16/04/1924 – Ore 22:07 – Appunti Sparsi
Sbrinava colla scopa l’orlatura d’un battente a mezzo chiuso, ché l’andito non schiudea verso ma ricacciava in giacitura, e l’abrasivo d’un setolato stanco spingea salivazzi di scorza sin cantuccio, dove ‘l fango si grattava co’ bottoni d’una giacca appesa sin scusa. D’in traverso, sguainata tra la cornice e ‘l traversone, la foggiatura d’un altoparlante girava ‘l rombo d’una litania già scalza, ch’intonava col flusso la stessa nenia. L’orlo del grembiale, chiazzato di zolfo, stazionava su d’una pedagna franata, e la tunica, che si tenea su com’una vesta, non parea scelta, ma lascito d’un corpo che più ‘n anela vestimento. S’udiva l’arsura del vetusto percolare, come ‘l rimbombo d’un fiasco mai levato. Cada folata che pigliava la mente, la piegava per vagheggiamento appena e per svuotamento. E il recipiente d’oppio su la credenza restava dove ‘l dito l’avea scartato.[1]
[1] L’entrata si colloca il giorno dopo la #291, il cui scritto si interrompe a metà frase. La #291 è l’ultima entrata regolare prima di un periodo di silenzio diaristico che Arthur stesso documenterà nella #308, attribuendolo al collasso simultaneo degli orari stravolti dal progetto Kryomont, alle difficoltà finanziarie e a una crisi psicologica che ha richiesto sedute prolungate con la dottoressa Nauer. La #292 è dunque il primo sparso scritto dall’interno di quel collasso, la sera stessa in cui il diario regolare ha smesso di funzionare.Il frammento è interamente privo di soggetto dichiarato. Nessun «ì», nessun «mi», nessun pronome. I verbi ci sono — sbrinava, schiudea, ricacciava, spingea, grattava, girava, stazionava, tenea, udiva — ma sono tutti assegnati a oggetti: la scopa, l’andito, il setolato, il fango, l’altoparlante, il grembiale, la tunica. Arthur non è scomparso dalla scena, è diventato la scena. È uno dei rarissimi sparsi in cui il diarista si cancella dal proprio testo e lascia che lo spazio domestico parli al suo posto. L’effetto è quello di un inventario di gesti minimi che continuano a compiersi in assenza di chi dovrebbe compierli: qualcuno sbrina un battente, ma quel qualcuno non è nominato e il battente «non schiudea verso ma ricacciava in giacitura». L’azione domestica, anziché aprire, respinge. La scopa spinge detriti «sin cantuccio», cioè verso l’angolo, verso il margine, mai fuori. Il fango non viene rimosso, «si grattava co’ bottoni d’una giacca appesa sin scusa». L’intero ambiente è un sistema di spostamenti senza espulsione. La stanza che Arthur costruisce è fatta di oggetti che hanno smesso di servire al proprio scopo. La scopa è un «setolato stanco», la soglia è una «pedagna franata», la tunica non è stata scelta ma è «lascito d’un corpo che più ‘n anela vestimento». Ogni oggetto porta il segno di un’usura che non è semplicemente fisica, è funzionale: le cose restano al loro posto ma hanno cessato di essere utensili. Sono residui, esattamente come il corpo che le abita. L’altoparlante, «sguainato tra la cornice e ‘l traversone», emette una litania «già scalza», cioè ridotta all’osso, spogliata di qualsiasi solennità. La nenia si ripete con lo stesso ritmo del flusso di qualcosa — acqua, aria, tempo — senza che il testo specifichi cosa fluisca. Il suono è meccanico, non voluto, non ascoltato. Due dettagli meritano attenzione particolare. Il primo è il grembiale «chiazzato di zolfo», che introduce nel frammento un elemento chimico specifico, inconsueto nel lessico degli sparsi, e che suggerisce un’attività di laboratorio o di preparazione di sostanze. Arthur, che lavora a stretto contatto con il mondo dei carburanti e degli stabilimenti, conosce lo zolfo come materia industriale; ma qui lo zolfo è su un grembiale domestico, in una scena d’interno, e la sua presenza non viene spiegata. Il secondo è la chiusa: «E il recipiente d’oppio su la credenza restava dove ‘l dito l’avea scartato.» La frase è costruita con una precisione gelida. Il recipiente non è stato aperto, non è stato usato: è stato «scartato», cioè spostato con un dito, messo da parte. Ma resta «dove ‘l dito l’avea scartato», cioè non è stato né riposto né nascosto. La possibilità rimane esattamente dov’è stata lasciata. Il gesto che ha allontanato l’oppio non l’ha eliminato, l’ha solo spostato di un dito, e quel dito è tutto ciò che separa Arthur — o chiunque abiti quella stanza — dall’uso. Si consideri che l’entrata #290, scritta due giorni prima, documenta esplicitamente una «spirale autodistruttiva» legata all’«eccesso etilico e di tabacco» e un proposito di smettere. La #292 non dichiara nulla. Mostra un recipiente d’oppio su una credenza e un dito che l’ha scartato. La differenza tra le due entrate è la differenza tra il diario e lo sparso: il primo analizza, il secondo esibisce. L’intera entrata funziona come una natura morta. Non una natura morta nel senso pittorico del termine — composizione ordinata di oggetti belli — ma nel senso letterale: una natura che è morta, un ambiente che continua a esistere dopo che la vita che lo abitava si è ritirata. L’ultimo periodo conferma questa lettura: «Cada folata che pigliava la mente, la piegava per vagheggiamento appena e per svuotamento.» La mente non pensa, viene piegata. Non elabora, viene svuotata. E lo svuotamento, nel contesto di questo frammento, non è metafora. È la descrizione esatta di ciò che succede in una stanza dove tutto è rimasto al suo posto e nessuno è più davvero presente. (Solbourne, 1997)
dai Diari di Arthur Parker, Libro Primo, “Vanvere Terapeutiche”

Quasafrasi – by E. Ashcroft
Sbrinava con la scopa il bordo di una porta socchiusa, perché il corridoio non si apriva verso l’esterno ma respingeva indietro, nella posizione di chi giace, e il raschiare di una spazzola consumata spingeva schizzi di corteccia verso l’angolo, dove il fango si grattava contro i bottoni di una giacca appesa senza motivo. Di traverso, incastrata tra lo stipite e la traversa, la sagoma di un altoparlante girava il ronzio di una litania ormai ridotta all’osso, che si accordava al flusso ripetendo la stessa nenia. L’orlo del grembiule, macchiato di zolfo, stazionava su un gradino ceduto, e la tunica, che si reggeva addosso come una veste, non sembrava scelta, ma il lascito di un corpo che non desidera più vestirsi. Si sentiva il crepitio di un antico percolare, come il rimbombo di un fiasco mai sollevato dal suo posto. Ogni folata che prendeva la mente la piegava appena, per un vago pensiero e poi per svuotamento. E il recipiente d’oppio sulla credenza restava dove il dito l’aveva scartato.
Glossario Minimo – by M. Solbourne
Setolato: Sostantivazione da setola. La parte della scopa fatta di setole, usato per metonimia come la scopa stessa, con enfasi sulla materia consumata che ha perso rigidità.
Pedagna: Termine tecnico per la base d’appoggio del piede. Di uso marinaresco e artigianale, indica una superficie su cui si posa il peso del corpo, un gradino, una soglia.
Giacitura: Posizione di ciò che giace. Più geologico che domestico, indica uno stato di immobilità minerale, la condizione di chi o di ciò che è stato ricacciato in posizione orizzontale.
Salivazzi: Plurale spregiativo di saliva. Residui, schizzi di materia inerte trattata come secrezione corporea.
Foggiatura: Da foggia (forma, sagoma). La forma di un oggetto prima ancora che l’oggetto stesso, il suo profilo, il suo contorno.
Lascia un commento