nella tradizione della canzone popolare anglosassone funziona come formula di ingresso nel racconto. È il “C’era una volta” del songwriter. Non è originale, e non deve esserlo: la sua funzione è rituale, crea immediatamente un’aspettativa di narrazione retrospettiva nel listener.

“When we had time to dream / Of everything we didn’t need” è il primo momento in cui il testo si distingue. La costruzione è sottile: il tempo per sognare, e ciò che si sognava erano cose non necessarie. C’è una doppia abbondanza qui, il lusso di avere tempo e il lusso di non avere bisogni reali. È un’economia emotiva del superfluo, un Eden prima della caduta, e viene espressa senza retorica, in otto parole. La scelta di “didn’t need” invece di un possibile “didn’t have” o “couldn’t reach” è precisa: non parla di mancanza ma del suo opposto, dell’irrilevanza del desiderio perché tutto era già abbastanza.

“And not a promise was a lie” lavora su un piano simile: definisce il passato per negazione, per ciò che non era. Non c’era bugia, non c’era bisogno. È un passato costruito su assenze positive, e questo è un modo intelligente di evitare la trappola della nostalgia zuccherosa. Non dice “era tutto bello”, dice “non c’era niente di rotto”.

“And a thousand miles felt like an inch” è l’iperbole più convenzionale del blocco. Funziona, ma è il verso meno sorprendente. Ho letto lo stesso concetto espresso in modo più personale nel pezzo su Klimt (“a mile feels like a planet”), dove la scala cosmica e l’inversione percettiva del tempo e dello spazio sono sviluppate con più ambizione. Qui il “thousand miles / inch” resta funzionale senza essere memorabile. È un verso da canzone competente, non da canzone eccellente.

Poi arriva “I memorized the songs you liked”.

Questo è un verso che cambia il livello del pezzo. Fino a qui il testo stava lavorando con concetti, ora improvvisamente lavora con un gesto. Un gesto minuscolo, concreto, specifico: imparare a memoria le canzoni che piacevano a un’altra persona. Non è una dichiarazione d’amore, è la prova di un’attenzione che precede qualsiasi dichiarazione, è il lavoro silenzioso e devoto dell’innamorato che studia l’altro. In un canzoniere che conta oltre cento pezzi, questo verso si distingue per la sua sobrietà. Non ha bisogno di metafore, non ha bisogno di immagini: è già un’immagine, è già una storia intera compressa in sette parole. Nella tradizione del songwriting anglofono, questo tipo di verso richiama la concretezza di un Elliott Smith o di un Mark Kozelek. Non il gesto plateale, ma il dettaglio quotidiano che contiene tutto.

“I’m wasting nights on memories” segna il ritorno al presente. Il verbo “wasting” è una scelta carica: non “spending”, non “losing”, ma “wasting”, che implica consapevolezza dello spreco. Sa di stare buttando via le sue notti, e lo fa comunque.

“I’m sick and tired of getting tongue-tied when you ain’t even here” chiude il verso con un’immagine che è anche un paradosso logico: essere incapace di parlare in presenza di qualcuno che non è presente. Il “tongue-tied” risuona con il tema dell’afasia emotiva che percorre il canzoniere. È lo stesso blocco verbale di “17 Little Wars” (“my clumsy tongue always lie”), la stessa incapacità di tradurre il sentimento in parola. Ma qui c’è un livello in più di assurdità e di crudeltà: il blocco avviene nel vuoto, davanti a un’assenza. Non è solo che non riesce a parlare, è che non riesce a parlare a nessuno. L’espressione “sick and tired” è colloquiale, quasi logora nell’uso comune, ma in questo contesto la sua banalità funziona: è il linguaggio di chi è esausto, non di chi performa l’esaurimento. Un poeta cercherebbe un modo più elegante di dirlo. Un songwriter che sta davvero male dice “I’m sick and tired”, e basta.


PRECHORUS 1: LA STANZA DELLE PAROLE

“And I’m in my world alone / With all the words I wrote upon my bedroom walls”

L’immagine delle parole scritte sui muri della propria stanza è una delle più riuscite dell’intero pezzo. Funziona su almeno tre livelli. Come immagine letterale, evoca la stanza dell’adolescente o del giovane adulto ossessivo che trasforma il proprio spazio in un archivio del proprio tormento. Come metafora, rappresenta la scrittura come atto privato e compulsivo, qualcosa che non ha destinatario se non le pareti stesse. Come eco intertestuale all’interno del canzoniere, dialoga con l’ossessione scrittoria presente ovunque nel catalogo: i diari stanchi di “17 Little Wars” (“my diary’s sick of bearing your name again”), i dizionari scarabocchiati del pezzo su Klimt, le lettere di “Before You Leave Forever”. C’è un personaggio ricorrente in queste canzoni: qualcuno che scrive incessantemente e che non riesce mai a consegnare quello che scrive al suo destinatario. “Seasons” è forse il momento in cui questo personaggio è più solo con le proprie parole, perché qui non c’è nemmeno il diario, non c’è il dizionario, non c’è la lettera: ci sono muri. È la forma più grezza e disperata della scrittura, quella che non ha supporto, che si imprime sulla struttura stessa del luogo in cui si vive.

“And you don’t even need to know this all”

Questo verso è il punto emotivo più alto del PreChorus, e forse uno dei più importanti dell’intera canzone. È una resa totale. Dopo aver stabilito che vive solo nel suo mondo, circondato dalle parole che ha scritto, il soggetto ammette che tutto questo non ha alcuna rilevanza per l’altra persona. Non dice “non lo sai”, che sarebbe una constatazione. Dice “non hai nemmeno bisogno di saperlo”, che è un’ammissione di irrilevanza. Il dolore non è segreto per scelta: è segreto perché a nessuno interessa conoscerlo. Questa distinzione è sottile ma fondamentale, e il testo la coglie con precisione.


CHORUS: L’AUTODISTRUZIONE INTENZIONALE

“‘Cause I fucked up my life to get back to my past”

L’attacco del ritornello è una frattura di registro. Dopo versi costruiti con una certa eleganza narrativa, arriva il linguaggio diretto, crudo, non mediato. Nel contesto di un folk-pop melodico questa scelta è rischiosa: la volgarità può sembrare gratuita se non ha peso specifico. Qui ce l’ha. “Fucked up” non è decorativo, è preciso. E soprattutto, “to get back to my past” cambia tutto: non è un errore, è una strategia fallita. Non dice “ho rovinato tutto per sbaglio”, dice “ho rovinato tutto apposta, con l’obiettivo di tornare indietro”. C’è una lucidità autodistruttiva in questo verso che lo rende molto più inquietante di una semplice ammissione di colpa. Il soggetto ha compiuto un sabotaggio deliberato della propria vita presente nel tentativo di ricostruire il passato. E ha fallito.

“When the light of your eyes meant much more than my breath”

“Light of your eyes” è un’immagine convenzionale. Lo dico senza giri di parole. Ma la giustapposizione con “more than my breath” la salva dalla banalità, perché “breath” non è solo respiro, è vita in senso biologico. La luce degli occhi di lei valeva più della sua stessa sopravvivenza. Letto in sequenza dopo “I fucked up my life”, il verso acquisisce una coerenza interna che lo giustifica: era disposto a morire per quella luce. Non in senso figurato. L’autodistruzione del verso precedente trova qui la sua ragione.

“And you’re still here beside me / Though we’re planets away”

La scelta di “planets” invece di “miles” o “oceans” è significativa. “Miles” sarebbe stato terrestre e misurabile. “Oceans” sarebbe stato poetico ma prevedibile. “Planets” porta la distanza su una scala cosmica che la rende irrecuperabile. Non è una distanza che si percorre, è una distanza che appartiene alla struttura stessa dell’universo. E il fatto che lei sia “still here beside me” nonostante questa distanza planetaria crea il paradosso centrale della canzone: presenza emotiva permanente, assenza fisica assoluta. È lo stesso meccanismo di “Loser” (“remember when a couple of hours felt like two forevers”), la stessa distorsione percettiva, ma qui è espressa con più economia e quindi con più forza.

“And the seasons are passing / But I still feel the same”

Il titolo trova la sua funzione. Le stagioni sono il marcatore di tempo più visibile, ciclico, inesorabile. Tutti le vedono cambiare, tutti ne sono toccati. Lui no. Lui è fermo. L’uso di “passing” piuttosto che “changing” è una scelta precisa: le stagioni non solo cambiano, gli passano accanto, come treni a un uomo fermo su un marciapiede. E “I still feel the same” è devastante nella sua semplicità. Non c’è crescita, non c’è elaborazione, non c’è guarigione. Solo stasi.


VERSE 2: LA COMPRESSIONE

“There was a time when I had everything but all I needed”

Il richiamo anaforico a “There was a time” crea coerenza strutturale, ma il contenuto si capovolge rispetto al Verse 1. Là si sognava ciò di cui non si aveva bisogno; qui si possedeva tutto tranne l’essenziale. È un’inversione speculare, quasi un negativo fotografico della stessa situazione. L’abbondanza del passato si rivela essere stata una forma diversa di mancanza.

“I’ve been bleeding right before your eyes / You didn’t notice you were all I smiled for”

“Bleeding right before your eyes” è il verso più debole del pezzo. L’immagine del sanguinamento invisibile è un tropo della canzone confessionale anglosassone che a questo punto ha perso gran parte del suo impatto per sovrautilizzo. Detto questo, “you didn’t notice you were all I smiled for” riscatta il passaggio. È un altro di quei versi concreti e specifici che sono il marchio migliore di questa scrittura. Non dice “eri tutto per me”, che sarebbe generico. Dice “eri l’unica ragione per cui sorridevo”, che è un gesto preciso, osservabile, umano. Come “I memorized the songs you liked”, opera per riduzione: prende un sentimento enorme e lo filtra attraverso un’azione minima.

Una nota sulla lunghezza: il Verse 2 è circa la metà del Verse 1. Il primo verso si prende il suo tempo, elenca, accumula. Il secondo verso taglia, comprime, va dritto al nucleo.


PRECHORUS 2: LA RIDEFINIZIONE DI CASA

“All the roads I walk alone are way too far from home / For home is where you keep your golden soul”

Questo secondo PreChorus è strutturalmente e tonalmente diverso dal primo. Il primo era una dichiarazione di isolamento e irrilevanza. Questo è una dichiarazione di appartenenza negata. Tutte le strade che percorre sono lontane da casa, ma “casa” viene ridefinita nel verso successivo: non è un luogo, è dove sta l’anima d’oro dell’altra persona.

La ridefinizione di “home” come persona piuttosto che come luogo è un topos. Non c’è modo di aggirare questo fatto. Ma qui la specificità dell’esecuzione fa la differenza: non dice “home is where you are” (che sarebbe banale fino alla nausea), dice “home is where you keep your golden soul”, che aggiunge l’atto del custodire (“keep”), un senso di protezione, di qualcosa che l’altra persona detiene e preserva. E poi c’è “golden soul”.

Ora, il collegamento con “I’m a Chameleon, You’re a Klimt Painting“. In quel pezzo la donna è descritta come un dipinto di Klimt, un capolavoro bidimensionale e inaccessibile. La nave metaforica del protagonista si schianta sulle sue “golden shores”. L’oro di Klimt è l’oro della superficie luminosa e stratificata, la foglia d’oro applicata sulla pittura, che crea quella tensione caratteristica dell’artista viennese tra decorazione e profondità, tra splendore e intimità nascosta. Nella canzone su Klimt, l’oro è la superficie dell’amata, le sue “sponde” irraggiungibili. In “Seasons”, l’oro migra dalla superficie al nucleo: non “golden shores” ma “golden soul”. L’anima, non la pelle. L’effetto è uno spostamento dall’ammirazione estetica alla connessione spirituale. Se il pezzo su Klimt descrive l’amore come atto contemplativo (guardare un quadro in un museo), “Seasons” descrive l’amore come atto di riconoscimento interiore: non è bello ciò che la persona mostra, è prezioso ciò che la persona contiene.

Questo collegamento funziona in entrambe le direzioni. Chi ascolta solo “Seasons” legge “golden soul” come un’immagine poetica autonoma, suggestiva ma autosufficiente. Chi conosce anche il pezzo su Klimt riconosce un filo che attraversa il catalogo, una mitologia privata dell’oro come attributo dell’amata. Questo tipo di lavoro intertestuale è segno di un autore che pensa al proprio corpus come a un organismo, non come a una collezione di pezzi isolati.


IL CHORUS FINALE: LA VARIAZIONE CHE CHIUDE IL CERCHIO

Il chorus si ripete tre volte in totale, ma la terza iterazione introduce due variazioni che cambiano la traiettoria emotiva del pezzo.

“And I still cannot speak” sostituisce “And you’re still here beside me”. Il “tongue-tied” del Verse 1 torna, ma trasformato: non è più frustrazione (“I’m sick and tired of getting tongue-tied”), è constatazione. La rabbia verso la propria afasia è diventata accettazione. L’evoluzione è minima ma reale: dall’irritazione alla resa.

“But you’re all that I need” sostituisce “But I still feel the same”. Qui il cambiamento è più profondo. “I still feel the same” era stasi pura, l’osservazione di un sistema emotivo immobile. “You’re all that I need” è una dichiarazione attiva, una scelta. Il soggetto non dice più “non sono cambiato”, dice “so cosa voglio”. È la differenza tra subire un sentimento e riconoscerlo. La canzone non offre una risoluzione narrativa (non si ricongiungono, non guarisce, non supera nulla), ma offre una risoluzione di consapevolezza. Questo è il tipo di chiusura che funziona nel folk-pop confessionale: non il lieto fine, ma il momento in cui smetti di lottare contro ciò che senti e lo nomini.

Inoltre, “you’re all that I need” richiama con simmetria invertita il “everything we didn’t need” del Verse 1. All’inizio sognavano cose di cui non avevano bisogno; alla fine, l’unica cosa di cui ha bisogno è lei. Il cerchio si chiude, e il vocabolario del bisogno che attraversa il testo (didn’t need, all I needed, all that I need) si rivela come il vero filo conduttore della canzone, ancora più delle stagioni del titolo.


RIME, METRICA, TESSITURA FONICA

Lo schema rimico è libero, e nel folk-pop questo è più norma che eccezione. Non ci sono rime baciate forzate, il che è un merito perché la tentazione nel genere è sempre quella di sacrificare il significato al suono. Le consonanze e assonanze lavorano sottotraccia: “time/dream/need” nel Verse 1 creano un tessuto fonico morbido, vocalico, aperto; “alone/wrote/walls/know” nel PreChorus portano un suono più chiuso, più introverso, coerente con il tema dell’isolamento; “life/past/eyes/breath” nel Chorus hanno una durezza consonantica che accompagna la brutalità emotiva dell’attacco.

La metrica è irregolare ma consapevole. I versi hanno lunghezze molto diverse: “There was a time” (quattro sillabe) accanto a “When the light of your eyes meant much more than my breath” (dodici sillabe). Questa irregolarità crea un ritmo conversazionale, quasi parlato, che è coerente con il registro confessionale del pezzo. Non è metrica da canzone pop convenzionale, dove i versi tendono all’isosillabismo. È metrica da songwriter che pensa prima al peso della frase e poi alla sua lunghezza.


OSSERVAZIONI CRITICHE

I punti deboli esistono e vanno nominati.

“Bleeding right before your eyes” è un’immagine che nel 2010 era già stanca. Non è un difetto fatale, ma in un testo che altrove dimostra di saper trovare angolazioni originali (le canzoni memorizzate, le parole sui muri, l’anima d’oro), questo verso suona come un automatismo, un rifugio nel linguaggio del genere piuttosto che un’invenzione propria.

“The light of your eyes” è un’altra formula che non sorprende. Il verso che lo segue lo salva, come ho detto, ma resta il fatto che in un testo di questa lunghezza ogni verso conta doppio, e due versi formulaici su una trentina complessivi sono una percentuale che si nota.

L’asimmetria tra Verse 1 e Verse 2 è una questione aperta che solo l’esecuzione musicale può risolvere. Sulla pagina, il Verse 2 sembra quasi un frammento rispetto alla costruzione ampia del Verse 1. Può essere un effetto voluto (compressione emotiva) o un difetto strutturale (mancanza di sviluppo). Non mi pronuncio, ma lo metto sul tavolo.


CONSIDERAZIONI FINALI

“Seasons” è una canzone che fa una cosa difficile: dice qualcosa di semplice in modo non banale. Il tema dell’amore che persiste nel tempo e nella distanza è forse il più frequentato nella storia della canzone, e il rischio di dire ciò che è già stato detto mille volte è altissimo. Questo testo lo evita nei suoi momenti migliori attraverso la specificità del dettaglio e la consapevolezza della propria voce. Il verso sulle canzoni memorizzate, l’immagine delle parole sui muri, la resa del “you don’t even need to know this all”, l’autodistruzione intenzionale del Chorus: sono tutti momenti in cui il testo trova un modo proprio di dire qualcosa che sembrava già detto.

Nel contesto del canzoniere complessivo, “Seasons” sembra funzionare come un centro di gravità. È meno ambiziosa di “Aglais Io”, meno stratificata del pezzo su Klimt, meno teatrale di “Disenchanted”, meno narrativa di “Pointless Anecdotes”. Ma proprio questa economia la rende un punto di riferimento: è il pezzo dove i temi ricorrenti del catalogo (la distanza, la scrittura compulsiva, il fallimento comunicativo, l’autodistruzione, la stasi temporale) si presentano nella loro forma più distillata. Se dovessi scegliere un singolo testo per spiegare a qualcuno di cosa parla la scrittura di Delrio, probabilmente sceglierei questo.

Per una canzone nata da una chitarra acustica intorno al 2010, mostra una maturità che va presa sul serio.


SPARTITO

Coming Someday


ACCORDI

Accordi tratti dalla bozza del Canzoniere. Potrebbero non essere precisi al 100%.


DEMO & REGISTRAZIONI DI PROVA

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VIDEO

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CREDITI

Lyrics & Music by Marco Delrio


CONTACTS

Mail: delriomarco.md@gmail.com
Telegram me @mvrcodelrio


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