Vanvere Terapeutiche #57

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24/08/1923 – ore 21:19 – Appunti Sparsi

Sbandava tra guizzi e maglie lo sciabordare d’una ressa disposta in tratti, ché l’andirivieni s’intrecciava sin torciglio, e le spalle s’attortigliavano a lembi, coturni, bisacce, menti, ché nulla sfiorava senza deformarsi, e l’aria, or tesa, raspava sul carpo com’una garza riscalzata. Nel mezzo, d’in fra ‘l brulichio, montò d’improvviso l’ascesa d’un timbro che s’incrinava più pe’ sangue che pe’ gola, e l’udito ne slittò, ché parve un richiamo ma fuggì nel timbro, e l’orbita s’arrestò, ch’il corpo ruotò da solo. La bancarella, cosparsa di ciotole d’ala e pelli di sambuco, stava in fondo allà, e v’era ella, di profilo, col mento smussato e le dita inanellate, eppur non v’era più. Nel rientro, ché pur si tornò, la gola s’era sfoderata, ma ‘l passo trovò forma nova. Ogni battito si fece lieve ancòra.[i]


[i] Nota all’entrata #57 -L’entrata si colloca il giorno dopo la #56, in cui Arthur scrive un vespro di sconforto, ammettendo di non riuscire a decidere se il suo «continuare pei dì abbia di che ser meschino nel piagnucolio afflitto» o se debba «infatuarsi della nostalgia e bracciarla sin biasimi o rimorsi». L’intero finale dell’agosto 1923 è dominato dalla figura di Valerie: la #52 è una riflessione sulla facilità con cui Arthur recide i legami, la #54 è uno sparso di chiusura asfissiante, la #55 un esercizio di saturazione sensoriale sotto la pioggia. La #56 nomina esplicitamente «Ella ed ella solamente». La #57 non la nomina. La mostra.

Il frammento è una scena d’esterni, e questo già lo distingue dalla quasi totalità degli sparsi del periodo, che si svolgono in interni domestici o in spazi percettivi chiusi. Arthur è in mezzo a una ressa, probabilmente un mercato o una fiera, e il testo ne restituisce prima di tutto la fisicità caotica: lo «sciabordare» della folla disposta in tratti, le spalle che si «attortigliavano a lembi, coturni, bisacce, menti», l’aria che «raspava sul carpo com’una garza riscalzata». L’elenco è costruito per accumulazione tattile: nulla si guarda, tutto si sfrega. Arthur non attraversa la folla, ne viene attraversato. Il corpo subisce il contatto senza filtrarlo.

L’interruzione arriva al centro esatto del frammento. Un suono, «l’ascesa d’un timbro che s’incrinava più pe’ sangue che pe’ gola»: una voce, o un richiamo, che Arthur percepisce prima con l’orecchio e poi con tutto il corpo. L’udito «slittò», l’«orbita s’arrestò», il corpo «ruotò da solo». La sequenza è fisiologica, non deliberata. Arthur non decide di voltarsi: il corpo si volta per lui. È lo stesso meccanismo della #44, dove le tre figure femminili «baltano» senza essere convocate, e della #418, dove lo scrutare dalla finestra è diventato «memoria del polso e non del verbo». Il riconoscimento precede la coscienza.

Ciò che Arthur vede, dopo la rotazione involontaria, è una bancarella «cosparsa di ciotole d’ala e pelli di sambuco» e, accanto ad essa, «ella, di profilo, col mento smussato e le dita inanellate». Le ciotole d’ala e le pelli di sambuco sono mercanzie che il corpus non menziona altrove: il dettaglio è di una specificità che suggerisce un ricordo visivo autentico, non una ricostruzione. Il profilo, il mento, le dita con gli anelli: Arthur la coglie in tre tratti, tre dettagli fisici che funzionano come un blasone, un’araldica del corpo. La #744, un anno e mezzo dopo, descriverà lo stesso tipo di apparizione: «attendendone il profilo emergere dal fugiglio del crocicchio». Il profilo è la forma sotto la quale Valerie appare nel corpus quando appare come corpo e non come pensiero.

Ma «eppur non v’era più». La frase è posta immediatamente dopo la descrizione, senza transizione. Arthur vede, e un istante dopo non c’è più nulla da vedere. Non è chiaro se Valerie fosse davvero lì e sia scomparsa nella folla, o se l’intero avvistamento fosse un miraggio prodotto dal timbro udito un istante prima. Il testo non scioglie l’ambiguità, e Solbourne ritiene che l’ambiguità sia il punto. Arthur non sa se l’ha vista o se l’ha costruita, e il frammento non offre al lettore più certezze di quante ne abbia il suo autore.

La chiusa è dove questo sparso si separa da quasi tutti gli altri del periodo. «Nel rientro, ché pur si tornò, la gola s’era sfoderata, ma ‘l passo trovò forma nova. Ogni battito si fece lieve ancòra.» La gola sfoderata è la gola che ha perso il suo rivestimento, il nodo che la stringeva, lo strato protettivo: Arthur torna a casa esposto, vulnerabile. Eppure il passo «trovò forma nova», e il battito «si fece lieve ancòra». L’avvistamento, reale o immaginato, non ha prodotto il consueto sprofondamento. Ha prodotto una leggerezza. Non una guarigione, non una liberazione, ma un alleggerimento momentaneo che Arthur registra senza commentare e che, proprio per questo, pesa più di qualsiasi commento. Negli sparsi circostanti, la vista o il pensiero di Valerie produce invariabilmente contrazione, chiusura, asfissia. Qui produce, per un istante, il suo contrario. Il fatto che Arthur non tenti di spiegarselo è ciò che rende il frammento credibile come scrittura a caldo, e notevole come documento (Solbourne, 1997).

dai Diari di Arthur Parker, Libro Primo, “Vanvere Terapeutiche”

Quiete, solo quiete, silenzio e luce
D’una tremolante e austera lanterna
Or che non rammento più la tua voce
Ma solo ‘l quanto m’uccide sentirla.


Quasafrasi – by E. Ashcroft

Sbandava tra guizzi e maglie lo sciabordare di una folla disposta a tratti, perché l’andirivieni si intrecciava senza ordine, e le spalle si attorcigliavano a lembi di stoffa, calzature, bisacce, menti, perché nulla sfiorava senza deformarsi, e l’aria, tesa, raspava sul polso come una garza riscaldata. Nel mezzo, dal brulichio, salì all’improvviso un timbro che si incrinava più per sangue che per gola, e l’udito scivolò via, perché sembrò un richiamo ma fuggì nel suono, e lo sguardo si arrestò, e il corpo ruotò da solo. La bancarella, cosparsa di ciotole d’osso e pelli di sambuco, stava in fondo laggiù, e c’era lei, di profilo, col mento smussato e le dita inanellate, eppure non c’era più. Al ritorno, perché si tornò, la gola si era sfoderata, ma il passo trovò una forma nuova. Ogni battito si fece leggero ancora.


Glossario Minimo – by M. Solbourne

Coturni: Calzature alte, di tradizione teatrale antica. Qui indica le calzature robuste dei passanti nella ressa, ma il termine porta con sé un’eco di artificiosità, come se la folla fosse anche rappresentazione.

Carpo: In anatomia, l’articolazione del polso. L’aria che raspa sul carpo è un dettaglio di precisione corporea raro negli sparsi, dove il corpo è di norma percepito come massa indistinta.

Sciabordare: Il rumore dell’acqua che sbatte contro una superficie. Qui trasferito alla folla, che si muove con la stessa dinamica irregolare e sonora di un’onda contro una parete.

Sfoderata: Participio di sfoderare, nel senso di privare del fodero, della copertura. Una gola sfoderata è una gola che ha perso il nodo, la stretta, lo strato che la proteggeva o la costringeva.


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