12/07/1924 – ore 20:01 – appunti sparsi
Le calli che dianzi pareano viscide e sin invito alcuno, or làssanomi un riflesso cotonoso, quant’abbisogna pe’ distinguere ‘l passo dal precipizio sin guida. Ogni bivio ‘n chiede scelta immediata, porrìa ser, ma quissà presenza e presenziamento, e lìvi l’ora ch’incalza ‘n incute più l’atavico terrore di fallire se ‘n si corre colla viseruola. V’è un’educazione lentata al permanere, al lassare ch’il tempo sgusci sin doverlo bullizzare ‘n una manifestazione degna di cronaca. ‘Sì la giubba cremisi, lieve sul dorso, non è mero riparo dal frescume che pioggia, quanto insigna d’un patto nuovo, meno severo, stipulato colla propria durata. Dressarla equivale ad accettare ch’il corpo preceda ‘l cogito, ch’il calore e la comprensione rivino prima del giudizio, ch’il cammino a settentrione ‘n abbia sete di ser giustificato oltre ‘l suo stesso compiersi. E quando ‘l riflettente ridona un volto che reca schiaffi d’altre stagioni, non v’è più l’urgenza di pasticciarvici addosso p’eliderle. Quelle pieghuzze e quell’opacità son i resti legittimi d’attraversamenti mandatori. Ricanoscersi a novo ‘n significa rinnegare ciò che fu, ma consentire che esso non detti più legge. E, sì, ben ne so, è tant’arduo a fare quant’a comprendere.[1]
[1] L’entrata si colloca nel cuore di una sequenza anomala. Dal 7 al 15 luglio 1924, il Libro Secondo registra una concentrazione di sparsi pressoché ininterrotta: sette in nove giorni, intervallata soltanto dalla cronaca della #377 sulla morte di Cecil Treeper. È una densità senza precedenti nel corpus. Ciò che colpisce, tuttavia, non è la frequenza ma la progressione emotiva della serie. La #376 è un pianto, la #378 è un corpo a corpo con il ricordo di Valerie, la #381 sarà una delle entrate più nere dell’intero diario. La #379 si trova nel mezzo di questa spirale e ne rappresenta, per un istante, la sospensione. Il frammento si apre con un rovesciamento percettivo. Le calli, viscide e ostili «dianzi», restituiscono ora un «riflesso cotonoso». Arthur non dice che le strade sono cambiate. Dice che gli lasciano qualcosa: «quant’abbisogna pe’ distinguere ‘l passo dal precipizio sin guida». È un’espressione calibrata con una precisione insolita per gli sparsi. Non c’è luce piena, non c’è chiarezza. C’è il minimo necessario. E nel sistema parkeriano, dove la dismisura è la norma, accontentarsi del minimo è già una posizione filosofica. Il passaggio sul bivio introduce un concetto che Arthur non formulerà mai altrove con altrettanta nitidezza. Il bivio non chiede scelta immediata, chiede «presenza e presenziamento». La distinzione è operativa: la prima è condizione, la seconda è atto. Arthur sta descrivendo lo sforzo di restare fermi a un incrocio senza farsi sopraffare dall’urgenza di correre «colla viseruola». La formula che ne discende, «educazione lentata al permanere», è una delle più dense dell’intero corpus. L’educazione non è al fare, è al restare. Al «lassare ch’il tempo sgusci sin doverlo bullizzare ‘n una manifestazione degna di cronaca». Si pensi a quante entrate regolari del diario sono dominate dall’ansia del rendiconto, dalla lista delle cose fatte e da fare, dall’ossessione per le mire annuali e il loro compimento. Qui quella logica viene sospesa, e la sospensione è dichiarata come un apprendimento, non come una resa. La «giubba cremisi» merita una nota. Nel corpus, il cremisi compare in sole quattro occorrenze. Nell’entrata #286, tre mesi prima, è attributo del «sasso cremisi» che Arthur stringe nel pugno dopo essersi dichiarato rinato, pronto a scaraventarsi nel precipizio della sua trasformazione. Nell’entrata #438, settembre 1924, è il colore della chioma di Valerie in un sogno. Nell’entrata #739, un anno dopo, la giubba cremisi torna identica e accompagna Arthur verso le valli a settentrione. Qui, nella #379, la giubba riceve la sua definizione più esplicita: non è riparo dal freddo, è «insigna d’un patto nuovo, meno severo, stipulato colla propria durata». Indossarla equivale ad accettare tre cose che Arthur enuncia con cadenza quasi liturgica: che il corpo preceda il pensiero, che il calore arrivi prima del giudizio, che il cammino non debba giustificarsi. È difficile non cogliere il passaggio dal «sasso cremisi» della #286, stretto nel pugno con furia volontaristica, alla giubba che qui «lieve sul dorso» si appoggia senza pretendere nulla. Lo stesso colore, da oggetto da impugnare a oggetto che avvolge. Tre mesi, e la presa si è allentata. La chiusa si concentra sul riflettente, lo specchio. Arthur vi scorge «schiaffi d’altre stagioni», pieghuzze, opacità, ma per la prima volta non c’è urgenza di cancellarli. Quei segni vengono definiti «resti legittimi d’attraversamenti mandatori». La parola chiave è legittimi: non tollerati, non sopportati, autorizzati. Si confronti questo con il rapporto feroce che Arthur intrattiene con lo specchio in decine di altre entrate, dalla furia del Preambolo al disgusto della #938, dove il riflettente gli «ghigna» addosso. Qui il vetro restituisce e Arthur accetta ciò che restituisce. L’ultima frase sigilla: «è tant’arduo a fare quant’a comprendere». Il pensiero è arrivato. Il corpo non ancora. Arthur non finge che saperlo basti (Solbourne, 1997).
dai Diari di Arthur Parker, Libro Secondo, “Trialoghi Icastici”

Quasafrasi – by E. Ashcroft
Le strade che poco fa sembravano viscide e prive di qualsiasi invito, ora mi lasciano un riflesso morbido, quel tanto che basta per distinguere il passo dal precipizio senza bisogno di una guida. Ogni bivio non chiede per forza una scelta immediata, potrebbe essere, ma forse chiede solo di esserci, di stare presenti, e a quel punto l’ora che incalza non incute più l’antico terrore di fallire se non si corre a perdifiato. C’è un’educazione lenta al restare, al lasciar scivolare il tempo senza doverlo costringere in qualcosa di degno di essere raccontato. Così la giacca cremisi, leggera sulla schiena, non è semplice riparo dal freddo umido della pioggia, è il simbolo di un patto nuovo, meno severo, stipulato con la propria durata. Indossarla equivale ad accettare che il corpo venga prima del pensiero, che il calore e la comprensione arrivino prima del giudizio, che il cammino verso nord non abbia bisogno di essere giustificato oltre il suo stesso compiersi. E quando lo specchio restituisce un volto che porta i segni di altre stagioni, non c’è più l’urgenza di pasticciarci sopra per cancellarli. Quelle piccole rughe e quell’opacità sono i resti legittimi di attraversamenti obbligati. Riconoscersi come nuovi non significa rinnegare ciò che si è stati, ma permettere che non detti più legge. E sì, lo so bene, è tanto difficile a farsi quanto a capirsi.
Glossario Minimo – by M. Solbourne
Viseruola: Termine di probabile conio parkeriano, dalla radice viscere o visiera, che suggerisce un’urgenza cieca, un correre a testa bassa senza visione periferica. L’immagine è quella di chi si precipita con lo sguardo ristretto, mosso più dall’ansia che dalla direzione.
Lentata: Participio aggettivale da lentare (rallentare, allentare). Indica un apprendimento che non accelera ma frena, un’educazione al restare fermi.
Insigna: Forma arcaizzante di insegna, nel senso di simbolo, emblema, marchio d’appartenenza.
Frescume: Costruzione con il suffisso -ume (cfr. svellume, florume, stropiciume). Indica il freddo non come temperatura ma come massa sgradevole, come condizione ambientale che si subisce.
Presenziamento: Neologismo. Distinto da presenza, che è stato, il presenziamento è atto: lo sforzo attivo di esserci, di occupare il momento senza fuggirlo né forzarlo.
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