10/01/1926 – ore 14:50
V’è qualche sorta di diavoleria didentro le tempie che m’invita, o meglio ancora, m’imprigiona di sotto del lenzuolo, la mane, ai primi trilli metallici che signalano ‘l mio dovermi destare. Il sonno ha tuttavia scorso sin un qualché di che narrare e debbo ammettere che permane una delle brame più assillanti de’ mie’ vespri. Ada non s’è fatta attendere, nonostante tale tardo preambolo, e prima della decima ora poteo già mirare i quarti nel candore ch’ella suole regalarmi ne’ suo’ passaggi. Aleggiano intemperanze nella quiete didentro e ben vedo che tali trapelano delli scritti – l’altri, non codesti – sin ch’ì vi stia ponendo riguardo proattivo alcuno; pare ch’ì stia limitàndomi alle constatazioni, orora. Il resto del meriggio ha di che ser fruttifero qual la metà dell’ore di luce ch’ormai s’è ita sin scuse o permessi; vi sono molti articoli ch’ho terminato ed adornato a punto, destinati alle pubblicazioni del mio libercolo e, di più sin falsa modestia, molt’altri motti ancora stanno fiorendo d’in tra le gianche facce dell’altri tomi ch’ho più ‘n mente ch’in inchiostro. S’eran fatte settimane dall’ultimi meriggi sin impiego nell’interminabile silenzio de’ quarti, sin Lily o incombenze di sorta – non che la prima s’allinei a quest’ultime, ne marcavo solo l’esistenza. Restare ‘n balia dell’arbitrio e colle tasche colme d’ore da indorare può parere più terrificante del contrario se ‘n v’è una schedulazione accurata o se le mire annuali han quel retrolfatto ‘sì vago che piute d’una spinta si fa labirintite. Ho appreso coll’anni a ‘n flagellarmi s’il dì e ‘l corpo pretendono ch’alcune di tali ora richiedano ‘l mi’ amebare sin meta o cagione; di contro, l’assuefacente dose di chimicità ch’il cranio permèttemi di godere al completamento de’ propositi ha di che vincere persino sulle’istinti primordiali di base. Non che ciò sia sano come assioma ma si prenda pe’ modo d’operazione di partenza pe’ la stratificazione dell’impegni diari. Salvo qualche ciarla nella mane con Ada, oi mi sento d’aver detto nulla e quasi dimàndomi se ‘l mio vociare ancora interromperebbe ‘l silenzio ch’or pesa al mio scrittoio. Tuttavia, non ho un qualché di che dire oi che ‘n sia già stato spalmato in quartine sull’altre pagine o ‘n carpiati sgraziati in codeste. L’occhi gravano lucidi di sotto delle pesanti tende di pelle ch’or lasso a mezz’asta ma debbo lassare che la bisaccia di fatica s’assuefi più possibile prima di coricarmi all’ora più presta; ho di che tornare a mirare fuor dell’appannate quand’ancora i lupi han motivo di bighellonare di torno.
dai Diari di Arthur Parker, Libro Quarto, “Cardialgie Acroniche”

(n.d.r.: da questo post tenterò di aggiungere anche le analisi al testo del professor Theodore Brooke contenute nel suo libro del 2003 citato a fine pagina)
Analisi – by Theodore Brooke
La #925 cade di sabato. Lo si desume dal calendario delle entrate precedenti: la #920, datata 5 gennaio, descrive un lunedì di tabulazione a Wedgeville e riunione della Fox Reprise, e i giorni seguono senza salti fino al 10. Il dato non è irrilevante, perché il sabato è il primo dei due giorni che Arthur, nella #924, annunciava con una certa aspettativa programmatica, definendoli liberi da obbligazioni e da Lily, con l’intenzione dichiarata di testare la propria “superbia” produttiva.
Ed è esattamente quello che ottiene, sebbene il resoconto ne tradisca i limiti.
Partiamo dalla struttura della giornata, che è ricostruibile con discreta precisione. Arthur non si è destato all’alba. Il riferimento alla “diavoleria didentro le tempie” che lo tiene sotto il lenzuolo ai primi trilli indica che la sveglia è sonata e che lui l’ha ignorata, o quantomeno ritardata. Ada arriva e completa i suoi compiti prima delle dieci. Arthur la descrive nell’atto consueto di restituirgli i quarti nel loro “candore”, formulazione che ricorre in varie entrate del corpus quando si riferisce al passaggio della fantesca. Sappiamo dalla #242, dalla #919 e da numerose altre che Ada opera in autonomia, spesso in silenzio, e che il rapporto tra i due è fatto più di convivenza funzionale che di conversazione. La #925 conferma il modello: “salvo qualche ciarla nella mane con Ada” è tutto ciò che rimane dell’interazione umana del giorno. Si noti che Arthur scrive alle 14:50. A quell’ora Ada è già andata via da tempo. Lui è solo, allo scrittoio che nella #923 ha spostato contro il muro destro dell’uscio d’ingresso, probabilmente ancora nella configurazione nuova che gli permette più spazio ma lo espone al rumore dell’inquilino confinante.
La giornata si divide quindi in due blocchi: la mattina perduta, o quantomeno concessa al corpo e al sonno, e il meriggio che Arthur definisce “fruttifero”, dedicato alla stesura di articoli per il suo libercolo. Su questo punto vale la pena soffermarsi. Il “libercolo” cui Arthur fa riferimento è la raccolta di scritti letterari, presumibilmente liriche e componimenti, che costituisce il suo progetto editoriale parallelo al diario. Ne parla fin dalle prime entrate del corpus, e con frequenza crescente dal secondo anno in avanti, specie quando la Frontprice gli lascia giornate vuote. Qui dichiara di aver “terminato ed adornato a punto” molti articoli, e aggiunge che “molt’altri motti ancora stanno fiorendo d’in tra le gianche facce dell’altri tomi ch’ho più ‘n mente ch’in inchiostro”. La formulazione è significativa dal punto di vista della cronistoria lavorativa: Arthur, a questa data, è nella fase di produzione attiva, non di progettazione. Sta scrivendo, sta completando, e tiene distinti i due registri di scrittura, quello diaristico e quello letterario.
Proprio su questa distinzione si innesta l’osservazione più interessante dell’entrata. Arthur nota che “aleggiano intemperanze nella quiete didentro” e che queste trapelano “delli scritti, l’altri, non codesti, sin ch’ì vi stia ponendo riguardo proattivo alcuno”. In sostanza, dichiara di star producendo materiale letterario nel quale filtra un’inquietudine che il diario stesso non registra, o registra solo per constatazione. Il diario diventa, in questo passaggio, lo strumento d’osservazione dell’altro strumento. Arthur guarda i propri componimenti e vi legge qualcosa che non ha messo intenzionalmente, e la cosa lo lascia in una posizione di spettatore dei propri stati d’animo. Scrive “pare ch’ì stia limitàndomi alle constatazioni, orora”, con un’onestà che non va sopravvalutata ma che nel contesto di un diarista così incline all’autoaccusa è comunque degna di nota.
C’è poi la questione dell’assenza di Lily. Arthur la nomina una sola volta, in un inciso che si premura di correggere immediatamente: “sin Lily o incombenze di sorta, non che la prima s’allinei a quest’ultime, ne marcavo solo l’esistenza”. La correzione in corsa è tipica del suo stile, quel pudore che lo porta a smussare qualsiasi frase che possa suonare come noncuranza nei confronti della figlia. Lily è tornata a Gersburg il 4 gennaio, secondo quanto ricostruibile dalla #919, dove Arthur descrive la partenza col convoglio serale. Sono passati sei giorni. Nella #920, scritta il giorno dopo la partenza, Arthur ammetteva già che le mura di April Street avevano “un qualché tra ‘l futile e ‘l tristo sin ella didentro”. Qui non ripete il lamento, ma l’assenza è inscritta nella topografia stessa della giornata: nessuna interazione se non Ada, nessuna voce, il dubbio se il proprio “vociare” sia ancora in grado di rompere il silenzio. Si noti che nella #917 e nella #918, con Lily presente, il tono è nettamente più operativo, quasi allegro nel descrivere la visita alla biblioteca, l’attenzione ai ritmi della figlia. Nella #925, l’operatività c’è, i risultati pure, ma il tessuto connettivo è diverso: più rarefatto, più statico.
La riflessione centrale dell’entrata riguarda il rapporto fra tempo libero e produttività. Arthur scrive che “restare ‘n balia dell’arbitrio e colle tasche colme d’ore da indorare può parere più terrificante del contrario se ‘n v’è una schedulazione accurata o se le mire annuali han quel retrolfatto ‘sì vago che piute d’una spinta si fa labirintite”. La metafora è concreta e ben scelta, una di quelle occasioni in cui Parker, senza forse rendersene conto, produce un’immagine che vale più d’un saggio. La spinta che diventa labirintite: la direzione che si trasforma in vertigine, in perdita d’orientamento. È un problema che Arthur fronteggia ciclicamente fin dall’estate del 1923, quando i primi giorni di libertà dal lavoro alla Crosspath lo trovavano incapace di gestire le ore vuote. La differenza, qui, è che Arthur dichiara di aver “appreso coll’anni a ‘n flagellarmi” per questa inerzia, e introduce un concetto quasi meccanicistico: la “chimicità” che il cervello gli concede al completamento dei compiti come forza motrice, superiore perfino agli istinti primordiali. Ne riconosce la natura non esattamente salutare ma la accetta come “modo d’operazione di partenza”, con un pragmatismo che nella prima metà del corpus sarebbe stato impensabile.
L’entrata si chiude su due immagini fisiche. La prima: gli occhi pesanti sotto le palpebre, che Arthur definisce “pesanti tende di pelle ch’or lasso a mezz’asta”. La seconda: la volontà di restare sveglio fino a tardi, “mirare fuor dell’appannate quand’ancora i lupi han motivo di bighellonare di torno”. I lupi non vanno presi alla lettera, è l’orario notturno descritto attraverso la fauna che lo abita, ma l’appannate è la finestra dell’appartamento, termine che Arthur usa con costanza per tutto il corpus. L’intenzione è chiara: accumulare fatica sufficiente per dormire bene, un problema che la sequenza delle entrate di inizio gennaio documenta con insistenza, dalla #917 in avanti.
In definitiva, la #925 è un’entrata di stasi produttiva. Arthur lavora, produce, si gestisce, ma il silenzio dell’appartamento pesa. Non lo dice apertamente, lo lascia trapelare dalla constatazione di non aver parlato con nessuno, dal dubbio sulla propria voce, dall’ammissione che non ha nulla da dire al diario che non sia già finito nei componimenti. La giornata è funzionale. L’uomo che la attraversa è solo.
Analisi di Theodore Brooke, tratta da The Quiet Machinery, Vol. II (Hillfoot University Press, 2003).
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