11/01/1926 – ore 17:49
Uno delli vantaggi ch’ho del rovistare d’in tra le pile d’appunti sparsi, nel mio tentativo di dar una cronologia coerente a codesti diari è lo di dissotterrare una pletora di rimembranze ch’aveo apparentemente e prontamente iscosto al termine della stesura dei brani. Chessìa qualche rigo s’un frammento che sproloquia di Berenice, l’ennesima promessa meco d’un incipio dissimile e migliore, oppure i vaghi turbinii ‘n motti p’evitare di nominare un qualcuno colle credenziali anagrafiche. L’appunti sparsi, di cui ‘l diario precedente è saturo, hanno ‘l lor modo di pittare le cotidianità, alquanto presuntuoso se m’è concesso ‘l savio riconoscimento, e pare siano concepiti ‘n la maniera più tortuosa possibile p’evitare d’esser compresi. E qual cagione arrìa di che ingannarmi, orora, quan ì ben ammetto ch’il lor fine in fondo è anche quello. Per chiaro, profitto sovente dello scamotaggio dell’appunti p’esplorare atleticità grammaticali che ‘n trovano luogo ‘n queste entrate diarie, nonostante le metrature contenuto. Di contro, proprio p’il suddetto palesarsi ‘sì brevi e raggrinziti ch’il tempo necessario per far verlòro la luce diviene triplo ‘n paragone a un paragrafo qual codesto che sottende sol all’impressioni improvvisate dello scriba. Tuttavia, ne’ dì ch’il capicollare d’in tra l’obbligazioni e l’urgenze m’annuncia fin dal principio che ‘n vi sarà modo d’avere una cheta mezzora chino allo scrittoio pe’ narrare dello ch’affiora alle meningi, ecco che li scarabocchi sparsi mi compagnano pe’ mane e meriggio, concedendomi ‘l tempo ch’abbisogno pe’ divincolarmi dalle strutture solite del mio stile e tentare un qualché d’innovativo; essi, in cambio, dimandano solamente un poco della mia attenzione durante i travagli dell’ore di sole. Di recente, quissà mosso al cogito riguardo proprio pe’ la criptica natura di tali ciuffi lirici, sèntomi sempre più prossimo all’accettare d’avere una pila di fogli che mai verranno veduti d’occhio esterno: ancora meno probabile pàremi l’eventuale pubblicazione d’un manoscritto del genere, perlomeno via mano mia, e ‘sì tanto intime avverto le carezze delli capitoli quivi rinchiusi, qual codesto tomo ch’or le dimensioni ‘n porranno parire più ludiche sia ‘l forziere ove ripongo lo che bramo trarre meco innanzi. Sì ch’han di che rammentarsi anche l’artigliate ‘n volto e core ch’ho sovente omesso, più per ozio che per effettiva assenza d’una priorizzazzione sull’eventi del dì; pur resto sicuro che proprio tali omissioni siano le ch’invece avranno di che compagnarmi e scuotermi di frequente, casi a rammentarmi ch’un fugiglio didentro d’una subordinata nemmeno lo gradivano dal principio. Oi ho scritto molto e di molto, fuor di codesto diario. La differenza e l’importanza di questo è l’ennesimo qualché ch’accenna sapori novi e giusti, ‘n quest’incipio. Ne son gaio.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”

Analisi – by T. Brooke
La #926 cade di domenica. La sequenza è verificabile: il 5 gennaio era lunedì, con la trasferta a Wedgeville e la riunione della Fox Reprise descritte nella #920, e i giorni procedono senza salti. Arthur scrive alle 17:49, nel tardo meriggio, il che suggerisce una giornata trascorsa interamente in April Street, coerente con l’assenza di obbligazioni impiegatizie domenicali.
L’entrata è dedicata a un’unica attività e alla riflessione che ne scaturisce: la riorganizzazione degli appunti sparsi. Non è un’operazione nuova. Nella #921, scritta cinque giorni prima, Arthur descriveva la stessa pratica: aveva riscritto “in bella grafia una mezza dozzina” di sparsi e li aveva “prontamente inserìtoli ov’han millior aspetto, a sella d’una serie d’entrate obsolete e dissimili”. La #926 prosegue quel lavoro ma lo affronta da un’angolazione differente: non più la meccanica del riordino, bensì la natura del materiale che sta maneggiando.
Per chi si occupa della cronistoria del corpus, questa entrata è una delle più preziose del Libro Quarto, perché Arthur vi descrive il processo archivistico nel momento stesso in cui lo compie, e lo fa con una consapevolezza che nelle entrate precedenti era rimasta implicita. Sappiamo dalla nota dell’autore che apre il diario che gli sparsi sono “riscritture, raccatti, rattoppi, reincastri”, materiale nato su “brandelli di carta d’occasione” e reinserito a posteriori “secondo l’ordine cronologico che, con sforzo e molto arbitrio” Arthur si adopera a mantenere. Sappiamo anche, dalla stessa nota, che negli sparsi si trovano “acrobazie, sperimenti, illogicità pe’l sol amore del motto”. Ciò che la #926 aggiunge è la motivazione concreta del perché Arthur li produce e del perché ne mantiene l’oscurità.
La spiegazione è doppia, ed è onesta in un modo che il diarista non sempre si concede. La prima ragione è pratica: nei giorni in cui le obbligazioni non lasciano tempo per sedersi allo scrittoio, gli sparsi “compagnano pe’ mane e meriggio”, offrendo uno sfogo di scrittura che la cronistoria regolare non può ospitare. Sono scritti in movimento, fra le tabulazioni, sui margini delle carte d’impiego, e per questo sono brevi e condensati. La seconda ragione è stilistica e, se vogliamo, egoistica: gli sparsi gli consentono di “divincolarsi dalle strutture solite del mio stile e tentare un qualché d’innovativo”. Sono il laboratorio dove Arthur sperimenta. E in cambio, aggiunge con un guizzo che sembra quasi personificarli, “dimandano solamente un poco della mia attenzione durante i travagli dell’ore di sole”.
Poi c’è l’ammissione più schietta. Arthur scrive che gli sparsi sono “concepiti ‘n la maniera più tortuosa possibile p’evitare d’esser compresi”, e subito dopo si corregge: “qual cagione arrìa di che ingannarmi, orora, quan ì ben ammetto ch’il lor fine in fondo è anche quello.” È una dichiarazione d’intento rara nel corpus. Arthur non sta solo riconoscendo che gli sparsi sono criptici; sta dicendo che li vuole criptici, che l’oscurità non è un sottoprodotto della fretta ma una scelta deliberata, un modo di scrivere cose che non vuole siano lette chiaramente. Dalla prospettiva del cronista, questo complica non poco il lavoro di chi, come Solbourne, si è dedicato a decifrare quel materiale trattandolo come “forma respiratoria”. La #926 suggerisce che almeno una parte della respirazione è intenzionalmente affannosa.
Fra il materiale riesumato, Arthur menziona “qualche rigo s’un frammento che sproloquia di Berenice”. Berenice Coach è una figura che nel corpus regolare compare con frequenza limitata, e il fatto che Arthur la ritrovi confinata negli sparsi piuttosto che nelle entrate diaristiche indica che il rapporto con lei, qualunque ne fosse la natura, è stato processato attraverso il canale lirico piuttosto che quello cronachistico. Non è un caso isolato: Arthur stesso nota che gli sparsi contengono anche “i vaghi turbinii ‘n motti p’evitare di nominare un qualcuno colle credenziali anagrafiche”, il che conferma che la cripticità serve anche a proteggere le identità, un meccanismo di pudore o di difesa che funziona in parallelo con l’intento sperimentale.
La parte finale dell’entrata introduce una considerazione sul destino del corpus che merita attenzione. Arthur dichiara di sentirsi “sempre più prossimo all’accettare d’avere una pila di fogli che mai verranno veduti d’occhio esterno”. Non è la prima volta che si pronuncia sulla questione della pubblicazione: nel Preambolo, scritto un anno e mezzo prima di questa data, aveva già dichiarato che le vanvere “non nacquero per esser lette, pe’ accumulare fama o pecunia”. Ma lì parlava a posteriori, con il senno di un anno intero di scrittura alle spalle. Qui il ragionamento è diverso. Arthur sta maneggiando fisicamente gli sparsi, li sta rileggendo, trascrivendo, inserendo, e nel processo si rende conto che quel materiale è troppo intimo per uscire dalla sua custodia. La metafora del “forziere ove ripongo lo che bramo trarre meco innanzi” è significativa: non è un archivio, è un tesoro personale. Il diario non documenta più soltanto la vita: la custodisce.
Infine, la nota sulle “omissioni” è la più rivelatrice dal punto di vista del mio lavoro. Arthur riconosce che ciò che ha omesso dagli sparsi, le “artigliate ‘n volto e core” tralasciate “più per ozio che per effettiva assenza d’una priorizzazzione”, saranno probabilmente le cose che più lo accompagneranno nel tempo. In altre parole: il corpus è incompleto non solo per le lacune cronologiche, ma per le lacune intenzionali. Ci sono sparsi che Arthur ha scritto e non reinserito, forse perduti, forse scartati, forse troppo diretti per sopravvivere al processo di riscrittura in bella grafia. Ciò che abbiamo nel diario è il risultato di una doppia selezione: prima la scrittura d’impulso, poi il vaglio dell’archivista. E l’archivista è lo stesso uomo che ha scritto d’impulso, ma con qualche settimana o mese di distanza, il che significa che il filtro non è solo estetico ma psicologico. Ciò che Arthur del gennaio 1926 sceglie di conservare degli sparsi del 1923 o 1924 ci dice tanto su Arthur del 1926 quanto sul materiale originario.
La chiusa è asciutta e soddisfatta: “Oi ho scritto molto e di molto, fuor di codesto diario.” Arthur ha lavorato sugli sparsi, sui componimenti, sul libercolo. Il diario è l’ultimo destinatario della sua giornata, quello che riceve le briciole della riflessione dopo che il grosso è andato altrove. E l’ultima frase, “ne son gaio”, è una di quelle rarità del corpus dove Parker si concede un sentimento positivo senza correggerlo immediatamente con un inciso dubitativo. La domenica è andata bene. L’archivista è contento del suo lavoro.
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